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La Memoria. Cose che vogliamo salvare dal fuoco. (1)

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di Sandro Russo

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Agli inizi del sito, circa tre anni fa, si è registrata su queste pagine un’esplosiva fioritura di memorie. Venivano tirati fuori, scritti e partecipati ricordi di vite, messi da parte per tempi migliori e per orecchie amiche… Finalmente ora un sito con la sua atmosfera di partecipazione ad ‘un comune sentire’ lo rendeva possibile.
Poi, com’era naturale, questa vena rievocativa e un po’ nostalgica si è affievolita, ed hanno preso uno spazio maggiore le analisi dell’esistente; quindi del tutto recentemente, in una sorta di fisiologica evoluzione, anch’esse sono state sostituite dalle proposte operative, dai correttivi possibili.

È stato un recente commento – di Gennaro Di Fazio  (leggi quiche ha fatto riferimento alla memoria, anche se in tutt’altro contesto – a convincermi a rimetter mano alla materia, di per sé inesauribile, per proporne un diverso approccio.
Che è quello del modo di funzionare della memoria; dell’assemblamento del materiale; la giustapposizione degli elementi di base da cui la memoria stessa prende origine.
S. R.

Dalì. Persistenza-della-memoria

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Conosciamo attraverso i nostri sensi. Sempre per il loro tramite ricordiamo, addirittura sogniamo. Le stesse ‘emozioni’, che danno contenuto e sostanza alla memoria, derivano infatti da componenti basilari acquisiti attraverso i sensi.

Non vorrei parlare ‘in astratto’, ma della memoria di ciascuno di noi e di quanto possiamo desumere da alcuni esempi, per quanto possibile ‘emblematici’ per illustrare ciascuno dei sensi.
Una specie di ‘fisiologia’ della memoria dove ognuno potrebbe, per ciascuna sezione considerata, rapportare al proprio modo di funzionare i modelli, presi dalla letteratura dalla pittura o dal cinema, che di memoria sono fatti…

1. La vista è il nostro senso fondamentale (tale è sicuramente nella cultura occidentale); da essa si parte anche per la riproduzione del ricordo visivo, da cui tanto cinema e pittura prendono le mosse. Osservare e riprodurre. Ma anche osservare e incamerare, quindi raffigurare a distanza di tempo/luogo.

Solo che in questo processo plastico la memoria ha il ruolo non di semplice ‘terminale’ delle informazione, ma di attivo partecipante al processo.

Quando guardiamo, in un tempo di micro-secondi, l’ambiente esterno viene “scansionato” da rapidissimi movimenti oculari, detti saccadi che portano l’immagine nella zona della retina (la fovea) dove la visione è più definita.

Solo che l’immagine prodotta sulla retina e inviata al centro visivo, non è l’immagine in sé, né è uguale per tutti, ma ne costituisce la rielaborazione mnemonica, l’unica che la nostra mente può riconoscere e che fin dalla primissima infanzia è addestrata a compiere.

Quindi al centro visivo arriva continuamente non l’immagine, ma l’immagine mediata dalla memoria che a sua volta, in un processo plastico di integrazione e rimaneggiamento, nella memoria si integra e contribuisce a formare.
Abbiamo pertanto un percorso che si sviluppa attraverso i seguenti passaggi:
immagine -> saccadi -> retina -> memoria immagine -> centro visivo -> memoria globale.

Ma per quanto importante sia la vista nella costituzione della nostra memoria, dobbiamo però prevederne l’assenza, come accade nei soggetti privi di vista.
Eccone allora ridimensionata l’importanza, perché la memoria si istaura ugualmente, a partire dagli altri sensi, magari amplificati e in grado di fornire un insieme analogo, ancorché acquisito secondo una diversa modalità.

Claude Monet (1840-1926) dipinse ossessivamente quasi solo ninfee per gli ultimi trent’anni (!) della sua vita. Dopo aver tanto lavorato all’ideazione e alla pratica costruzione dello stagno che le avrebbe ospitate, nel suo giardino di Giverny, le “ricreò” poi su dodici enormi tele, rigorosamente dipinte “in studio”, quindi a distanza dalla loro realtà effettiva. Un’estrazione dell’essenza, dalla memoria; la creazione di un “assoluto” che trascende il mondo reale.

Così ne scrive:

“Lavoro tutto il giorno a queste tele, me le passano una dopo l’altra. Nell’atmosfera riappare un colore che avevo scoperto ieri e abbozzato su una delle tele. Immediatamente il dipinto mi viene dato e cerco il più rapidamente possibile di fissare in modo definitivo la visione, ma di solito essa scompare rapidamente per lasciare il suo posto a un altro colore già registrato qualche giorno prima in un altro studio, che mi viene subito posto innanzi; e si continua così tutto il giorno”…

E questo annota ancora, nel 1925, il vecchio artista, cui una malattia agli occhi rendeva indistinte le tonalità di colore: “Non dormo più per colpa loro. Di notte sono continuamente ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo la mattina rotto di fatica (…) dipingere è così difficile e torturante. L’autunno scorso ho bruciato sei tele insieme con le foglie morte del giardino. Ce n’è abbastanza per disperarsi. Ma non vorrei morire prima di aver detto tutto quel che avevo da dire; o almeno aver tentato …E i miei giorni sono contati”. 

Monet. Ninfee. Particolare

Monet. Nimpheas

Le “Nymphèas” di Claude Monet, donate dall’artista alla Francia nel 1920. Sopra: particolare. Sotto: l’attuale disposizione nel Museo dell’Orangerie, ai giardini delle Tuileries, a Parigi. Si tratta di dodici grandi tele, lunghe ciascuna circa quattro metri

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Immagine di copertina. Salvador Dalì. Persistenza della memoria (1931)

Dello stesso Autore, sul sito: Ponza o della Memoria (leggi qui)

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[La Memoria. Cose che vogliamo salvare dal fuoco. (1). La vista – Continua]

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