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Il canto come vento leggero…

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di Gabriella Nardacci

 .

Ho da poco finito di leggere “Melodien” di Helmut Krausser. Una raffinata scrittura che non conoscevo e che, a tratti, mi è sembrata di difficile comprensione. Ciò non mi ha fatto desistere dal continuare a leggere nonostante le ottocento pagine del libro…
È la storia di un fotografo tedesco alla ricerca delle Melodie dell’alchimista Castiglio il quale con le sue musiche sconvolse la musica religiosa, e con essa, il potere papale.

Melodien Helmut Krausser

Un romanzo interessante soprattutto sotto il profilo conoscitivo, relativo appunto a un’epoca in cui grande importanza rivestiva la musica religiosa, ma anche una riscrittura del mito di Orfeo.

Di solito, dopo la lettura di alcune opere così imponenti, mi rimane sempre la curiosità di saperne di più su certi argomenti storici.
Mi sono addentrata così nel viaggio virtuale e sono incappata in diversi argomenti concernenti la musica.
Non sto qui a elencare quali, ma uno, in particolare, mi ha incuriosito.
Trattasi degli “Shanty” che sono canzoni inventate dai marinai quando i velieri erano senza vapore e quando, appunto, i marinai si servivano solo delle loro braccia per alare, per levare l’ancora o per eseguire altre manovre faticose.

L’etimologia di “shanty” si fa risalire al francese chant (in italiano canto), a sua volta derivato dal tardo latino cantare.
Molti di questi shanty sono basati su ballate popolari o su nonsense, e sono cantate sul modello di “chiamata e risposta” (uno intona e gli altri rispondono a mo’ degli stornelli, anche se questi ultimi di solito hanno un senso) su una base ritmica  dove spesso una parola del ritornello era enfatizzata per indicare il punto in cui l’equipaggio doveva dare esecuzione a una determinata azione.

Queste canzoni erano diverse tra loro e dovevano essere adatte a ogni tipo di lavoro: quelle allegre, ad esempio, erano adatte agli sforzi più pesanti.
In “Pelle d’uomo” Vittorio G. Rossi scrive: “…la fatica c’è lo stesso, ma il pensiero non ci si fissa, è altrove…”. Canzoni che a volte non si finivano di cantare perché cessavano nel momento in cui il lavoro era completato, o che il solista (shantyman) allungava con versi nuovi o banali, qualora fosse, invece, terminata la canzone ma non completato il lavoro.

Mare notte blu
Gli shantyman erano preziosi e rispettati e avevano una voce che incantava.
Si narra una leggenda a tal proposito.
Una sirena s’innamorò di uno di loro e desiderava averlo altrimenti avrebbe scatenato una tempesta terribile in mare. Quel marinaio shantyman, per tre volte, chiese tempo. La sirena, nell’attesa, lo seguì ma cominciò a perdere la pazienza e decise di mettere in atto la sua vendetta per essere stata rifiutata. Quando il marinaio cominciò a notare l’avvicinarsi della tempesta, cominciò a cantare. La sirena rimase colpita dalla sua voce e desistette dal suo proposito. Il marinaio continuò a cantare e smise solo dopo aver portato in salvo la nave con il suo equipaggio al porto.

Ovviamente non si deve pensare che i “marinai” siano così poco inclini al romanticismo e non conoscano canzoni da cantare insieme. Anche loro ne hanno di queste canzoni: di partenza e di arrivo, di nostalgia o di malinconia da cantare negli alloggi, sui ponti a contatto del mare e delle stelle, quando piove, dopo cena.

Come capita a noi dopo una serata con gli amici quando c’è sempre qualcuno che prende una chitarra e intona una canzone e tutti la cantano insieme (a tal proposito mi viene in mente “Canzoni stonate” cantata da Gianni Morandi…) o d’estate su un terrazzo o dopo una festa con l’ultimo bicchiere di vino in mano.

Sembra comunque che non ci siano da noi italiani, tradizioni di canti per agevolare manovre faticose a bordo. Esistono canzoni alla “marinaresca” o “barcarole” (ad es. “O pescator dell’onda”) come canzoni da lavoro e non canzoni con le caratteristiche dello shanty, molte delle quali sono nate sulle navi.

Uno degli shanty più famosi, “Quindici uomini sulla cassa del Morto” ad esempio, non è nato su di una nave. È questa una canzone dei pirati, che Stevenson usò ne L’isola del tesoro” (1883) e che narra la vicenda di un gruppo di ammutinati abbandonati sull’isola della Cassa del Morto (che non è una bara ma una piccolissima isola disabitata e facente parte delle Isole Vergini dei Caraibi…), senza viveri ma solo con una bottiglia di rhum, per lasciarli morire di fame. Solo quindici sopravvissero.

Issare le vele

Nel 1891, Young Allison svuiluppò i quattro versi della canzone pubblicando “The derelict” che narra di una nave trovata alla deriva sulla quale i membri dell’equipaggio si sono assassinati tra di loro. Gli scopritori di questa nave, per recuperare il bottino prezioso, lanciano fuori bordo i morti e nel fare quest’operazione, cantano uno shanty.

Fra gli shanty figura anche “La Paloma” (1863), diventata famosa prima in Messico e poi nel resto del mondo, anche se il testo iniziale ha subito diverse rielaborazioni.

Con l’avvento del vapore sulla vela, gli shanty andarono via via morendo.

Nel 1906 John Masefield chiudeva così il suo “Sea Song”: “…alcune canzoni devono essere cantate in certe condizioni altrimenti appaiono fuori luogo. In mare sono le più belle canzoni. Non si può scrivere una loro parola senza pensare ai giorni andati o a compagni diventati corallo, o a belle, vecchie navi, una volta così maestose, ora ferro vecchio…”.

***

Oggi è difficile sentir cantare mentre si lavora… o forse non si canta perché non c’è lavoro, purtroppo! E neanche le donne cantano più mentre svolgono i lavori domestici.

Una volta si lasciava l’uscio aperto, al mio paese, e passando per la strada, dai portoni arrivavano i canti delle donne che pulivano casa.

E quando ancora l’acqua non era arrivata dentro casa, mia madre con una bagnarola grande di plastica azzurra, andava a lavare le lenzuola sulla “pietra riccia” delle fontane popolari dove venivano altre madri. Io lavavo i fazzoletti e i tovaglioli e spesso, pur non conoscendo quei canti, accompagnavo i miei movimenti con il loro ritmo e con le parole che “m’inventavo lì per lì”.

Lavatoi

Mi è rimasto il ricordo di quel sole accecante sulle lenzuola e sui miei tovaglioli, stesi sui cespugli di biancospino mentre mia madre lavava altra biancheria.
Io risalivo la scalinata che mi riportava sulla piazza principale del mio paese, cantando quelle strofe nonsense al ritmo delle canzoni che mia madre cantava con le altre, mentre le braccia e le mani erano impiegate in quella dura fatica.

 

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