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Studiare nelle isole minori

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di Silverio Lamonica
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 .

Ho letto con attenzione l’articolo di Vincenzo (vedi qui) sul futuro della scuola secondaria di secondo grado a Ponza (Istituto tecnico con indirizzo turistico) e le perplessità dei ragazzi isolani a doverlo frequentare.

Purtroppo non ci sono ricette atte a migliorare ipso facto una situazione che per la verità, interessa  tutte le isole minori italiane. Ma prima di proseguire nel ragionamento, vorrei soffermarmi, solo per un istante, sul concetto di “isole minori”.

Le “isole minori”, com’è noto, per definizione comprendono anche l’Elba, Ischia, Capri, Procida, le quali, oltre ad essere molto vicine al “continente”,  hanno una popolazione pressoché stabile e superiore ai diecimila abitanti. Altre isole, invece, come appunto Ponza, Ventotene, Giglio, Ustica, Salina, Le Egadi, Le Tremiti, oltre ad avere una popolazione che va riducendosi quasi a vista d’occhio e ben al di sotto dei 5000 abitanti, sono lontane dalla “terra ferma” più di dieci miglia marine, vale a dire almeno 18, 19 chilometri e il mare quando è agitato, e in autunno inverno capita spesso, rappresenta un limite pressoché invalicabile.

Per questa tipologia di isole lo Stato dovrebbe avere un’attenzione particolare formulando adeguati provvedimenti, per incoraggiare a restare chi decide di viverci,  con dignità.

Nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, sorse l’Associazione Isole Minori Italiane, facente comunque parte della più ampia Associazione Comuni Italiani. Ma un tale sodalizio trovò purtroppo i suoi limiti perché includeva anche le isole con popolazione superiore ai 5000 abitanti e ad un “tiro di schioppo” dal continente, di cui si è accennato sopra, quindi con bisogni e problematiche diverse.

Perciò,  per migliorare il settore della scuola, come altri settori, nelle isole veramente piccole, ritengo controproducente mobilitare l’Associazione Isole Minori (se ancora esiste) ma gli amministratori dei Comuni con meno di 5000 abitanti sopra elencati, potrebbero direttamente prendere contatti tra loro e con i rappresentanti regionali e nazionali dei rispettivi territori, per formulare una proposta di legge ad hoc, in cui, dopo aver premesso a chiare note che non è interesse dello Stato permettere l’abbandono progressivo, ineluttabile e definitivo di questi territori da parte della sparuta popolazione che ancora vi risiede stabilmente, elenchino dei punti essenziali atti ad incoraggiare gli stessi abitanti a rimanere.

A mero titolo di esempio:

1)   Consistenti sgravi fiscali per le famiglie i cui figli studiano nelle piccole isole con una popolazione inferiore ai 5000 abitanti.

2)   Borse di studio per tutti gli alunni che, dopo aver concluso l’intero ciclo scolastico esistente in tali isolette, devono trasferirsi altrove per frequentare le scuole di grado superiore o l’Università, prevedendo anche l’ospitalità gratuita in convitti e/o case dello studente.

3)   Indennità di alloggio ai docenti e personale ATA non residente che decidono di prestare servizio in tali scuole, con un obbligo di presenza di almeno 9/10 dell’intero ciclo di lezioni, oltre a incentivi economici per i docenti residenti.

4)   Nomina dei supplenti, nei vari gradi di scuola, anche per un solo giorno, con il reperimento del personale non di ruolo disponibile in loco.

5)   Autonomia scolastica garantita per gli istituti comprensivi esistenti, con almeno 200 alunni e con il capo d’Istituto in loco (non è concepibile, in base alla mia non breve esperienza di  dirigente scolastico, che si possa “pilotare a distanza” la scuola di una piccola isola, data la sua complessità, specie se, a svolgere un tale compito, sia un Preside di un Istituto distante qualche centinaio di  chilometri con l’aggravio di una struttura altrettanto complessa cui badare. Non intendo comunque mettere in discussione la bravura dei colleghi che attualmente versano in tali situazioni !).

6)   Prevedere i libri di testo gratuiti per tutti gli alunni dei vari ordini di scuola e il potenziamento dei sussidi didattici multimediali in tutte le classi, oltre ad un consistente finanziamento per progetti scolastici.

Se non ho calcolato male, le isole veramente “piccole” hanno complessivamente una popolazione inferiore ai 17.000 abitanti (dati 2010 e oggi, a distanza di circa 4 anni, sarà certamente ancora più esigua) distribuita tra una decina di Comuni (comprese le Eolie, ma esclusa Lipari che supera i 10.000 abitanti).

Dai dati suddetti appare evidente che esiste un’emergenza vera e propria che riguarda le isole veramente piccole, che lo Stato, nel razionalizzare la spesa pubblica eliminando gli sprechi, non può trascurare.
Diversamente, una volta spopolate, potrebbero essere “dismesse” e finire magari nelle mani di qualche sceicco. Del resto Alitalia docet…

 

Immagine di copertina: foto di Paola Pivi

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5 commenti per Studiare nelle isole minori

  • Giuseppe Mazzella

    Sono d’accordo con te, Silverio. E, ovviamente, ciò che temi non riguarda purtroppo solo la questione scolastica. Le preoccupazioni che hai manifestato per la sopravvivenza della popolazione della nostra isola sono sotto gli occhi di tutti. E il rischio che qualche “arabo” non necessariamente dell’Oriente, possa annettersi parte del nostro splendido territorio si fa ogni giorno più verosimile.
    Purtroppo stiamo vivendo in anni terribili in cui alla disgregazione sociale si è aggiunta una crisi economica mai prima affrontata dalle nostre generazioni.
    E in tutto questo si continua a far finta di niente. Anzi con ostinata acribìa e cinismo si continua a celebrare in maniera sterile la bellezza e la natura incontaminata della nostra Ponza. Questo a fronte di problemi gravi che tutti viviamo: dalla inadeguatezza dei collegamenti alla situazione sanitaria, dalla assistenza ai vecchi ai problemi della scuola.
    I nostri governanti a qualsiasi livello non spendono una parola né fanno niente perché una popolazione che vive solo parzialmente i diritti garantiti dalla Costituzione possa essere sollevata da pesi ormai insostenibili non solo fiscali. La nostra stessa memoria storica si sta rarefacendo, nonostante i tentativi accorati di pochi, tra cui il nostro sito, che lotta disperatamente per preservarla e valorizzarla.
    Questa estate in una chiacchierata che ho avuto modo di fare con un giornalista tedesco, ho sottolineato che vivere in un’isola è “mortificante”. Ed è purtroppo così.
    Mortificante perché ogni iniziativa assume l’impegno quasi da Sisifo di fronte ad una macchina burocratica che rallenta tutto e tutto svilisce.
    Mortificante perché i giovani che bisognerebbe spingere ad impegnarsi sono ignorati e nel migliore dei casi “utilizzati” in manifestazioni improduttive e senza garanzia di futuro.
    Mortificante perché a fronte di una lentezza elefantiaca degli Enti – e questo nonostante le multe che l’Europa commina, tanto a pagare sono sempre i cittadini – abbiamo uno Stato rigoroso ed esigente anche per la più piccola inosservanza.
    Su questo è necessario che ci sia una riflessione approfondita e che vengano presi rimedi quanto mai urgenti. La vita civile passa attraverso il lavoro ordinato. E Ponza nei mesi lunghi dell’inverno non ne offre che una minima parte. Non ci sono iniziative che possano offrire opportunità a chicchessia e a tirare a campare i Ponzesi ormai si stanno pericolosamente abituando.
    
La chiusura delle partite I.V.A. è un fenomeno che tocca Ponza in maniera sempre più marcata. Non si capisce perché non è stato ancora avviato un piano edilizio e uno di sviluppo in cui gli isolani possano trovare un impegno lavorativo; non si capisce perché i problemi dell’occupazione giovanile non trovino un’attenzione adeguata da parte delle istituzioni, affinché escano dalla depressione e dalla rinuncia a lottare per una vita migliore. 

    Quello che sta avvenendo negli ultimi anni è la trasformazione di Ponza in “spiaggia balneare estiva”, con rigorosa chiusura a settembre.
    Un quadro che “apre” a visioni da te paventate. E chi più di te, che hai avuto l’onore e l’onere della cosa pubblica della nostra isola, può essere più avvertito dei pericoli che corriamo. Credo che l’intera popolazione, oggi che tutti rischiamo la nostra stessa sopravvivenza, possa e debba unirsi per invertire la lenta e disperante decadenza.
    Non una speranza, ma una necessità che non è più possibile procastinare.

  • rosanna

    La proposta politica di Silverio merita davvero molta attenzione. Sarebbe, però, opportuno partire prima dalla formazione di una rete delle scuole delle isole minori (seguendo il criterio suggerito nell’articolo) facendo veicolare un documento con i punti proposti da Silverio in modo che possa essere condiviso. E’ ovvio che immediatamente dopo bisognerà coinvolgere anche le amministrazioni locali, ma aspettare che siano esse a dare inizio ad un eventuale percorso, può richiedere molto tempo. Come si sa, molte sono le promesse che si fanno in occasione di elezioni, ma poi, spesso, le necessità impellenti della quotidianità amministrativa fanno mettere da parte alcune di esse. D’altra parte, fornire ai sindaci un documento condiviso già da famiglie e scuole isolane significa conferire più forza alla loro azione.

  • Gennaro Di Fazio

    E se pensassimo ad una scuola superiore in videoconferenza per tutte le isole minori e i moltissimi piccoli paesi sparsi per l’Italia? Probabilmente ciò non sarebbe possibile per gli istituti tecnici, almeno negli ultimi anni, ma per quelli umanistici credo di sì. È solo un’idea ma è dalle idee che nascono le proposte e poi le conseguenti organizzazioni. La sede direzionale di tali videoconferenze potrebbe essere unica per ogni indirizzo, non so se nazionale o regionale. In questo modo tutti i i ragazzi potrebbero scegliere qualsiasi orientamento e nello stesso tempo ci sarebbe risparmio per lo Stato e per tutte le famiglie, oltre alla comodità di rimanere nel proprio paese con tutti i benefici personali e del luogo di appartenenza che non solo non si andrebbe a spopolare, ma si arricchirebbe dell’apporto dei giovani. Per me non è solo un’idea, credo che sia fortemente fattibile, visto la tecnologia oggi esistente. Il vero problema purtroppo è fare passare questa idea, poi chiaramente ci vogliono persone che la perorano nel tempo al fine di avere il supporto a vari livelli. Se ci si crede si potrebbe iniziare a costituire un comitato che cominci ad avere contatti in molteplici direzioni. Provate a fare un grosso sforzo di immaginazione e lavorateci sopra.

  • Rita Bosso

    Condivido l’approccio di Gennaro Di Fazio: questa scuola, che i numeri condannano all’estinzione, può vivere e svilupparsi solo con uno sforzo di immaginazione della società civile. Da insegnante, so che talvolta le proposte di innovazione partorite dalla scuola guardano più alle esigenze dei lavoratori (“Come si modifica il quadro orario? Quante ore perderò?”) che a quelle degli studenti e del territorio; nei casi estremi, però, conviene essere visionari anziché miopi, spararla grossa e, subito dopo, chiedersi “ma perché lo studente dovrebbe entusiasmarsi per questa proposta?”, oppure: “ma tu, manderesti i tuoi figli, i tuoi nipoti nella scuola che proponi?”. Io immagino una scuola a Ponza che a novembre offra corsi di lingue full immersion con insegnanti madrelingua; che interagisca fortemente con gli imprenditori locali, organizzando a marzo e ad aprile stage e favorendo l’ingresso nel mondo del lavoro; che operi in partnership con altre scuole, mandando a dicembre i propri alunni in continente e restituendo l’ospitalità a maggio; ho insegnato per oltre venti anni in un’isola (non minore, come giustamente precisa Lamonica, ma non priva di problemi) e so che l’isolanità può diventare punto di forza anche in ambito scolastico.

  • Ike Brokoph

    Leggendo l’articolo e i commenti relativi mi sentivo sprofondare nella tristezza… tutto quello che scrive Giuseppe è vero, ma anche se dichiarasse che il diavolo in persona sta alle porte nessuno saprebbe come muoversi in questa situazione intricata… Nessuno uscirà dalla propria grotta se non su proposte fattibili di azioni reali da seguire… la gente ha sentito troppe parole di fumo senza arrosto dietro; non ha maturato l’idea di unirsi in gruppo partecipando ad un ‘insieme’ anche con opinioni differenti.
    Si parla, si parla e si parla ancora e l’energia si perde già là… e invece di reagire ai problemi segue la rassegnazione… e la ritirata…
    La sto vedendo spesso. Se propongo una cosa mi viene risposto: – Ma che senso ha, siamo a Ponza, siamo in Italia..!
    Tengo duro e vorrei tanto dare coraggio agli altri invece di dover farmi coraggio da sola, visto che anche per me il momento è tutt’altro che semplice…
    Servirebbero alcune persone pratiche ognuno di una materia importante per Ponza, che sanno spiegare alle persone quale possibilità reali esistono e quali diritti hanno davanti alla legge italiana ed anche europea – cosa che quasi nessuno sa veramente più… se addirittura Roberto Benigni si è prestato a spiegare a modo suo semplice che cosa offre la costituzione italiana ai suoi cittadini!
    Ci vuole una sorta di educazione civica, non solo per ritrovare la propria identità interiore e dignità isolana (ritrovando anche quella dell’isola) ma anche delle proposte pratiche per sopravvivere, con le proprietà naturali dell’isola, tutti assieme e non uno contro l’altro. Persone che sappiano costruire con le persone una prospettiva nuova e non sopra le loro teste, manipolate a loro insaputa, educandoli lentamente all’ignoranza.
    Non credo che l’inizio di un movimento del genere potrebbe venire dallo Stato ma, nella situazione politica del momento, solo da un gruppo di persone senza scopi politici o consumistici, col cuore al posto giusto…
    Una sorta di “Medici senza Frontiere” per cultura e civilizzazione…
    Utopia? Non credo!

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