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Le Formiche di Ponza. Una leggenda

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di Dante Taddia
Le Formiche

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Il posto era bellissimo.

Tantissimi fiori colorati e profumati, un’erba tenera e verde, farfalle, insetti, uccelli policromi, e tutti si davano da fare per rendere unico quel grande ricevimento dell’estate.

Era la prima volta che erano tutti presenti.

C’era voluto proprio tutto l’impegno di Eéa per fare sì che gli abitanti del regno di Nettuno e di Gea si ritrovassero insieme per quella bella festa.

Le poseidonie, gli anemoni di mare e i coralli avevano indossato i migliori colori per competere con quelli dei fiori di Gea, e anche i pesci non erano da meno nel contendere a uccelli e insetti i colori più belli e gli accostamenti cromatici più azzardati.

Erano state messe da parte le ugge, i musi lunghi, le ripicche e i dispetti e quant’altro fino allora aveva guastato i rapporti fra questi due mondi.

Era un giorno di festa e tutto doveva andare per il meglio.

Ognuno degli abitanti dei due regni aveva preparato i migliori piatti per fare bella figura con gli altri e l’abbondanza di colori, sapori e profumi erano gli elementi dominanti di una coreografia che il luogo stesso  esaltava.

Il Sole e il Cielo, invitati di tutto riguardo, avevano deciso di partecipare elargendo caldi raggi dorati e un’aria dolce e serena.
Tutto andava per il meglio.
Strette di mano, carezze, paroline, complimenti, sorrisi, pacche sulle spalle. Solo qualche tempo prima un’immagine tale non sarebbe stata neanche pensabile e invece oggi era realtà.
C’erano tutti, e tutti volevano esserci.
Per quello gli inviti erano stati diramati con molto anticipo, in modo che tutti ne fossero informati e potessero così organizzare le cose per essere presenti e partecipare con gioia a un incontro così amichevole.
A una festa così non si poteva né si doveva mancare.

Erano stati raggiunti degli accordi importantissimi per cui gli abitanti di un regno potevano andare tranquillamente nell’altro senza problemi.
Non c’erano più ostacoli che si frapponessero e sembrava che niente potesse turbare una tale armonia.
Ma, come spesso i grandi fuochi si originano da una piccola scintilla, anche quella volta successe così e la colpa fu di quello strano animale senza peli e senza squame, un bipede, di nome uomo.

Egli infatti era stato invitato a partecipare alla grande festa e arrivò in modo spavaldo sollevando prima grandi nuvole di polvere fra i sudditi di Gea e poi schizzi e mulinelli fra quelli di Nettuno.

Le più belle acconciature furono spettinate, le livree colorate degli animali rese opache da tanta polvere, le poseidonie quasi strappate dal fondo e gli anemoni di mare e le attinie dovettero ritirarsi subito nel loro tubicino per non essere strappati via.
Un vecchio generale delfino fu sorretto prontamente dalle otto braccia di una piova per evitare di ruzzolare a terra.

Sotto il mare
La stessa aria cominciò a tossire per tutta quella polvere e il Sole ne rimase offuscato. E come se non fosse stato abbastanza, grasse risate e urla accompagnarono l’ingresso del bipede umano.

Nella loro grande saggezza gli abitanti del mare e quelli della terra cercarono di non dare peso a tutto ciò dicendo che i giovani spesso fanno questo e altro.

Invece di comportarsi da ospite gradito come tutti gli altri, quello strano animale bipede la faceva un po’ troppo da padrone mettendo le sue mani in tutti i piatti che vedeva, assaggiando il cibo e mettendo le dita ovunque in modo sguaiato e sporcando dappertutto, proprio così, sporcando.
Mangiava qualcosa che i sudditi del dio Nettuno avevano preparato, e subito gettava il resto in quel liquido regno senza la minima attenzione per i suoi abitanti.

Assaggiava i frutti che i sudditi di Gea avevano presentato in grande abbondanza e varietà, e anche lì gettava gli scarti su quel regno solido.

Frutta esposizione

Erano tutti notevolmente irritati da tale atteggiamento anche perché nessuno si era mai comportato in quel modo. Nessuno degli abitanti di Gea o di Nettuno avevano mai fatto cose del genere nei reciproci confronti.
E una, due, e tre, e tante volte, tante.

Nettuno non disse nulla per non rovinare la festa e per rispetto a Gea: avrebbe chiesto poi ai suoi sudditi più idonei di ripulire tutto.

Gea taceva perché non voleva rovinare la festa, e anche lei avrebbe chiesto ai suoi sudditi di fare una bella pulizia di quanto imbrattato dall’uomo.

Ma la mezza parolina da una parte cedette il posto alla parolina dall’altra: la reazione sommessa si sostituì alla reazione pronunciata, l’irritazione prima e lo sdegno poi presero il sopravvento e divennero paroloni, parolacce, grida, il putiferio insomma.

Gli uni, i Nettuniani per così dire, sostenevano con gli abitatori di Gea che quell’animale strano era un loro problema, perché era uno dei loro abitanti, e non si vergognava di fare simili cose in casa d’altri, dove era stato accettato di buon grado quale ospite però.

I Geani, gli abitatori di Gea cioè, dicevano esattamente il contrario dato che quell’animale strano aveva passato i nove mesi iniziali della sua vita in ‘acqua’ e pertanto era da considerarsi un nettuniano.

Ma questi dissentivano dicendo che per soli nove mesi non si può dire che è un animale acquatico, quindi la colpa è dei Geani, dato che su Gea passa il resto della vita.

“Non è nostra la colpa, dicevano i Geani, dato che da noi è arrivato dopo, provenendo da voi. Siete voi che non lo avete educato quando era piccolissimo e quando era un vostro suddito”.

“Assolutamente no, rispondevano i nettuniani, la colpa è la vostra, dato che quando ha cominciato ad abitare Gea non gli avete subito ricordato da dove veniva e non gli avete insegnato il rispetto del luogo di origine e neanche quello in cui viveva”.

Insomma un battibecco serrato che divenne il caos completo di voci: “Voi… no… voi. Sì… ma… perché… non è vero, piuttosto voi che…”
Tutto sarebbe finito per il peggio se quelle piccole abitanti di Gea, le formiche non si fossero offerte per mettere pace.

Dissero infatti alla regina Gea che si sarebbero impegnate ogni volta che l’uomo faceva un pasto sull’erba di essere sempre presenti e mangiare quanto egli avrebbe lasciato per ripulire tutto ma che avrebbero anche assaggiato quello che egli avrebbe portato nei suoi panieri, per ricordare loro il male fatto a Gea e punirli.

Nettuno apprezzò moltissimo questo gesto, e chiese che le formiche venissero pure nel suo regno ad aiutare i piccoli e grandi pulitori per sistemare tutto.

Ma l’uomo aveva talmente tanto sporcato che esse furono costrette a mangiare tutto quello che egli aveva abbandonato, ma tanto, talmente tanto che divennero così pesanti da non essere più capaci di ritornare sulla terra, da Gea.
Allora Nettuno chiese a Gea di lasciarle lì a guardia degli atti insensati degli uomini.

E da allora sono rimaste lì a ricordare agli uomini che vanno nel regno di Nettuno che loro faranno sempre buona guardia affinché non si ripeta ciò che è già successo.

Sembra infatti, ma forse è solo leggenda, che quando l’uomo vuole fare brutte cose nel regno di Nettuno, trasportando e scaricando sudiciume con le sue barche, ebbene quelle formiche soprattutto di notte si prendono per mano e formano una grande barriera di protezione sulla quale le barche colpevoli naufragano.

Ponza. Le Formiche

 

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