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A Ponza, dopo la chiusura della colonia di confino, l’appendice del campo di concentramento (2)

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di Francesco Ferraiuolo

 

Per la prima parte di questo articolo, leggi qui

A Ponza, ancora sconvolta e in lutto per l’affondamento del Piroscafo “Santa Lucia” ad opera di tre aerosiluranti inglesi, accaduto il giorno prima, cioè il 24 luglio, a due miglia da Ventotene, mentre si recava da Ponza a Gaeta, che costò la vita a oltre 100 persone tra passeggeri ed equipaggio, la notizia della caduta di Mussolini fu data, il successivo 26 luglio, agli internati, direttamente dal direttore del campo, il commissario Vassallo.

In quel momento, a Ponza, di confinati politici italiani, c’erano solo Tito Zaniboni, autore di un attentato a Mussolini, il duca Luigi Silvestro Camerini, l’anarchico Capuana, una donna e Pietro Nenni, che vi era giunto una ventina di giorni prima, esattamente il 3 giugno del 1943.

Quest’ultimo, quando alle otto del mattino del 26 luglio 1943, fu convocato dal direttore del campo di concentramento, come scrive Corvisieri, “temette di essere arrestato perché due giorni prima aveva affidato a un soldato imbarcato sul “Santa Lucia” alcune lettere destinate ai compagni romani. Dopo l’affondamento aveva temuto il ritrovamento di questa corrispondenza clandestina. Si sentì invece dire che Mussolini, il suo amico di gioventù e compagno di prigionia, si era ‘dimesso’; fu anche pregato di non ‘turbare’ l’ordine pubblico”.

Nonostante il clima di profondo cordoglio che pervadeva l’isola intera per il lutto che aveva colpito tante famiglie isolane a seguito dell’affondamento del “Santa Lucia” due giorni prima, la gioia non poté essere trattenuta e, alla fine, incontenibile, esplose contagiando gli internati, i soldati e la gran parte dei ponzesi.

 

Nenni, nei suoi diari, così tratteggia quell’atmosfera: “Al campo l’allegria è delirante e ad essa partecipano anche gli agenti. In paese si beve a garganella. I soldati fanno gruppo al banco dei caffè vuotando bicchieri in onore del “maresciallo”. In casa Zaniboni – che trovo raggiante e commosso – affluiscono fiori da parte degli isolani che vogliono testimoniargli la loro simpatia (…) Nella nuda stanza del caro Capuana la greve atmosfera della malattia (un cancro alla gola – ndr) s’è come dileguata e non c’è posto che per pensieri d’ottimismo. Al porto i pescatori motteggiano sui distintivi fascisti che rischiano di pescare l’indomani. La sede del fascio è deserta.
Il giorno si spegne sul mare tranquillo in un pulviscolo d’oro e d’azzurro. È il tramonto e pare un’aurora. Io vado lungo il molo, fra strette di mano e saluti di vecchi e di nuovi amici, e mi esalta e mi commuove il pensiero di ciò che la breve notizia ‘Mussolini è caduto’ rappresenta per migliaia di uomini sui quali si è accanita la persecuzione fascista”.

 

Quel giorno i collegamenti in arrivo e in partenza da Ponza furono bloccati, gli internati furono in fermento immaginando la prossima liberazione.

Gli isolani erano increduli e frastornati. Il telegrafo nell’ufficio postale era ingolfato da segnali in chiaro e in cifra provenienti da Littoria e da Roma. Avevano per oggetto ordini di liberazione, assicurazioni e riserve, quesiti e dubbi (Folchi 2005).

Il giorno dopo, la questura di Littoria comunicò alla direzione del campo di concentramento di Ponza la seguente disposizione pervenuta dal capo della polizia: “Pregasi disporre subito scarcerazione preventiva disposizione autorità di P.S. responsabili attività politica escluse quelle riferentesi comunismo e anarchia”; con la stessa disposizione si ordina di liberare “responsabili attività antifascista in genere offese Capo governo et Regime, esclusi però i responsabili di affarismo et fatti natura non politica per i quali non si è proceduto giudiziariamente e i responsabili di fatti aventi carattere militare aut sospetto spionaggio”.

Il 3 agosto 1943 arrivò un’ulteriore disposizione con cui si chiariva che: (bisognava) “liberare immediatamente anche internati italiani siano Campo di concentramento siano comuni liberi per attività politica non ripetesi non comunisti et anarchici aut spionaggio aut irredentismo et non ripetesi non trattasi di allogeni Venezia Giulia et territori occupati. Casi analoghi criteri dovranno farsi cessare vincoli ammonizione confinati politici. Dovranno essere liberati ebrei italiani internati aut confinati”.
Scrive Folchi: “I cancelli del campo di concentramento di Ponza si aprono solo per due italiani internati come confinati politici. Restano chiusi per i 21 confinati politici di nazionalità greca (6), albanese (9) ed egea (6) e per i 650 internati di nazionalità diversa da quella italiana: cioè per i 320 montenegrini, 9 greci, 265 albanesi, 50 ex jugoslavi, 4 bulgari, 1 russo, 1 ungherese. Il 7 agosto arriva l’ordine di liberare anche i comunisti, condannati detenuti, confinati o internati con l’invito a vigilare perché possono riprendere a svolgere attività di partito, l’avvertenza che le disposizioni sulla liberazione vanno estese anche agli ebrei italiani e agli anarchici non particolarmente pericolosi. E, a stretto giro di posta, il chiarimento: solo gli anarchici italiani”.

 

Il piano di evacuazione, concertato dalle autorità competenti, all’inizio di agosto che prevedeva la traduzione di 541 internati “singoli” nel campo di concentramento di Renicci, e delle internate e dei gruppi familiari (in totale 54 persone) in quello di Fraschette, venne ufficialmente disposto dal ministero dell’Interno il 28 agosto 1943.

Il 7 e l’8 settembre, il giorno dell’armistizio, fu operato il trasferimento degli internati con lo sgombero totale e la chiusura del campo di concentramento di Ponza.

La palazzina di Ras Immerù e Benito Mussolini.2

Tra tanti internati che se ne andarono, a Ponza, il 27 luglio 1943, ne arrivò uno “specialissimo”: Benito Mussolini, proprio colui che aveva scelto quell’isola come sede di confino, quasi che il destino avesse voluto applicare la legge del contrappasso.

Il parroco di Ponza, Luigi Maria Dies, nella sua “Istantanea Mussoliniana a Ponza”, così descrive il suo arrivo:
“A Gaeta fu imbarcato su una corvetta della Marina (la “Persefone”) alle due del 27 luglio e fu sbarcato nell’Isola di Ponza alle dieci del medesimo giorno, perché la Corvetta aveva fatto il giro per Ventotene. L’Ispettore Generale Polito che lo aveva servito sempre in missioni delicate di fiducia, come la cattura di Cesare Rossi in Isvizzera, ora accompagnava lui, e giunto a  Ponza domandò al locale Commissario di P.S.: ‘Dov’è la casa del Ras Immerù?’ Dopo che questi gliela ebbe indicata, ordinò che in breve fosse allestita, per accogliere Mussolini che vi fu trasportato, via mare, e rinchiuso nello stesso giorno. Gli toccava la stessa camera ove aveva sospirato il Ras Etiope. L’attrezzatura della casa consisteva in un tavolo da cantina, dove subito prese posto la Vita di Cristo; una sedia sfondata e un lettino di ferro senza materasso. Su quel lettino, appena giunto, poiché sentivasi spossato, volle riposare e, per poterlo fare meno disagiatamente, si tolse la giacca, l’arrotolò a formarne un cuscino, e stesosi, vi adagiò la testa. A tal vista, alcuni presenti si misero a piangere. Mussolini disse ai piangenti parole d’incoraggiamento. A sera giunsero i materassi”.

Quando s’accorse che la casa non aveva l’acqua corrente, come scrive Corvisieri, si sorprese ed esclamò “Ma come?! Io diedi i soldi affinché si costruisse l’acquedotto di Ponza”.

 

Aveva ragione a ricordarsi di avere stanziato qualcosa nel settore idrico per Ponza, ma ricordava male: quei soldi erano destinati non a costruire l’acquedotto di Ponza ma servirono a dotare di acqua corrente soltanto gli immobili dello Stato, a vario titolo facenti parte dell’apparato confinario.

Dell’arrivo di Mussolini sull’isola, il direttore del campo Vassallo ne dette conferma al questore di Littoria con il seguente telegramma cifrato 01042 del 29 luglio 1943: “Accompagnato ispettore generale sicurezza servizi guerra commendatore Polito qui giunto ex capo governo Mussolini fatto alloggiare appartamento isolato località Santa Maria. Custodia affidata ufficiale superiore Arma et carabinieri reali concorso questo ufficio. Notizia trapelata popolazione et campo concentramento habet impressionato ma possonsi escludere manifestazioni aut pericoli incolumità personaggio. Come rappresentato at ispettore generale Polito urge invio dieci agenti rinforzo et almeno due sottufficiali. Commissario capo sicurezza Vassallo”.

 

Come già detto, il destino volle che sull’isola in quel momento, proprio per mano di Mussolini, si trovassero confinati, Tito Zaniboni e Pietro Nenni, a lui legati da lontani e tristi ricordi: il primo, perché ne era stato l’attentatore e per questo aveva scontato 16 anni di carcere nel penitenziario di S. Stefano e nella Casa di Pena di Alessandria; il secondo, pervaso da un personale sentimento di tradimento, corregionale e suo vecchio amico di gioventù e di partito, che con lui aveva partecipato all’insurrezione di Forlì contro la guerra in Libia, prima che l’ex duce da socialista rivoluzionario operasse la svolta in senso fascista.

Zaniboni era giunto a Ponza nel marzo 1942, come scrive Dies: “quasi canuto e leggermente curvo, badava a fare un po’ il Cincinnato perché amava coltivare un orticello vicino alla famiglia che lo ospitava”.

Alla notizia della prigionia di Mussolini, scrive ancora Dies – “altra tempra generosa che il dolore aveva tanto umanizzato” – egli disse: “non andrò più a passeggio a S. Maria […] perché quando un nemico è caduto io non ho più l’animo di combatterlo. Mi limito a rispettarlo”.

Prima di giungere a Ponza, Nenni, era stato arrestato in Francia, nel febbraio del ’43, dalla Gestapo e consegnato alle autorità italiane.

Dies racconta: “Secondo le ripetute affermazioni dello scrittore Carlo Silvestri egli avrebbe dovuto essere deferito al Tribunale speciale per tradimento e dopo una rapida istruttoria fucilato. Semplicemente. Tale il desiderio personale di Hitler. Ma il Duce volle disubbidire al suo alleato e si contentò di assegnarlo al Confino di Polizia” …così salvandogli la vita.

 

[A Ponza, dopo la chiusura della colonia di confino… (2) – Continua qui]

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