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Il ricordo di una tragedia del mare

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di Sandro Vitiello

 

La racconto con le parole di mio padre (o quasi):

Era una notte di febbraio del 43. La guerra durava da quasi tre anni e non si vedeva una fine all’orizzonte.

Le notizie che arrivavano a spizzichi e bocconi, malgrado la censura, dicevano che i nostri soldati subivano pesanti perdite nei luoghi di battaglia.
Anche se le comunicazioni tra Ponza e la costa erano diventate più precarie che mai e il commercio si era pressoché bloccato, c’erano comunque decine di persone che con mezzi di fortuna riuscivano ad attraversare il mare portando a casa notizie di devastazioni dai fronti di guerra e dalle città della costa che cominciavano a subire imponenti bombardamenti.
C’erano tra i ponzesi che tornavano a casa per brevi periodi, tra cui anche soldati, che raccontavano i disastri delle armate del duce e del re in terra d’Africa.
Le sconfitte in guerra e le privazioni erano una costante dei loro ragionamenti.

A Ponza di guerra ce n’era poca ma di fame tanta.

Si andava di notte a rubare qualche pesce in mare con i pochi stracci di rete che si erano salvati, dopo troppi anni che non venivano sostituiti.
 Si esce con la barchetta a remi da Cala Fonte passando sotto al tunnel naturale che guarda a ponente, verso il Catrulillo.

Veduta del catrulillo ovvero dell'insenatura a sinistra di cala Fonte

Veduta del catrulillo ovvero dell’insenatura a sinistra di cala Fonte

Era una notte buia, senza luna, con una lieve brezza di scirocco che si percepiva appena.
Il mare di Le Forna era una tavola: da questa parte quel vento non crea problemi.
Si supera nel silenzio più totale Cala Cicata (1); neanche una casa illuminata e tantomeno per strada. Correva l’obbligo del coprifuoco ed era vietato tenere luci accese.
Ci si avvicina lentamente verso la punta di Forte Papa e appena ci si affaccia verso la golfata della Marina, compare all’improvviso, con un’ombra minacciosa, una grande nave ancorata in quello specchio di mare.

Forte Papa visto dalla chiesa di Le Forna

Forte Papa visto dalla chiesa di Le Forna

Sulla nave non si sentiva un rumore, non si vedeva una luce accesa, era come uno scoglio in mezzo al mare.

La prudenza, soprattutto in tempo di guerra aveva insegnato a tenersi alla larga da quella presenza minacciosa.

Aveva sulla poppa la bandiera inglese: era una delle centinaia di navi che erano andate avanti e indietro da giorni verso Anzio.

Le spiagge intorno a quella città erano state teatro di uno dei peggiori mattatoi della seconda guerra mondiale.
I tedeschi avevano abbondantemente riempito di mine tutta la costa e le forze alleate avevano lasciato centinaia di morti prima di riuscire  a scendere definitivamente a terra.
Nei giorni precedenti, i bagliori dei bombardamenti e della battaglia erano arrivati fino a Ponza e, anche se la nostra isola era fuori dal raggio dello scontro, era chiaro e si sentiva che sulla costa di Anzio stava succedendo qualcosa di terribile.

Lo sbarco di Anzio

Lo sbarco di Anzio

Anche a Ponza erano arrivati i segni di quella carneficina: relitti alla deriva nel mare, morti portati via dalle onde, tanto legname e anche cibo.
Spesso si andava a cercare tra gli scogli o in mare aperto qualcosa che potesse essere riutilizzato e spesso si avevano piacevoli sorprese.

I ponzesi scoprirono che le uova potevano essere anche in polvere e che mischiate con un po’ di acqua diventavano buonissime frittate.
 Alcuni bidoni metallici perfettamente sigillati contenevano venti e passa chili di lardo.
 Le navi che li trasportavano come vettovagliamento per le truppe erano affondate ma quel ben di dio era arrivato fino ai nostri scogli per dare un po’ di sollievo alla gente di Ponza.

La “Landing Ship Tanks”, così si chiamava questa nave da sbarco inglese, era lì tranquilla.
Era una nave strana, buona per sbarcare uomini e mezzi e merci nelle coste come Anzio ma pessima per affrontare il mare in tempesta; aveva il fondo piatto.

Mio padre e mio zio Francesco passano qualche ora a pescare, tirano su quattro o cinque chili di pesce e prima che spunti l’alba sono già a casa sotto alle coperte, dopo una notte fredda in mare.

Non appoggiamo neanche la testa sul cuscino che sentono urla disumane della mia nonna che li fece saltare giù dal letto: “andate a Cala Fonte a guardare la barca, che si è scatenata una tempesta di ponente”.
Il tutto in pochi minuti.
Il ponente (detto anche vento di fuori) a Le Forna fa danni.
In un attimo si rivestono, corrono giù al mare e tirano a secco, in una zona sicura, la barca.
Non passa neanche per la mente che a poche centinaia di metri si sta consumando una tragedia.

La nave inglese appena il vento si è girato si è ritrovata sugli scogli.
Sembra che abbia avuto problemi con i motori, fatto sta che quella tempesta improvvisa non le ha lasciato scampo.

Nella sua agonia come atto finale, esplode la caldaia e la nave si spezza in due andando ad adagiarsi lentamente sul fondale.

I marinai e i soldati si buttano in mare; i prigionieri tedeschi, trasportati dalla nave fanno una brutta fine in quella che sarà la loro tomba; alcuni di loro, nella frenesia di quei momenti riescono comunque a liberarsi.
Tanti finiscono sugli scogli in tempesta, altri si salvano, altri ancora si aggrappano ai pezzi di legno che galleggia e vengono trascinati dalla tempesta verso levante.

Chi si è attardato sopra Cala Fonte vede passare davanti agli occhi come un film del terrore: diversi uomini attaccati ai relitti, trasportati dal mare in tempesta, che chiedono aiuto con urla coperte dal rumore del vento e del mare.

Non si può fare niente per loro, si può solo assistere alla loro scomparsa dietro al Caparanno (Capo Rame) mentre un brivido corre lungo la schiena.
Quando si va per mare, se si vede un uomo affogato, si pensa subito che prima o poi potrebbe capitarti la stessa fine.

La tempesta dopo diverse ore finisce e si esce in mare per cercare qualche naufrago ancora vivo o qualche relitto buono da usare.

Ci si avvia verso la spiaggia delle Felci e si trova un cadavere, più in là del materiale, fino oltre l’isola di Gavi.

Gavi vista dall'Incenso proprio da sopra la spiaggia delle Felci

Gavi vista dall’Incenso proprio da sopra la spiaggia delle Felci

Si esce anche nei giorni successivi, anche con la barca di zi’ Antonio ’i Sacc’, e sotto ad uno scoglio del Cavone si trova, dopo due giorni, un prigioniero ancora vivo, messo male ma vivo.

I prigionieri da subito vengono alloggiati ’ncopp a’ddo Peppe, al dopolavoro della miniera e poi piano piano vengono portati via.

Alcuni dei loro compagni sono rimasti per sempre nel nostro mare.

 

USS LST 349 (Landing Ship, Tank) founders on rocks at Isle of Ponza, Italy. Many US sailors on solid ground attempt to hold the vessel steady with lines, to enable rescue of persons on board. But the heavy surf and waves make rescue difficult. Among those aboard are German prisoners of war who are helped from the LST to the rocks on shore. Men in lift raft, are in danger of being crushed between the ship’s hull and the rocks. Men seen on low rocks, and one is swept back into the sea by a wave. In final scenes, only the top mast of the sunken ship is visible above the water.
Impressionante video dal vero del naufragio, ripreso da un marinaio della nave che era riuscito a sbarcare tra i primi.
Location: Ponza Italy 
Date: 1944, February 26
 Duration: 2 min 18 sec
 Sound: no sound

 

Affondamento della nave USS LST 349 (Landing Ship, Tank) sulle rocce dell’isola di Ponza, Italia. Molti marinai americani da terra tentano di tener ferma la nave con funi, per permettere il salvataggio delle persone a bordo. Ma la risacca impetuosa e le onde rendono difficoltosa la manovra.
Tra le persone a bordo ci sono prigionieri di guerra tedeschi che vengono aiutati a lasciare la nave e guadagnare la costa. Gli uomini sul leggero battello sono nel pericolo di essere schiacciati tra lo scafo della nave e le rocce.
Si vedono degli uomini sulle rocce basse e uno di essi è rigettato a mare da un’onda.
Nella scena finale solo il pennone della nave affondata è visibile in superficie

 

Note

(1) – Cala Cicata: così denominata  ‘Cicata’ dal cognome di un ingegnere del regio esercito borbonico che ha soggiornato a Ponza e che ha scoperto il giacimento di bentonite.

Ripreso e modificato dallo stesso Autore da una sua pubblicazione di qualche anno fa sul suo blog: http://lacasadeisacco.blog.kataweb.it/

 

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1 commento per Il ricordo di una tragedia del mare

  • Silverio Lamonica1

    Ho letto l’articolo di Sandro Vitiello: “Il ricordo di una tragedia del mare”.
    Preciso che a proposito esiste una pubblicazione di Irving B. Gerson, ufficiale di bordo di quella nave, dal titolo: “La mia personale esperienza nel naufragio”, edito a Biserta nell’aprile del 1944, poco tempo dopo la tragedia. Nella memoria, che il caro Ernesto mi procurò e che tradussi dall’inglese, sette anni fa, l’ufficiale descrive minutamente tutte le fasi dell’affondamento della nave e il soggiorno dei superstiti a Ponza.
    Al testo aggiunsi una riflessione personale che accludo.

    NOTA DEL TRADUTTORE
    La relazione dell’Ufficiale di Marina statunitense, Irving B. Gerson, getta una luce nuova sulla drammatica vicenda del naufragio della nave militare americana, avvenuto nella prima mattinata del 24 febbraio 1944 presso la Punta di Forte Papa a Le Forna.

    La vicenda, illustrata per la prima volta in “Vivere Ponza” (n. 1 – 1987) e successivamente riportata da Silverio Corvisieri in “Zi’Baldone” (Caramanica Editore – 2003, pagg. 233 – 236), si arricchisce di numerosi particolari drammatici.

    Innanzitutto le modalità del naufragio: la nave era ancorata a ridosso fin dalle 19,00 del 23 febbraio a causa del mare agitato da forti venti, provenienti dai quadranti orientali (scirocco e levante), non perché avesse i motori in avaria (cfr. Corvisieri op. cit.). Alle 5,30 del mattino “the dang anchor let go” (= l’ancora maledetta è venuta meno) come esclamò il Guardiamarina “Mac” Macconnell (ufficiale di guardia al momento in cui avvenne l’incidente), rispondendo al suo interlocutore e autore della presente testimonianza: il vento aveva cambiato improvvisamente direzione, spirando con altrettanta violenza dai quadranti occidentali Ovest – Nord – Ovest. Tutto accadde all’improvviso, non ci fu nemmeno il tempo di avviare i motori.

    Le modalità del salvataggio: sempre l’Autore del presente lavoro aiuta i prigionieri e gli uomini dell’equipaggio a spiccare il salto dalla nave alla scogliera, mettendo così in salvo oltre 70 se non addirittura cento persone. Molti altri usarono le zattere gonfiabili.

    Il Comandante non si suicida, ma lascia la nave per ultimo; successivamente gli viene comminato un rimprovero ufficiale da parte dell’Ammiragliato americano.

    All’ospitalità dei fornesi, pure citata dall’autore, si aggiunge quella dei ponzesi: diversi gruppi vengono ospitati presso famiglie di Ponza, compreso Gerson, che lascia i “Cameroni” troppo spogli ed umidi, e trova accoglienza, assieme ad alcuni compagni, presso la vedova del delegato del porto e sua figlia Lucia, in cambio di un po’ di farina e cioccolata (generi quanto mai preziosi in quel triste periodo).
    Altre novità non trascurabili sono certamente rilevate dai lettori. A me piace sottolineare la conclusione dell’Autore: “…esperienze simili trasformano i ragazzi in uomini”.
    Speriamo vivamente che, in futuro, non sia più necessaria una guerra per far crescere i nostri ragazzi.

    Silverio Lamonica
    PONZA Gennaio 2006

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