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L’antidoto alla crisi è la cooperazione (1)

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di Vincenzo Ambrosino

 

La redazione di Ponzaracconta, in quest’ultimo periodo, sta tentando di portare il discorso su quello che ci unisce, sulla bellezza, sul racconto costruttivo, sul fare concreto; tutti atteggiamenti che possono  motivare ad uscire fuori della crisi.
La nuova direzione editoriale, che rilevo nei toni propositivi e concilianti che la maggior parte dei redattori propone nei vari articoli, è sicuramente lodevole.

Ognuno faccia, giustamente, la sua parte come ritiene opportuno, ma credetemi: se quest’isola, capeggiata da questa amministrazione comunale, utilizzata da questi imprenditori, subita da questi residenti non trova il modo di invertire la rotta, il suo destino è segnato.

Ho preso spunto, per proporre il mio ragionamento, dalle lezioni  e dai concetti di Stefano Zamagni (economista ed ex presidente della soppressa Agenzia del Terzo settore) nelle quali trattava  di Economia Civile.  

 

“L’economia di mercato nasce in Italia con l’obiettivo del bene comune e i principi ispiratori erano: divisione del lavoro – libertà di impresa – competizione.

Quella economia, detta civile, propugnava il bene comune, la relazione, il coinvolgimento nello scambio, l’amicizia, la competizione collaborativa.

Ma questi concetti si smarrirono ben prima della rivoluzione industriale e l’economia da civile divenne capitalista.
Distinzione tra civile e capitalista: si passa dalla competizione di tipo cooperativo a quella posizionale.

In quella cooperativa, più soggetti competono nel mercato: il più bravo vince sugli altri, ma tutti possono mettersi in gioco nella fase successiva. In questo sistema c’è emulazione: “se vuoi puoi assomigliarmi”.
Ovviamente anche la scuola viene influenzata: il più bravo aiuta gli altri.

Nella competizione posizionale chi vince tende ad escludere chi perde. In questo sistema c’è sopraffazione.
A scuola il più bravo esclude gli altri. Eliminando i rapporti interpersonali, quindi la solidarietà tra umani. L’altro diventa il nemico da abbattere. La conseguenza è l’abbassamento del concetto di felicità.

La competizione posizionale tende a creare i monopoli, gli oligopoli; essa è inefficiente a governare il pianeta.
Anche nella competizione posizionale vince il migliore, ma una volta che ha vinto, elimina gli altri e governa come un sovrano monopolista. Il monopolista distrugge ricchezza, impoverisce il libero mercato, si impadronisce delle risorse del mondo e distrugge il nostro ambiente e la nostra sopravvivenza.

L’economia di mercato, nata per difendere il bene comune, negli ultimi decenni si è avviata a soddisfare l’avidità di pochi.

Il mercato pensato contro la protezione dall’avarizia (infatti la libera concorrenza se è veramente libera abbassa le pretese di avarizia: l’avaro, l’usuraio, veniva esiliato fuori dalla comunità) ha completamente perso la strada, diventando in mano a un manipolo di capitalisti, l’arma per distruggere e  appagare l’avidità. Il mercato odierno, quello della “Borsa” per esempio, dà libero sfogo alle pulsioni (passioni per l’avidità: “in 48 ore posso triplicare i miei guadagni!”).

“Avete mai visto nascere fabbriche di fiducia? Ovviamente no! Perché il bene ‘fiducia’ è un bene relazionale”.

L’antidoto al bene posizionale, è il bene relazionale.

“Non si possono combattere i beni posizionali con le prediche o agendo sulle mappe concettuali; essi si combattono se s’immettono nei mercati i beni relazionali”.
Beni relazionali: matrimonio, fiducia, amicizia, collaborazione, cooperazione, associazionismo: questi beni migliorano le società.
Beni posizionali: proprietà, oggetti, società di capitali, azioni, profitto (beni che vanno  posseduti, accumulati, consumati e gettati via: per questo si distruggono ambienti, risorse naturali, territori, rendendo schiavi milioni di uomini).

 

Portiamo ora questi ragionamenti nella nostra isola, che vive in questa Italia, in questa Europa, in questo mondo governato dall’economia di mercato di tipo capitalistico.

Ponza è in crisi; il sistema economico “posizionale”, basato sulla rendita di posizione ha ovviamente creato ricchezza per pochi, ma ha altresì creato abbandono e marginalizzazione per molti.

Un sistema economico commerciale individualista e competitivo che isola, esclude, distrugge…

·     Isola gli individui e non li fa diventare comunità.
·     Esclude chi parla un’altra lingua, intesa anche come diversità culturale.
·     Distrugge risorse ambientali e umane.

Le risposte per la sopravvivenza, che derivano da questa cultura, in questo microcosmo non possono che essere individuali: “…Chi è omm se salva”.

Siamo disabituati, ineducati alla cooperazione. Infatti anche in momenti come quelli attuali la cooperazione non esiste, non riusciamo a collaborare neanche nell’affrontare problemi fondamentali quali la salute pubblica e l’isolamento geografico; addirittura problemi quali il PAI che se non affrontato velocemente, metterà a rischio l’avvenire turistico dell’isola.

Ovviamente anche i giovani hanno introiettato questi messaggi: “Ognuno deve essere capace da solo a trovare la strada. Pensa ai tuoi affari!”
Così si perpetua l’errore e come “il gatto che si morde la coda” la società produce classi dirigenti con questa cultura posizionale.

Qual’è l’atteggiamento risultante quando ci si trova a vivere questi momenti storici?
Lo vediamo: “Rassegnazione, perdita dell’autostima, cinismo che porta alla conclusione: l’uomo è cattivo!”.

Ma sappiamo anche che “crisi” dal verbo greco krino: separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare sebbene nell’uso comune abbia assunto un’accezione negativa, a significare peggioramento di una situazione, reca in sè anche una sfumatura positiva, in quanto un momento di crisi cioè di riflessione, di valutazione, di discernimento, può trasformarsi nel presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita.

Quindi chi non si scoraggia, chi non si rassegna, chi vuole reagire, passare oltre, potrà farlo perché oltre la crisi c’è l’altra sponda.

Per superare questi momenti dobbiamo trovare la forza in noi stessi, credere nella forza uomo, ritrovare la fiducia negli altri intorno a noi, che stanno sulla nostra stessa “barca”.
“Da soli non ce la possiamo fare: la salvezza è una porta che si apre dall’esterno”.

Una società, meglio se una piccola comunità, poggia le basi costitutive su tre sfere:
1)      Il Comune;
2)      La comunità degli affari;
3)      La società civile organizzata.
Queste tre sfere hanno bisogno l’una dell’altra, devono interagire: agire insieme.

“Gli esseri umani devono saper agire; a differenza degli animali che fanno, trasformano l’oggetto: agire significa trasformare il soggetto”.
Se agiamo bene diventiamo virtuosi.

Dov’è la difficoltà in questo contesto culturale?

La sfera pubblica, il Comune, dice: “Io sono stato votato, io ho il potere, al massimo le altre due sfere le coinvolgo dopo. Mi servono le ditte edili per aprire le scuole? Chiedo a loro collaborazione. Oppure vado dai bagnini o dalle associazioni culturali e chiedo a loro di aiutarmi su un dato progetto. I punti di riferimento della sfera pubblica non stanno nella società ma nelle Istituzioni – cordate politico-affaristiche – che hanno dimostrato la loro inefficacia in questo momento di crisi economica.

La sfera delle imprese: “Noi dobbiamo badare ai nostri affari, noi siamo imprenditori, non abbiamo tempo da perdere, le nostre energie sono tutte impegnate dai nostri affari, ad investire per far crescere i nostri beni, migliorare l’immagine della nostra attività. Spendiamo un mare di soldi per avvocati e commercialisti perché non vogliamo problemi con la legge, al massimo possiamo sponsorizzare qualche manifestazione pubblica. È il Comune che deve pensare al resto”.

La società civile organizzata: “Noi non siamo capaci ad agire, siamo capaci ad eseguire non a progettare. Siamo stati male educati dal Comune che faceva le convenzioni e ci dava le disposizioni, per esempio, gestite gli itinerari archeologici, oppure il capannone per lo sport, pulite le strade, imbiancate le piazze. Un bel contratto esecutivo e noi siamo pronti a muoverci”.

Così, la società può andare avanti solo quando la sfera pubblica è ricca, è efficiente ed è guidata con grande intelligenza e parsimonia.
Ma quando le risorse pubbliche vengono a mancare, ecco che si profila il deterioramento della qualità della vita: taglio dei servizi pubblici, precarizzazione del lavoro, privatizzazione di enti pubblici, impoverimento generale.

Oggi sono venute meno le risorse pubbliche, per cui è indispensabili rivedere e ripensare la riorganizzazione sociale e politica. Ogni territorio deve riscoprire la sua vocazione economica e fare leva sulle proprie risorse per sviluppare la propria economia. Per cui, quando si parla di risorse si parte delle risorse umane ed ecco l’importanze di interagire fra le varie sfere di cui sopra.

Bisogna attrezzarsi per far ripartire quel modello di società basato sulla sussidiarietà circolare.

 

[L’antidoto alla crisi è la cooperazione (1) – Continua]

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