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Quando Silverio scoprì l’America 1^ parte

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di Adriano Madonna

Silverio Mazzella abitava agli “Scotti di sotto”, in una casa con la facciata sporca, spazzolata dal vento e dall’acqua di mare. Silverio Mazzella abitava agli “Scotti di sotto”, ma i suoi parenti, gli zii e i cugini, vivevano in due case grandi con le aie bianche agli “Scotti di sopra”. Ciò significa che Silverio faceva il pescatore e i suoi parenti erano contadini e si cuocevano il cranio sulle cicerchie.
Tutti quelli degli “Scotti di sotto” erano pescatori, perché le loro case erano venute su davanti al mare, e nascevano già con il mare negli occhi e nelle orecchie e non vedevano e non sentivano altro per tutta la vita. Il mare è così: è là e tu lo guardi, poi lo guardi ancora e a un certo punto lo guardi con curiosità. Poi cominci a considerare le onde e il vento e ti accorgi che quando tira da Ponente, il mare fa così e così, poi, quando gira e tira da Levante, i giochi cambiano e anche il mare cambia umore e colore.
Il mare è una cosa che si guarda, si ascolta e si annusa: anche i gatti sollevano il naso in aria quando la brezza di mare arriva sulla costa, schiamazza nei canneti e ti sbatte in faccia l’odore del sale che gratta sulle creste delle onde. Quando finisce l’estate avviene proprio questo e quell’odore di sale è il primo bigliettino da visita dell’inverno che si sta aggiustando il mazzo di carte con tutte le regole. Poi, un bel giorno, quella brezza diventa l’ululato di un branco di lupi, le barche strappano le cime e il mare diventa verde e fa paura a tutti, anche a Zi’ Arcangelo, il più vecchio di quelli degli “Scotti di sotto”, che ha passato tutta la vita su una “carretta” (una nave da carico) che portava caffè e pappagalli dal Brasile.
Quelli degli “Scotti di sotto” facevano i pescatori da sempre oppure un mestiere che avesse a che fare con il mare: molti erano naviganti nella marina mercantile, una marina di piccole società e piccole barche, come le aragostiere con le stive bucate che trasportavano le aragoste da Marsiglia, dov’era stato imbarcato il marito di donna Brigida, oppure le navi cisterna che portavano acqua nelle isole secche.
Silverio Mazzella stendeva il palamito per i pesci spada, ed era un palamito immenso. Nell’isola, nessuno possedeva un palamito così lungo e per portarlo a bordo Silverio usava cinque bigonci, e la barca era sepolta sotto un mucchio di sagole arrotolate e di ami appuntiti infilati nei pezzi di sgombro. A bordo restava posto solo per Silverio e per il cane. Però, quando Silverio tornava a terra, la mattina dopo, c’erano sempre più di venti spada in fila sopra il ponte ed erano lunghi come la barca.
Prima di tirare il palamito, Silverio recitava una preghiera, una preghiera speciale, ma Silverio la sua preghiera non l’aveva fatta sentire mai a nessuno, perché era un discorso a quattr’occhi fra lui e Cristo. Poi, alle ultime parole, Silverio si spencolava fuoribordo, si bagnava le dita della mano e si faceva il segno della croce con l’acqua di mare, perché l’acqua di mare è acqua santa. Lo diceva suo nonno, lo diceva suo padre e lo dicevano tutti quelli degli “Scotti di sotto”, perché, a modo loro, erano dei timorati di Dio e non c’era Pasqua che il vecchio non rinfrescasse i figli, le nuore e la barca con il ramo d’ulivo e l’acqua benedetta, e non passava primo dell’anno che, a mezzanotte, quelli degli “Scotti di sotto” non si mettessero in ginocchio davanti al mare a recitare il Padre Nostro, mentre la notte si riempiva di colori e di scoppi. Magari, uno degli “Scotti di sotto”, se non gli davi acqua quando l’incrociavi con la randa tesa, se poi t’incontrava a terra ti teneva il muso duro, però non ci pensava due volte a gettarsi in acqua quando il maestrale spezzava le cime, per salvare la barca di chicchessia, perché per quelli degli “Scotti di sotto” salvare una barca significava salvare una vita: Gesù Cristo, quando è morto in croce, ci ha salvato tutti, neri, bianchi e gialli. Era scritto sui libri e lo diceva Don Luigi il Venerdì Santo. Un pescatore senza barca è un uomo al quale una mano maligna ha strappato il cuore e senza cuore nessuno può vivere, neppure un malcreato che puzza di pesce salato e di sarde “scapuzziate”.
Subito dopo la guerra, quando nell’isola non c’era né legna da ardere né legno per fare le barche, quelli più coraggiosi tagliarono le radici: si accordarono con un gruppo di pescatori del continente ed emigrarono in America. Passarono Gibilterra e l’oceano con i pescherecci e toccarono terra dopo un mese di navigazione. Silverio Mazzella fu uno di questi e nei suoi ricordi restò l’immagine della Statua della Libertà quando vi passò davanti con la paranza, e quella delle luci di New York, più fitte, come diceva lui, di una compagnia di lucciole su un cumulo di letame in una notte di giugno. Silverio parlava delle luci di New York e della Statua della Libertà solo nelle grandi occasioni: durante la bicchierata di qualche matrimonio o dopo il pranzo di Natale, quando si tirava la sera schiacciando noci sulla tovaglia ricamata delle giornate speciali. Silverio, però, parlava più volentieri della Statua della Libertà, perché le luci di New York le aveva viste solo da lontano, infatti non era mai sceso dal peschereccio in tanti anni della sua parentesi di vita d’oltreoceano. L’America gli metteva soggezione: ogni angolo di mondo che non fosse il suo gli metteva dentro un’ansia difficile da vincere e da gestire, ma quando Silverio si sentiva sotto i piedi il legno della barca, riusciva a guardare con disinvoltura anche l’America, poi, però, se si doveva mettere il cappello di feltro in testa e il cappotto buono e allungare la gamba sulla banchina, si sentiva perduto: le gambe gli diventavano molli e perdeva tutta la sua baldanza. Ecco perché Silverio Mazzella dell’America conosceva solo il mare, e le luci di New York le aveva viste solo da lontano. Poi, un giorno, accadde il fatto del gatto e Silverio Mazzella fu costretto dal destino a scendere a terra.
C’era un gatto sulla paranza, un gatto grosso e bigio che avevano battezzato Lasagna e mangiava teste di pesce e minestrone. Proprio come Silverio, Lasagna non aveva mai sentito l’America sotto le zampe.
Una volta era stato un gatto d’osteria: d’estate dormiva sotto la pergola, nel cavo di mezzo barile, e d’inverno si beava sotto il focolare della cucina grande di Ortensia. Poi, un giorno, lo trovarono dentro la teglia di lasagne del pranzo di nozze dell’Avvocato. Da questo brutto affare Lasagna guadagnò due cose: un pedatone che lo scaraventò per strada e il nome di Lasagna, proprio perché, quando Ortensia lo aveva pizzicato, si stava riempiendo la pancia con le lasagne del pranzo di nozze dell’Avvocato. Prima d’allora, infatti, non aveva avuto un nome e tutti lo apostrofavano con quel verso simile allo schioccare di un bacio con cui in tutto il mondo si chiamano i gatti, accompagnato dal tipico stropiccìo del pollice e dell’indice. Lasagna, dunque, divenne un gatto di strada e per ritrovare un rifugio non gli restò che andare a vivere su una paranza, ma questa, un giorno, prese la via dell’oceano. Fu così che il gatto Lasagna si ritrovò in America.
Durante la lunga traversata atlantica, Lasagna ritenne opportuno non mostrarsi in giro sul peschereccio e si limitò a trascorrere i suoi giorni nell’intercapedine di una paratia. Ogni tanto, una mano misteriosa gli metteva del cibo davanti a un comento sconnesso, da cui Lasagna allungava una zampa per tirarsi dentro filacce di lardo e spine di acciughe salate impastate con il pane bagnato.
Lasagna abbandonò la sua tana durante la prima notte nella baia di New York, mentre tutto l’equipaggio stava a guardarsi, muto e attonito, quello spettacolo di luci del “mondo nuovo” e Silverio Mazzella pensava a mezza voce:
“E’ più bello del presepe…”
Mentre gli uomini s’incantavano davanti a quella favola di magie, Lasagna uscì allo scoperto: puzzava di morchia e di cibo rancido, ma da quel momento divenne, di diritto, il gatto della paranza, con una ciotola di roba da masticare tutti i giorni. Lasagna non abbandonò mai la nave, neppure quando sarebbe bastato solo un piccolo balzo per saltare sulla banchina. Ci sono, comunque, dei meccanismi della natura che a volte producono effetti strani, quasi un collimare di misteriosi ingranaggi di una macchina complicata che induce il cervello a prendere certe decisioni inaspettate. Poi il cervello passa l’ordine al resto del corpo: gambe o zampe si mettono in moto e così, a volte, inizia un’avventura. Accadde proprio questo al gatto Lasagna e il fenomeno si allargò, di conseguenza, anche a Silverio Mazzella, secondo una dinamica di cause ed effetti che costituiscono l’assoluta normalità di quanto accade nel mondo e nella vita: c’è sempre, infatti, qualche cosa che genera un’altra cosa e questa un’altra ancora e… così via. E’ una questione di coincidenze e di combinazioni talmente incontrollabile che, seguita passo passo e a ritroso nelle sue varie tappe, riesce a spiegare come da un sassetto rotolato giù per una china possa essere scoppiata la guerra mondiale.
Quanto stiamo per raccontarvi è un fatto di proporzioni meno importanti: da una passeggiata del gatto Lasagna, infatti, avvenne che Silverio Mazzella scoprì l’America. Ecco, dunque, come accadde tutto ciò.
(continua)
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