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Onore agli uomini che chiusero la miniera

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 di Vincenzo Ambrosino

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Sandro Vitiello ha menzionato di una riunione tenutasi alle Forna  organizzata da Mario Balzano e Sandro Russo che aveva come oggetto la storia della miniera;   ricordava non solo la presenza ma anche l’intervento di uno degli eredi di quello scempio, presenza che per molti è suonata come portare sul luogo del delitto l’assassino.

Il Signor Pianigiani  ancora oggi lontano da quegli anni di ricatto e sudditanza ci parla con arrogante paternalismo.

Io non capisco come i Balzano  abbiano potuto sopportare queste farneticazioni del Sig. Pianigiani, proprio loro, che hanno avuto il potere di cambiare le sorti di Le Forna;  loro fornesi, hanno potuto agire concretamente per il riscatto sociale e politico di Le Forna, e questo è potuto avvenire perché la “piovra” era stata, nel 1976, sconfitta da uomini coraggiosi, onesti e lungimiranti.

Gli uomini della SAMIP  non solo distruggevano quotidianamente una parte dell’isola, ma avevano sradicato dalle loro case centinaia di ponzesi. Incredibile, un’isola dalle immense risorse paesistiche veniva divorata dalle ruspe della miniera. I fornesi dovevano respirare  fumi inquinanti e ammalarsi di silicosi.

Quale era lo stato d’animo  dei dirigenti della Samip quando incassavano proventi dalla distruzione sociale, ambientale e culturale di un paese?

Quale era la cultura politica e sociale di uomini che avevano i loro proventi nella distruzione ambientale e non nella conservazione e valorizzazione dell’ambiente? Grazie alla Samip “Vennero abbattute case, cancellati terreni coltivati, soppresse strade, vennero depennate colline”.

Nell’ultimo periodo, le operazioni con le ruspe avvenivano in più zone, in questo modo, apparentemente, si facevano sondaggi, escavazioni, ma era una strategia per creare disagio, insicurezza, sudditanza psicologica nella popolazione. “Dove avrebbero cominciato a lavorare domani, quali strade, quali case, quali famiglie avrebbero colpito?”!

Il potere era totale, perché la società Samip era protetta a livello ministeriale, a livello politico e militare. La Samip aveva conquistato non solo Le Forna, ma dominava tutta la vita sociale e politica, per cui economica dell’isola. I Camion spadroneggiavano fino nel porto, i tempi di lavoro e quelli del dopolavoro creavano una completa sudditanza culturale del popolo isolano.

Dice il Sign. Pagliarini, che la miniera aveva altri tre anni di vita! Infatti  quegli eroici ponzesi si chiesero: per fare che cosa? completare l’opera di distruzione?

Pianigiani ci parla della riconversione industriale prospettata dai dirigenti della Samip. Il progetto comprendeva: un porto a Cala dell’Acqua per il ricovero di grandi barche da diporto fornito di tutti i servizi in banchina (carburante, linee telefoniche, addetti all’attracco..), centro velico, centro subacqueo, alloggi nello stile delle case ponzesi con tutti i conforti e collegate con il ristorante ed i servizi in camera, campi da tennis, piscina, eliporto, casinò, pulmini con aria condizionata per i trasferimenti lungo tutta l’Isola e per finire strutture sportive e ricreative per i cittadini.

Gli uomini che sapevano solo trivellare, scavare, distruggere senza mai pensare, in vent’anni di sfruttamento, che magari quell’isola aveva una vocazione diversa, magari una vocazione turistica e non mineraria, ci spiegano che l’isola ha perso l’occasione.

Caro Pianigiani, l’isola è entrata in una nuova fase proprio dopo la cacciata della Samip.

Quella amministrazione eroica che ha chiuso la miniera ha fatto entrare l’isola nella storia, ha svincolato un paese che viveva succube di uno sfruttamento brutale e lo ha emancipato, l’ha reso protagonista del proprio futuro.

E in quel periodo che si è terminato l’iter del Piano regolatore generale, la Regione ha varato una legge con la quale si programmava e finanziava tutta una serie di strutture per la salvaguardia di una residenza stabile e per incrementare il turismo di massa.

Il Sig. Pianigiani racconta di  quando i giochi erano ormai fatti: “ricordo le parole premonitrici di mio padre: “Questo morto lo avrete sulla coscienza per almeno vent’anni …”. Né sono passati molti di più.

Quel morto ci ricorda chi è stato l’assassino, ci ricorda di un periodo terribile per la nostra piccola società, ci fa capire che distruggere è facile, costruire e molto più difficile. Ci fa capire che scegliere democraticamente la via più idonea, il progetto più opportuno che non sostituisca al danno la beffa è molto complicato.

Vede, tanti sono stati i progetti presentati in questi anni e tutti molto simili a quelli prospettati dagli uomini Samip, e tutti prevedevano un grosso investimento privato: vede, forse è proprio questo che ha bloccato le varie iniziative, perché i ponzesi dopo la triste esperienza con la Samip non vogliono essere colonizzati e resi di nuovo schiavi.

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