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Il viaggio di Babette

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di Sandro Vitello

 

Ringraziamo Sandro Vitiello che ha colto al volo l’invito a scrivere dei viaggi dei ponzesi. Categorie, paesaggi mentali e mondi sensoriali che ci portiamo dentro, messi a confronti con mondi altri…

La Redazione

Si può decidere un viaggio per rivivere le atmosfere di un film?

Si può.

Non ricordo se sia stato l’87 o l’88 ma in quel periodo venne messo in distribuzione un film a mio parere bellissimo: Il pranzo di Babette.

Un film scritto e diretto da Gabriel Axel e tratto da un libro di Karen Blixen; la stessa autrice di un altro libro diventato anche questo un bellissimo film con Meryl Streep e Robert Redford: La mia Africa.

Era un film che raccontava le vicende di una grande cuoca scappata dalla Francia, dove aveva rischiato la pelle in seguito ai moti rivoluzionari di fine ’800.

Va ad aiutare due sorelle zitelle, guide spirituali di una piccola comunità nell’estremo nord della Danimarca.

Piccole grandi storie, la passione per la grande cucina e atmosfere uniche ci mettono la voglia di partire per andare a visitare quei luoghi. Si decide e si va, nell’agosto del ’89.

Non sono posti dove si va normalmente.

In genere si va in vacanza in luoghi di turismo classico (mare, montagna ecc), in luoghi d’arte o in posti dalla natura ‘forte’ o con storie locali meritevoli di essere vissute.

Non si va in vacanza nell’estremo nord dello Jutland dove c’è ben poco da vedere; al massimo ci si passa per imbarcarsi verso la Norvegia.

Si parte da Milano in macchina e si punta verso la Svizzera.

È un sabato sera, fa un caldo boia e la macchina non c’ha il condizionatore.

Per fortuna all’epoca si amava viaggiare di notte.

Se vuoi sentire l’adrenalina crescere mentre prepari un viaggio, devi anche  costruire un percorso che accentui le  emozioni.

Partire la sera, quando le ombre diventano lunghe, aiuta a vedere con occhio diverso i luoghi noti che stai lasciando per andare a vedere nuovi posti.

Si parte, destinazione Lubecca, attraversando tutta la Svizzera e tutta la Germania.

Più di 1200 chilometri passando da Karlsruhe, città del sud della Germania alla quale eravamo particolarmente legati.

Ci eravamo stati, Luciana ed io, nell’ottanta.

Lei che era lì a perfezionare il suo tedesco, io che andavo a trovarla.

In quella cittadina ‘molto tedesca’ scoprii più di trenta anni fa che la spazzatura poteva essere considerata ‘un bene’: c’era la raccolta differenziata e c’erano addirittura i bidoni per separare il vetro bianco da quello colorato.

C’erano i tram che ‘parlavano’ e ti dicevano dove  eri arrivato e c’erano le vecchiette che ti urlavano dietro se attraversavi la strada fuori dalle strisce pedonali.

E c’era pure un barista stronzo che mi servì un bicchiere di latte ghiacciato, la mattina del mio primo solitario arrivo nella  stazione di quel posto, quando fuori c’erano dieci gradi sotto zero.

Non sapevo una parola di tedesco e credetti che Kalt potesse significare caldo.

A Karlsruhe ci rimanemmo il tempo di un’abbondante colazione.

Andammo a cercare la pensione dove eravamo stati ospiti un po’ di anni prima – solo per vedere se c’era ancora – e ripartimmo.

Si viaggiò tutto il giorno, attraversando una nazione che avremmo imparato a rispettare un po’ di anni dopo, quando fu capace di caricarsi sulle spalle le sue disastrate regioni dell’est, separate dalla seconda guerra mondiale e annientate da più di quaranta anni di ‘comunismo’.

Arrivammo a Lubecca in serata, un po’ stanchi ma felici di averla scelta come prima tappa di uno strano viaggio.

Avevamo scelto di alloggiare presso un bed & breakfast in pieno centro, a casa di un’anziana signora. Avevamo scoperto questa sistemazione attraverso l’ufficio turistico tedesco di Milano.

Oggi se si vuole fare una cosa del genere ci si mette davanti al computer, si seleziona la meta, si sceglie l’offerta, si manda una mail e in qualche ora sai già tutto.

Una volta, nel mondo pre-internet, si andavano a prendere i depliant nelle fiere turistiche o negli uffici di rappresentanza, si scriveva una lettera – le telefonate erano care – e si aspettava risposta.

I tempi per organizzare e ‘vivere’ una vacanza o un viaggio erano molto più lunghi.

Si gustava il tutto molto più a lungo.

La casa che ci ospitò era una dimora signorile; era la grande casa di un’anziana signora rimasta sola , dopo che i figli avevano messo su famiglia e dopo la scomparsa del marito.

Questa donna, per avere un po’ di compagnia affittava le sue stanze ad un prezzo irrisorio.

Ci preparava ricchissime colazioni tedesche, con l’uovo sodo tenuto in caldo da un cappuccio fatto all’uncinetto, con le marmellate di frutti di bosco della sua amica e con tanti piccoli dettagli che erano una festa in sé.

Ci consigliò i luoghi più belli della città e ci disse di andare assolutamente a Travemunde, la località balneare della città.

Che ci sarà di balneare in una spiaggia che si affaccia sul freddo mar Baltico?

Freddo anche in piena estate.

C’è tutto un mondo nuovo da scoprire.

Una per tutte: il mare è salute anche quando fa freddo.

I tedeschi, anche con il vento, se ne vanno in spiaggia e se ne stanno dentro dei capanni di vimini attrezzati pure con qualche coperta, a respirare l’aria del mare.

Si riparte a malincuore e si punta verso Copenaghen.

Non la faccio troppo lunga: città stupenda con tantissime piste ciclabili, attenzione verso i bambini quasi maniacale e tanti parchi.

Si va verso nord passando attraverso Legoland (patria dei mattoncini di plastica) e soprattutto si va ad Helsingor, nel castello di Amleto, di shakespeariana memoria.

La nostra meta, la ragione del viaggio, è pero nell’estremo nord della penisola dello Jutland, la terra dei Vichinghi.Si sale sempre verso nord  e si arriva a Hirtshals, importante porto che si affaccia sul mare del nord, dal quale partono le navi che vanno in Norvegia ma anche importante approdo per i pescherecci danesi.

Un porto perfettamente attrezzato dove scopro che il pesce può anche essere scaricato dalle navi con enormi tubi che aspirano direttamente il pescato nelle stive e lo portano negli impianti di lavorazione.

Il pesce ‘povero’ ovviamente, aringhe soprattutto.

Hirtshals deve tanta ricchezza ai suoi pescatori e per sottolineare questo legame ha organizzato un acquario marino bellissimo.

Non il solito acquario a uso e consumo dei turisti ma un acquario che racconta il suo mare, con i suoi pesci, dove il mondo dei pescatori viene presentato come esempio importante di rapporto tra l’uomo e l’ambiente.

Piano piano ci avviciniamo alla ‘ragione’ del nostro viaggio: Skagen.

Ci arriviamo in un pomeriggio bellissimo: un cielo pulito, perfetto e un’aria frizzantina che fanno vedere al meglio tutta la zona che attraversiamo. Spiagge bianche che si perdono all’infinito ne fanno una delle zone turistiche più frequentate del nord Europa.

Poche indicazioni chiare ci portano nella parte più antica della cittadina con le sue casette tipiche.

C’è qualcosa di autentico, di veramente antico nei luoghi che attraversiamo.

Tantissime abitazioni hanno all’esterno le rastrelliere dove lasciano essiccare i rombi e gli odori sono quelli tipici di un luogo di mare, un luogo di pescatori.

Una buona cena, qualche bicchiere di birra in più e all’uscita dal ristorante ci troviamo immersi nell’atmosfera del film.

Un cielo stellato e trasparente come non mai e dopo pochi passi ci ritroviamo intorno ad un pozzo al centro di una piazzetta antica.

Era la scena finale del film e noi ci stavamo dentro.

Era la ragione di quel viaggio e… ne valeva la pena.

 

Sandro Vitiello

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