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Su Ponza e sulla Fotografia (1)

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Testo di Renzo Russo. Foto di Antonio De Luca

 

Chi l’avrebbe mai detto che la macchina fotografica che mi mostrò Domenico Musco in quei primi anni romani, avrebbe influito così radicalmente sulle mie scelte di vita futura…

Ma andiamo con ordine… Domenico, già appassionato fotoamatore oltre che studente ISEF, mi fece vedere la sua Ricoh, una reflex acquistata tramite parenti americani, quando ancora abitava con Mario Balzano a poche centinaia di metri da casa nostra. In realtà era casa di mio fratello Sandro, ma una stanza la occupavamo Gennaro Di Fazio ed io.

I miei studi di Medicina avanzavano stancamente, molto stancamente, tanto che un’idea alternativa di occupazione futura cominciava a prendere forma sempre più insistentemente.

L’occasione si presentò quando Sandro mi parlò di un corso di fotografia organizzato dalla Regione Lazio per l’avviamento dei giovani al lavoro.

Mi iscrissi e nell’attesa che il corso cominciasse, coinvolsi Domenico per l’acquisto di un apparecchio fotografico che si scostasse da quelli banali, da fotografo della domenica. Ma i fondi erano abbastanza limitati e l’alternativa più percorribile era la classica Zenit da acquistare a Porta Portese, ai ‘banchi dei russi’.

Non convinto da questa soluzione, andammo in un negozio dove praticavano buoni prezzi e ne uscii con una splendida reflex Fujica 601.

Al Corso mi presentai abbastanza sprovveduto, ma sentivo che la fotografia era il mezzo giusto per potermi esprimere compiutamente.

Già al primo giorno di lezione notai una ragazza altrettanto timida e chiusa, anche lei alla ricerca di una nuova direzione di vita. Quella ragazza, Françoise, nel giro di pochi anni sarebbe diventata mia moglie…..

Ma torniamo al Corso di Fotografia: le lezioni si dividevano in teoriche e pratiche. Erano tenute da due fotografi che ben conoscevano i fondamentali e cercavano di infondere in noi il loro sapere fotografico. Le mattinate passate a fotografare in esterno avevano sempre un tema diverso sul quale basare le nostre foto, mentre quando restavamo in sede, passavamo gran parte del tempo in camera oscura, a sviluppare e a stampare.

Sebbene andare in giro per Roma fosse più divertente, il miracolo che avveniva in camera oscura era quasi da togliere il fiato. Forse chi non ha stampato con l’ingranditore non riesce a capire, ma vedere apparire un’immagine dal nulla, alla luce fioca della lampada di sicurezza, è un’esperienza quasi magica.

E’ uno dei tanti miracoli della fotografia, almeno di quella praticata nei tempi passati.

Quando finimmo il corso, avevamo un discreto bagaglio di conoscenze fotografiche e, mentre io entrai a lavorare quasi subito in un grande laboratorio fotografico di Roma, Françoise si iscrisse ad un altro corso triennale, più specialistico.

Medicina era ormai un lontano ricordo ed un nuovo mondo si apriva al mio sguardo, mediato stavolta da un apparecchio fotografico.

Devo dire che i primi sono stati i veri anni di ricerca, perché dovevo capire fino a che punto potevo spingermi con le conoscenze fotografiche acquisite.

Nei mesi estivi, a Ponza, trovai un valido confronto e un sodale in Antonio De Luca, amico/quasi fratello d’infanzia, anche lui appassionato fotoamatore autodidatta. Egli aveva iniziato con una Kiev, versione russa della Leica a telemetro, portatagli dal padre che navigava.

Insieme andavamo in giro per Ponza alla ricerca di scorci suggestivi da immortalare sulle nostre pellicole, soprattutto in bianco e nero. La notte poi, una volta che le rispettive famiglie erano andate a letto, le sviluppavamo e stampavamo, in una stanza attrezzata a camera oscura, sul mezzanino di casa sua, sulla via Nuova, dove prima abitavano anche i miei nonni; in questa maniera era più semplice avere il buio, senza dover oscurare tutte le fonti luminose. Certo, i risultati non sempre erano soddisfacenti dal punto di vista tecnico, ma era importante cominciare ad esprimersi per immagini.

Ma questo venne dopo; le nostre primissime esperienze in camera oscura le facemmo con Domenico Musco, che ne aveva attrezzata una nella casa dove abitava prima, a Sant’Antonio alta, sopra la Croce.

Ponza era un banco di prova abbastanza difficile, con tutte le case e i cortili bianchi, di quel bianco calce abbacinante, soprattutto d’estate. Ma eravamo inesperti e ancora non ci rendevamo conto che la fotografia è spesso un equilibrio tra tante variabili che danno poi vita al risultato finale.

Sempre Antonio mi ha ricordato particolari che avevo dimenticato… Delle nostre scorribande per vicoli e balze ventose – da sopra i Conti alla Montagnella, dagli Scotti alle Forna, sopra ai Cigli – a fotografare di tutto, ma soprattutto i volti della gente di Ponza. Adesso mi pare di ricordarli, quei volti e quelle immagini che affioravano galleggiando dalla bacinella del bagno di sviluppo.

Ci accompagnava spesso Patrizia Sandolo, che per essere figlia del Sindaco era ben più conosciuta di noi, soprattutto alle Forna. Poi anche a noi chiedevano “a chi appartenevamo” e rassicurati delle nostre credenziali ci concedevano una disponibilità totale.

Le persone, soprattutto gli anziani, cui chiedevamo di poter fare una foto, si mettevano a volte in posa, in atteggiamento di foto d’altri tempi, ma con una dignità rispettosa, quasi commovente…

Tenemmo anche una esposizione-mostra delle nostre foto nei locali della Pro-loco, addirittura con i manifesti per strada ad annunciare l’evento. E vendemmo pure delle foto, in quell’occasione… Antonio mi ha detto di averne ritrovato qualcuna, delle nostre, nei piccoli ‘santini’ del cimitero,  sulle lapidi.

Renzo Russo

 

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