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Noi, che giocavamo a Monòpoli

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di Luisa Guarino

 

La Controra non ci faceva paura. Sì, di quella vecchia vestita di nero che secondo mamme e nonne si aggirava d’estate dopopranzo per strade e vicoli dell’isola, pronta a ghermire i ragazzini che non facevano il pisolino pomeridiano, francamente ce ne infischiavamo. E approfittando dell’assenza di mamma e papà, dopo aver pranzato con nonna Fortunata e zia Concettina nella loro casa di Via Roma, che era insieme osteria (Il rifugio dei naviganti) e abitazione, salivamo a casa nostra, sulla Parata, per dormire. Ma che vuoi dormire? In quegli anni avevamo la fissa del gioco del Monòpoli, che peraltro avrebbe resistito anche parecchio dopo, così, approfittando appunto di non essere controllati, io e mio fratello Silverio invitavamo i nostri amici più cari: Franco Zecca, Sandro Russo, Fausto Capozzi, Mimmo Annella (‘importato’ da Napoli in quanto nipote acquisito di zio Dario Coppa), e tutti della zona. Ognuno aveva il suo segnaposto fisso: se non sbaglio quello di Sandro era la paperella. Attorno al grande tavolo della sala da pranzo trascorrevamo imperterriti ore ed ore intenti al gioco, quasi senza aria e senza luce, perché socchiudevamo le imposte del balcone affinché il rumore delle nostre dispute non arrivasse alla casa accanto, affittata ai turisti (che all’epoca avevano anch’essi la balzana idea di fare il riposino pomeridiano). Non sempre però riuscivamo a contenerci, cosicché ogni tanto qualche urlo dei vicini ci arrivava tra capo e collo, proprio tra Largo Augusto e Parco della Vittoria. Così qualche pomeriggio, non proprio fresco come succedeva d’estate, sempre, quando eravamo bambini, poco dopo le due, raccogliendo l’invito della cuginetta Italia (Fisone, da Verona, che stava sugli Scotti a casa di nonna Titina ‘int ‘i palette) salivamo da lei percorrendo la scalinata dietro l’Hotel Bellavista e il cosiddetto Casino. Una volta sugli Scotti, godevamo di parecchi vantaggi: la location era la cosiddetta ‘grotta dei conigli’, fresca e profumata d’erba, un po’ isolata e distante da case abitate. Non potevamo desiderare di meglio e lì potevamo davvero dare il meglio di noi. Ricordo, e non posso trattenere un sorriso anche a distanza di tanto tempo, la guerra per chi doveva tenere la cassa, molto ambìta da qualche maschietto perché così poi poteva rifornirsi di banconote senza dare nell’occhio. Non si fidavano uno dell’altro, tant’è che alla fine il compito toccava sempre a me, maggiore tra le femmine. Così si poteva giocare tranquilli: ero integerrima e inflessibile.

 

Luisa Guarino

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1 commento per Noi, che giocavamo a Monòpoli

  • Giacomo Trombetta

    Brava LUISA nel raccontare i ghiochi di gioventu’

    Noi a PONZA venivamo piu’ raramente e d’estate abitando a Latina nelle case dell’INCIS avevamo lo stesso problema perche’ dalle ore 14,00 alle ore 16,00 c’era il divieto di giocare nel cortile sempre per il benedetto PISOLINO.

    Ma nessuno lo rispettava e pertanto ci trovavamo nel cortile per giocare alle birille , con i tappi delle bottiglie e con le figurine con il sottofondo delle cicale che non mancavano mai

    Un caro saluto a te e tuo fratello

    Gianfranco Trombetta

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