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2009-07-15_19-22-39 2009-07-21_19-27-26 a4-36 l-13 b-01 Ritrovamento della parte muraria del vecchio porto romano

L’affermazione della Repubblica, a Ponza, nel 1946

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di Gino Usai

Terminata la guerra in una splendida giornata d’Aprile, l’Italia si leccava le ferite e pensava al suo futuro. I partigiani e le forze democratiche di liberazione, insieme all’esercito, avevano di fronte un compito immane: dare dignità e consistenza ad una nuova nazione, far rinascere lo stato dopo lo scompiglio della guerra, ricostruire un’identità nazionale.

Anche Ponza lentamente si avviava alla ricostruzione morale e civile del proprio tessuto sociale. Rientravano i militari dal fronte, si contavano i morti, si sanavano le ferite, fisiche e morali. Le condizioni di vita nell’isola restavano difficili, i collegamenti precari, i mari ancora infestati da mine. Solo il 30 novembre del 1945 la SPAN con il piroscafo “Regina Elena” ripristinò la linea col continente e la vita poté riprendere. I pescatori tornarono a mare, i contadini a coltivare la terra, gli operai nel duro lavoro della miniera. Il parroco Dies riprese i lavori di ampliamento della chiesa della SS. Trinità, iniziati il 21 giugno del 1940, “senza fondi e col solo sostegno della fede di tutti i buoni Ponzesi, ci accingemmo all’audace impresa”. Furono impiegati cinquantamila blocchi di tufo estratti dalla cava del Bagno Vecchio e , scrisse ancora Dies: “Il popolo, al suono della campanella, sull’imbrunire, seguiva in massa il parroco che lo precedeva con l’esempio nel trasporto a spalla del materiale accumulato sulle banchine”. Questa coralità nel ricostruire la chiesa sembrava la metafora di un popolo intero che si rimboccava le maniche proiettandosi verso un futuro di prosperità e coesione.

Nella primavera del 1946 il popolo italiano, liberato dall’oppressione, venne chiamato nuovamente alle urne, dopo la parentesi del Ventennio. Le forze di Liberazione indissero un referendum per chiedere all’intero corpo elettorale di scegliere quale forma di stato doveva darsi la nuova Italia nata dalla Resistenza: conservare la Monarchia compromessa con le atrocità del regime fascista o voltare pagina e far nascere una nuova e più moderna forma di stato, la Repubblica? Ebbero diritto di voto tutti gli italiani maschi che avessero compiuto 21 anni e per la prima volta nella storia del nostro Paese le donne. E tra queste donne le nostre mamme, le nostre nonne.

Ma il primo incontro con la libertà e la democrazia il popolo di Ponza lo ebbe domenica 7 Aprile quando si votò per l’elezione del Consiglio Comunale, che nella seduta del 14 (domenica delle Palme) elesse Sindaco Giuseppe Di Monaco, che aveva già guidato l’isola nei difficili anni della guerra. Nel suo discorso d’insediamento il sindaco disse:

La nostra Amministrazione sarà anzitutto strumento di pace e di concordia, improntata al metodo di ricondurre il popolo ad amare ed a onorare se stesso.

Esigeremo da tutti indistintamente il rispetto incondizionato alle leggi che ci governano (…)

Tutte le nostre cure, tutti i nostri sforzi saranno rivolti all’incremento ed alla prosperità del Paese, (…) ascolterò il grido di dolore e di angoscia del povero, del derelitto, dell’infelice, e nella misura più equa, più giusta, più ragionevole mi accingerò a lenirlo e a difenderlo.

Ascolterò il giusto reclamo del proletario e del borghese e per essi mi sarà di norma costante e di guida infallibile la giustizia.

Signori!

Nell’accettare la carica di Sindaco, non fui mai guidato da orgoglio, né da mal celata cupidigia, di tornaconto personale in quanto che essa non aggiunge valore di nessuna specie alla mia, per quanto modesta, altrettanto rispettabile posizione sociale ed economica.

Un solo pensiero è fiso nella mia mente, una sola speranza mi guida e mi sorregge, quella di vedere la mia terra pacificata negli animi dei suoi abitanti e vederli forti, felici e prosperosi.

Con tali sentimenti, con questi auspici e con gli auguri più vivi, permettetemi che io oggi apra il varco al mio periodo sindacale, pregando tutti Voi a volerlo suggellare con grido unanime fatidico di: Viva l’Italia – Viva Ponza.”

Il 2 giugno 1946, gli italiani vennero nuovamente chiamati alle urne per il referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e per l’elezione dell’Assemblea costituente

A Ponza si aprì la campagna elettorale con il suo profumo primaverile di ginestre e di libertà. Dopo tanti anni di educazione alla deferenza e al rispetto indiscutibile dell’autorità dei sovrani reali non era facile cambiare sentimenti. La Regina Elena era molto amata dal popolo e i bambini erano cresciuti con il ritratto del Re e del Duce nelle aule. Non era semplice cambiare e scegliere il nuovo che non si conosceva.

Si allestirono i seggi e il 2 e il 3 giugno si andò al voto. Il 10 giugno, alle ore 18:00, nella Sala della Lupa a Montecitorio, la Corte di Cassazione diede lettura dei risultati del referendum così come gli erano stati inviati dalle prefetture: la Repubblica ottenne 12.717.923 voti, la Monarchia 10.719.284.

A Ponza la gente non era avvezza all’esercizio del voto. La scheda elettorale era unica e presentava sul frontespizio, a sinistra, l’emblema della Repubblica (la testa di un’avvenente donna, allegoria dell’Italia, cinta di corona turrita) e a destra quello della Monarchia (con la corona e lo scudo dei Savoia); bisognava scegliere uno dei due emblemi segnando col lapis una croce. Nella propaganda elettorale i monarchici per non far confondere i propri elettori dicevano di votare “ ’n capo a’ Reggina”, per intendere l’emblema della Corona Monarchica. Ma qualcuno si confuse scambiando la testa della regina con quella Repubblica. Certamente non fu questo il motivo che decretò la netta vittoria della Repubblica con 1376 voti (58%) contro i 980 della monarchia. Fu un voto eccezionale quello di Ponza, di cui bisogna ancora oggi menare vanto. Si pensi che nel sud della provincia di Latina la monarchia vinse in tutti i comuni, ad esclusione di Fondi, Itri, Campodimele e Ponza. A Ventotene la monarchia vinse con 449 voti contro 110 della Repubblica.

I ponzesi cominciavano ad assaporare il gusto dolce della libertà. Le nostre nonne, le nostre mamme,  avevano visto le confinate provenienti dal nord passeggiare per le vie del corso; donne perbene che esprimevano voglia di emancipazione e di libertà; le avevano invidiate, apprezzate e sostenute, benché in silenzio, con piccoli gesti, con schivi sorrisi e a  volte con aiuti concreti; ora ne capivano il valore e il coraggio. Parliamo di donne come Camilla Ravera, Cesira Fiori, Lea Giaccaglia, Nella e Maria Baroncini e tante altre. Donne che dopo il confino continuarono la lotta per la Liberazione e per quell’Italia nuova che adesso le chiamava al voto. Forse ora capivano meglio chi erano quelle confinate, quelle eroine silenziose e forti, determinate e vincenti.

Il 2 giugno insieme al referendum si votò anche per eleggere i componenti dell’Assemblea Costituente, che aveva il compito di  redigere la nuova Carta Costituzionale.

Tra i 556 eletti, ben 25 erano stati confinati a Ponza, tra loro Luigi Longo, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giuseppe Romita, Mauro Scoccimarro, Umberto Terracini e Leo Valiani. Furono loro che elaborarono la nostra Carta Costituzionale, una delle più belle al mondo, che ha permesso all’Italia di essere punto di riferimento tra le nazioni.

E tra i Padri Costituenti, per nostro orgoglio e vanto, vi fu anche un ponzese, il dott. Ezio Coppa, professore universitario di medicina del lavoro, figlio di Giovanni e della famosa maestrina Gabriella Moriondo.

Ezio Coppa venne eletto nelle liste del partito di Guglielmo Giannini chiamato  “Fronte dell’Uomo Qualunque” che riuscì a portare nell’Assemblea ben 30 deputati. Ponza deve essere orgogliosa di aver dato all’Italia un padre costituente. Anche lui meriterebbe un riconoscimento che l’isola non gli ha mai dato.

Il 4 giugno 1946, alle 18,45 il ministro dell’interno, il socialista Giuseppe Romita comunicò i dati non ancora definitivi relativamente al referendum popolare, che sancivano la vittoria della repubblica.

Giuseppe Romita era stato confinato a Ponza. Il 16 novembre 1926, fu arrestato come dirigente socialista e condannato a cinque anni di confino per attività contraria al regime
e mandato prima a  Pantelleria, poi a Ustica e infine, nell’agosto del 1928, trasferito a Ponza insieme a Bordiga e a tanti altri. A Ponza i confinati avevano l’obbligo di trovarsi un lavoro. Romita era ingegnere e chiese al Comune di Ponza l’autorizzazione ad esercitare la professione, ma il Comune faceva fatica a concedergli questo diritto. Lo si evince da due lettere (rinvenute casualmente da me negli anni Ottanta in una discarica a Ponza) che Romita invia al Podestà del Comune di Ponza datate rispettivamente 15 e 26 agosto 1929; in quest’ultima si legge:

“(…) In risposta alla lettera della S.V. Ill.ma del 21 corrente agosto faccio innanzi tutto le mie riserve circa la competenza della locale Commissione Edilizia ad interpretare una legge, essendo le di lei mansioni limitate (come da art. 111 Regolamento 297 approvato con R. Decreto 12 febbraio 1911) all’applicazione del Regolamento Edilizio, le cui norme concernono solamente la tecnica, l’igiene e l’estetica delle costruzioni e dell’abitato. Allo scopo poi d’evitare ulteriori ritardi, danni per me e per i miei clienti, pur riaffermando che non occorre l’iscrizione all’albo, e che esso sarà solo ufficialmente costituito col 30 prossimo novembre, mi pregio far sapere che, come da conferma or ora ricevuta: io sono regolarmente iscritto all’albo di Torino al numero d’ordine 816.

Ciò essendo prego la S.V.Ill.ma a dare sollecito corso ai miei progetti da tempo giacenti presso codesto uffico di Segreteria.

Con osservanza,

Ing. Romita Giuseppe”

Non dovrà attendere risposta dal Comune, perché dopo pochi giorni, nel mese di settembre, Romita ottenne la liberà condizionata e tornò a Torino, dove riprese l’attività antifascista. Ma gli toccheranno ancora carcere, confino ed esilio. Nel luglio del 1944, dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati, Romita fu nominato vice presidente della Camera dei deputati. Nel giugno del 1945, divenne ministro dei Lavori pubblici nel governo Parri e a dicembre dello stesso anno ministro dell’Interno nel governo De Gasperi. Sarà lui, in questo ruolo, a gestire la difficile e delicatissima fase delle elezioni del 1946 e del drammatico passaggio dalla monarchia alla Repubblica e a dare la notizia, in una conferenza stampa convocata il 5 Giugno, dei voti definitivi.

Ma solo il 18 giugno fu possibile proclamare la vittoria della Repubblica di cui domani festeggiamo il 65° anniversario.

Nel luglio del 1946, nel secondo gabinetto De Gasperi, divenne ministro dei Lavori pubblici.

Nel maggio del 1956 Totonno Scotti, socialista, divenne sindaco di Ponza e invitò Giuseppe Romita, in quel tempo nuovamente eletto ministro dei Lavori Pubblici, in visita ufficiale nell’isola che lo vide confinato. Romita trovò il tempo di venire a Ponza e Totonno lo omaggiò come meglio poté. Lo accompagnò per le vie del centro ricordando al ministro i luoghi del confino e i negozi dove andava a fare la spesa. Infine il sindaco gli chiese di aiutare Ponza e Romita s’impegnò a dare una mano, ricordandosi della magnanimità dei ponzesi al tempo del confino. Grazie a lui alcuni importanti locali demaniali divennero proprietà del Comune, come i Cameroni, dove successivamente verranno ricoverate le scuole elementari e medie. Non poté fare molto di più perché la sua permanenza in quel gabinetto si concluse pochi mesi dopo, nel maggio del 1957, e la sindacatura di Totonno ebbe durata ancor più breve. Ma intanto la storia entusiasmante della Repubblica Italiana era già cominciata.

Buon Compleanno, Italia!

1956 - Giuseppe Romita appena giunto a Ponza accolto dal Sindaco Totonno Scotti e dalla Giunta Comunale

Gino Usai

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