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Le colpe dei padri

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di Gino Usai

Caro Franco De Luca,

il racconto della Prima Comunione di Anna Maria è pura poesia. La poesia di un mondo primitivo che è quasi scomparso.

Ancora oggi i bambini fanno la Prima Comunione (che per molti è anche l’ultima) ma mi sembra che lo facciano con altro spirito e altra predisposizione. L’approccio stesso col grande evento non è più lo stesso. L’Eucarestia con difficoltà viene percepita come il vero corpo e il vero sangue di Cristo. Per tanti è un rito sociale da mantenere, perché così fan tutti. Per altri una sorta di iniziazione alla società civile, con tanto di fastoso banchetto al ristorante e regali costosi. Ma l’incanto religioso mi sembra ormai ridotto al lumicino.

Caro Franco, forse siamo stati poco generosi nei nostri giudizi sulla Chiesa. Non me la sento di dire che non ci ha dato nulla sul piano dei valori.

Noi a Ponza abbiamo avuto una Chiesa molto attiva e molto attenta ai bisogni della popolazione e all’educazione giovanile. Negli anni Cinquanta e Sessanta era attivo un Orfanatrofio con una presenza cospicua di suore che d’estate accoglievano numerose colonie marine provenienti dal continente. Tutti bambini di famiglie povere che venivano gioiosamente in vacanza a Ponza, per lunghi periodi; decine e decine di bambini rallegravano l’isola con la loro presenza, in un tempo in cui il turismo era ancora contenuto e rispettoso. Anche molte mamme di Ponza affidavano i loro piccoli alla colonia marina. Tutti i bambini frequentavano l’Asilo Infantile gestito dalle suore, dove imparavano a stare insieme e a diventare comunità.

Ricordo che quando uscivamo dalla scuola, andavamo dalle suore a fare il refettorio. In dono ci davano un bel pacco di latte in polvere che faceva la gioia nostra e di tutta la famiglia. Certo, nell’educare i bambini non usavano il metodo Montessori, i tempi erano ben più duri di oggi; ma i bambini erano educati al rispetto dei ruoli e dell’istituzione.

La prima televisione a Ponza l’abbiamo vista nella Sala Parrocchiale, una CGE comprata dal parroco per intrattenere la gioventù. La Sala era gestita dai giovani dell’Azione Cattolica (nel 1958 l’A.C. contava ben 152 iscritti tra maschi e femmine) e anche lì si imparava la gerarchia dei ruoli e il rispetto delle attività comuni. Non c’è più stata a Ponza (neanche nei partiti) una struttura sociale paragonabile all’A.C., di cui oggi si sente la mancanza, perché i giovani sono allo sbando totale, privi di validi e sani punti di riferimento.

Fu l’A.C. a organizzare le prime gite fuori Ponza. Memorabile quella fatta a Trisulti nell’estate del 1958, quando il parroco portò un limitato gruppo di giovani in ritiro spirituale nell’Abazia. Una gita che segnò profondamente quei giovani.

Sempre in quell’anno uscì il primo giornalino della storia dell’Isola: un bimestrale redatto dal nostro parroco stampato nella tipografia di Casamari intitolato “San Silverio di Ponza”. Nel numero di aprile si legge: “In onore di S. Silverio quest’anno vogliamo costituire un fondo necessario a mantenere in continente, presso l’Istituto Nautico il migliore dei nostri giovani studenti (…) Parola d’ordine sarà: “Una batteria in meno e un’opera buona in più!” Ciò farà riflettere anche le Autorità competenti giacché lo sforzo d’un popolo è motivo di legittimo orgoglio per chi lo governa”.

Il primo pallone di cuoio l’ho conosciuto sul piazzale della chiesa, la domenica mattina prima che la campanella ci chiamasse tutti in chiesa per la messa.

Alcune sere il parroco Dies, in gran segreto,  si aggirava avvolto nella  zimarra tra i vicoli del paese e s’infilava in qualche casa a portare conforto alle anime sofferenti, ove spesso lasciava un obolo. Quello stesso parroco che nell’inverno del 1943, quando Ponza nel pieno della guerra moriva di fame, organizzò un Comitato denominato “Opera S. Silverio” che aveva lo scopo di raccogliere tutti gli oggetti che i cittadini bisognosi intendevano alienare, anticipando loro quelle somme necessarie per i più urgenti bisogni della vita e sottrarli così alle grinfie di uno sparuto gruppo di speculatori senza scrupoli che prendevano oro in cambio di viveri al mercato nero.

La Chiesa ci ha insegnato il rispetto per i genitori e per gli anziani, l’amore per il prossimo e la fede nei santi. Ci ha insegnato a non abbandonarci nello sconforto ma a credere in S. Silverio e a chiederne l’aiuto nei momenti di difficoltà. Quella fede nel Santo Patrono che ancora oggi resiste e che ci ha resi comunità intorno all’unico elemento in grado di unire i ponzesi. Ci ha accompagnati nella nascita con battesimo, assegnandoci un padrino e una madrina, rafforzando ed estendendo così i rapporti nella comunità. Ci ha confortati nell’estremo commiato dalla vita. Ci ha insegnato ad essere comunità, civile e responsabile. La Chiesa ha fatto cose che la politica non riusciva neanche ad immaginare. Si è fatta Stato laddove lo Stato era clamorosamente assente.

Avremo tempo e modo di parlare anche dei limiti e dei difetti della Chiesa e del furore anticomunista di Dies.

Caro Franco, sono convinto che quello che ci ha dato la Chiesa un tempo non era soltanto “cornice”, ma sostanza. E se ne vedevano i risultati in termini di formazione morale, prima ancora che civile. E non c’è tessuto civile che tenga senza una salda educazione morale.

Ora i tempi sono cambiati, la società si è “evoluta” e quel mondo descritto da Anna Maria sembra tramontato. Non si crede più in nulla, nella società edonista non c’è più spazio per la fede. Ma la fede, come scrive Gianfranco Ravasi sul Corriere della Sera di ieri, viene trasmessa dai padri che sono “i primi maestri della fede” e citando il Salmo 78,3-8 dice: “Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, narrando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie da Lui compiute…perché le conosca la generazione futura, i figli che nasceranno. Essi poi si alzeranno a raccontarle ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia…”

Le cose sono cambiate quando i padri hanno smesso di trasmettere ai figli il ciclico messaggio di fede e di salvezza, interrompendo quella “catena viva e ininterrotta – come dice ancora Ravasi – sorretta dal Dio Creatore e Salvatore”.

Mi sembra quindi di poter dire che oggi i padri abbiano più responsabilità della Chiesa nella mancata trasmissione dei valori.

Abbiamo così costruito una società piena di diritti (al divorzio, all’aborto, al fine vita, alla manipolazione embrionale, ai matrimoni intesi come contratto civile, ecc.) ma senza Dio, ossia senza speranza. L’uomo moderno pensa di poter fare a meno di Dio e di trovare la felicità nel danaro e nel successo mondano, nella carriera e nella finanza. E insegna ai bambini a crescere in fretta e a non attardarsi in ingenuità infantili, perché la nostra società, quella della competizione, dell’arrivismo, del “merito”, non ammette tentennamenti, pena l’insuccesso e la mortificazione. Insegniamo ai nostri figli  ad essere competitivi fin da piccoli per addestrarsi alla dura palestra della vita, che lascia indietro e schiaccia i più deboli. E anche la scuola contribuisce ad alimentare il mito della competizione e dell’affermazione a tutti i costi. Non c’è mai spazio per la riflessione e per la meditazione. Tutto in fretta, tutto organizzato, tutto meccanicistico.

Scrive John Waters, uno dei giornalisti e commentatori più apprezzati a Dublino: “C’è qualcosa di sbagliato nella nostra cultura se consente a qualcuno di rivendicare come razionalità superiore una interpretazione della realtà basata solo sullo scetticismo, sul pessimismo, sul cinismo e sulla disperazione. Ogni giorno questo rumore di fondo culturale schiaccia l’individuo in cerca di una via per esprimere la sua dimensione infinita. Il risultato è una popolazione che ha fame di qualcosa che non sa più esprimere, avendo perso le parole con cui sperare”.

Caro Franco, forse proprio la mancanza di ossequio all’autorità familiare e all’autorità religiosa hanno fatto venire meno – come tu scrivi – “il principio del “rispetto per l’altro”, per “l’eguaglianza a dispetto della differenza economica”, della “dignità” in quanto essere vivente”.

Oggi viviamo una generazione edonista che oltre ad essere naturalmente parricida, ha distrutto ogni forma di autorità abolendo la figura del “maestro”, sostituendola con la presunzione e l’arroganza di un gretto egoismo che può portare solo al disfacimento dell’individuo e della società.

Ma siccome sono un uomo della speranza, e confido fortemente nella forza evocativa della parola, sono convinto che nuovamente nascerà nei bambini l’ingenuità e la purezza e torneranno a cantare, anche a Ponza: “Io son cristiano: dal sacro fonte un’onda pura scese su me!”

Ma solo se saremo noi adulti i primi a credere nel cambiamento.

 Gino Usai

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