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Poesia. Il Cimitero Marino, di Paul Valéry

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di Silverio Tomeo

Bella la sezione sul mare, ben aperta con i versi di Baudelaire (forse andava messo di chi era la traduzione…).

Il mio contributo sta nella mia versione metrica e poetica, ma abbastanza fedele alla lettera del testo originale, che feci qualche anno fa, come esercizio privato, del poemetto di Paul Valéry, che è inedita, anche se ne ho regalato una copia ad Antonio Prete, letterato e leopardista salentino, abbastanza noto, traduttore di Baudelaire (e così di altri poeti) per la Feltrinelli.

Aggiungo le due immagini reperite sul web relative al cimitero marino in cui riposa Valéry, il cimitero di Séte in Francia, costa Sud, Mediterraneo.

Questa è una mia traduzione metrica inedita in endecasillabi del poemetto di Paul Valéry del 1920, ho mantenuto le rime e quando non ho potuto le ho sostituite con assonanze e consonanze, in omaggio alla struttura in sestine “chiusa” del testo originale di cui in italiano esiste tutta una lunga tradizione di versioni più o meno fedeli che già valgono, spesso, come interpretazione di un testo riflessivo, meditativo, adagiato sui respiri stessi del mare. Ad esergo di questo suo poema marino, Valéry metteva questi versi di Pindaro, di cui riporto la traduzione di Beniamino Dal Fabbro, uno dei traduttori storici del poeta e letterato francese.


Anima mia, non desiderarti vita

immortale, ma pòniti a opere che

ti sia dato compiere.

Pindaro,  Pitiche, III

Il Cimitero marino

 

Questo tetto tranquillo, ove colombe

vanno, tra i pini palpita e le tombe;

meriggio il giusto compone di fiamma

il mare, il mare, sempre in sé rinato!

Dopo un pensiero sei ricompensato

guardando a lungo degli dei la calma.

 

Che lavorìo di lampi che consuma

tutti i diamanti di sottile schiuma,

e quale pace sembra ora accadere!

Se sull’abisso il sole si rafferma,

opere pure d’una causa eterna,

scintilla il Tempo e il Sogno è il tuo sapere

 

Saldo tesoro, ampio tempio a Minerva,

massa di calma, evidente riserva,

acqua accigliata, occhio che trattiene

tanto sonno su un velo che si è acceso,

o silenzio!… Nell’ anima una casa,

ma colmo d’oro, tetto senza fine !

 

Tempio del Tempo, chiuso in un sospiro,

col mio sguardo marino tutto in giro,

salgo e mi abituo al punto in cima puro;

come agli dei le offerte mie supreme,

lo scintillìo dissemina sereno

un disprezzo sovrano e duraturo.

 

Come il frutto che piacere diventa,

come muta in delizia la sua assenza

entro una bocca ove la forma muore,

aspiro il mio futuro fumo e canta

adesso il cielo all’anima consunta

il mutare delle rive in rumore.

 

Bel cielo, cielo vero, adesso cambio!

Poi tanto orgoglio e tanto oziare strambo

ma pieno di potere, al luccicare

di questo spazio cedo e vola via

sulle case dei morti l’ombra mia

che mi ammansisce al fragile suo andare.

 

L’anima esposta ai fuochi del solstizio,

ti sostengo ammirevole giustizia

della luce crudele e sempre armata!

Pura ti rendo al tuo posto d’inizio:

guardati!… Rendere la luce è indizio

di una mesta metà d’ombra celata.

 

Oh per me solo, in me stesso soltanto,

dove sorge il poema, a un cuore accanto,

aspetto qui tra vuoto e evento puro

l’eco della grandezza mia interna,

amara, oscura, sonora cisterna,

suono cavo nell’anima il futuro!

 

Sai tu, falso recluso dal fogliame,

golfo nutrito dalle sbarre grame,

sugli occhi chiusi, segreti splendenti,

qual corpo alla sua pigra fine attira,

qual fronte a questa terra d’ossa tira?

Qui pensa una scintilla ai miei assenti.

 

Sacro frammento terrestre, di ardore

immateriale, offerto allo splendore.

Piace qui il luogo arso di fiamme, forme

d’oro, di pietre, alberi cupi e tanto

marmo che trema su tante ombre, intanto

fedele il mare sulle tombe dorme.

 

Splendida cagna, l’idolatra via!

Se con sorriso da pastore avvio

al pascolo montoni misteriosi,

dal bianco gregge di tranquille tombe

allontana le prudenti colombe,

i sogni vani, gli angeli curiosi!

 

L’avvenire è pigrizia, qui arrivato.

L’insetto netto gratta entro il seccato;

tutto è bruciato, sfatto, in aria unito

a non so bene qual severa essenza…

Vasta è la vita e tanto ebbra d’assenza,

spirito chiaro, l’amaro è addolcito.

 

La terra cela bene i morti, al caldo,

e qui il loro mistero va seccando.

Alto il meriggio, senza movimento,

in sé si pensa e a se stesso conviene…

Testa completa e perfetto diadema,

in te sono il segreto cambiamento.

 

Non hai che me per sedare i timori!

I miei dubbi, il pentirmi, i miei rigori,

difetti del tuo grande diamante…

Ma nelle notti pesanti marmoree,

vago un popolo alle radici arboree

ha preso la tua parte lentamente.

 

Si sono fusi in un’assenza spessa,

bianca specie presa da argilla rossa.

Il dono della vita ai fiori è giunto!

Dove le arti, le frasi familiari,

e le anime dei morti singolari?

La larva fila dove nasce il pianto.

 

Strilla acute di fanciulle eccitate,

gli occhi, i denti, le palpebre bagnate,

il seno bello che gioca col fuoco,

sangue  brilla su labbra che si arrendono,

gli ultimi doni che dita difendono,

tutto sotterra, rientra nel gioco!

 

E tu speri, anima grande, in un sogno

senza questi colori di menzogna

che a occhi di carne fanno onda e oro qui?

Canterai quando sarai vaporosa?

Tutto va! La mia presenza è porosa,

la santa impazienza muore così!

 

Magra immortalità nera e dorata,

consolatrice orribilmente ornata,

che della morte fai seno materno,

bella menzogna, via d’uscita pia!

Chi non conosce e non li scaccia via,

quel cranio vuoto e quel ridere eterno!

 

Padri profondi, teste inabitate,

che sotto il peso di tante vangate

siete la terra che i passi fa errare;

vero affamato, il verme mai smentito,

non è per voi sotto il legno assopiti,

ha vita propria e non mi lascia andare.

 

Amore, forse, o un odio di me stesso?

Il suo dente segreto mi sta appresso,

per lui ogni nome sembra conveniente.

Che importa! Vuole, sogna, vede, ha il tatto,

la mia carne gli piace, anche nel letto,

vivo già appartenendo a quel vivente!

 

Zenone ostile! Zenone Eleata!

Mi trafiggi con questa freccia alata

che vibra, vola, ma non sta volando!

Mi forma il suono e la freccia mi fruga!

Ah il sole!… L’ombra della tartaruga

nell’anima, sta fermo Achille andando!

 

No, no!… In piedi! Nell’era successiva!

Rompi, corpo, la forma riflessiva!

Bevi, petto, la nascita del vento!

Una frescura dal mare esalata,

mi rende l’anima… O forza salata!

Su, alle onde che balzano viventi!

 

Gran mare di deliri ben dotato,

mantello di pantera perforato

da mille e mille idoli solari,

idra assoluta ebbra di carne blu,

la coda mordi luccicante tu

in un tumulto al tuo silenzio pari,

 

s’alza il vento!… Tentiamola la vita!

Apre e chiude il mio libro aria infinita,

l’onda tra rocce in polvere si scheggia!

Volate via, pagine abbagliate!

Onde, irrompete e d’acque rallegrate

il tetto calmo ove il fiocco beccheggia.

 

Paul Valéry



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