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Le sette penne della mia Quaresima

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di Luisa Guarino

 

Oggi è la prima domenica di Quaresima.

Sicuramente tra i lettori di ponzaracconta c’è chi ricorda questa tradizione, e forse anche chi ancora la mantiene in vita. Nella mia famiglia questo accade, nel ricordo dei nostri cari che ce l’hanno fatta conoscere e amare, e che oggi non ci sono più.


A Ponza la fantasia popolare personifica concetti astratti e momenti delle stagioni e dei giorni. Basta leggere quanto scrivono gli studiosi di storia e usi e costumi isolani, per rendersene conto: Ernesto Prudente, Franco De Luca, Luigi Sandolo e altri.

Accade così che le ore estive dopo pranzo siano raffigurate dalla Controra, che nell’immaginario popolare è una vecchia vestita di nero pronta a ghermire i ragazzini che invece di fare il pisolino giocano in strada; le minacciose trombe d’aria che s’innalzano dal mare sono i’ code i’ Zefer’ (in italiano: ‘Le code di Zefiro’).

Non si sottrae a questa usanza il periodo che precede Pasqua, la Quaresima: il lasso di tempo che precede la festività di Pasqua, a Ponza infatti è personificato da una sorta di bambola di pezza, ‘Quaresima’ appunto, nata molto tempo prima di Barbie & Company, e oggettivamente parecchio più brutta. A partire dalla prima domenica del periodo quaresimale questo pupazzo, realizzato a mano da una nonna o una mamma viene (ma forse sarebbe più realistico dire veniva) appeso in alto, nella parte interna di una finestra o di un balcone; in testa, poste a raggiera, sette penne di gallina, sei nere e una bianca, che rappresentano rispettivamente le domeniche che precedono la festività, e la Pasqua stessa. Pur non essendo legatissima a tante tradizioni della mia isola, continuo a restare molto attaccata alla mia Quaresima, anche se è bruttarella e vecchiotta. Ma l’ha confezionata la mia nonna materna, Fortunata, anzi Fortunatina come la chiamavano a Ponza, che non c’è più da quasi quarant’anni. Certo, guardandola bene, Quaresima avrebbe bisogno di un bel lifting, ma io la trovo bellissima lo stesso.

Forse a Ponza resterebbero a dir poco sorpresi dal contesto in cui l’ho inserita, e forse anche nonna Fortunata inarcherebbe il sopracciglio e mi direbbe: “Picceré, ch’è cumbinàt’?”. Ma io la vedo bene lì, anno dopo anno, in cucina, sullo sfondo di quella specie di bacheca, lo strofinaccio calendario dell’anno in corso, su cui sono appuntati ritagli di vario genere: dagli orari di treni e bus ai vincitori degli Oscar, dei festival di Venezia e di Cannes; dalle immagini di Richard Gere e Biagio Antonacci a qualche ricetta che non realizzerò mai. Certo, la location è un po’ singolare, ma si sa che nella tradizione popolare il confine tra sacro e profano è spesso molto sottile.

Ed eccola là la mia Quaresima, con le sette penne in testa  e il piccolo fuso per la lana tra le mani. So che mi farà compagnia solo per poco. Ma se ogni anno per me Pasqua ha sempre un senso, è anche merito suo.

Luisa Guarino

***

Un commento

La bambola di pezza della Quaresima era occasionalmente oggetto di dileggio tra i bambini; una filastrocca ricordata per l’occasione da zia Rosaria (Zecca) suona così:

Quaresima secca secca

se mangiaie ‘na fic’secca

quanne dicette dammene n’ata

ce menaie ‘na scuppettata

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