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Giovannina (1)

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di Emilio Iodice

Con l’occhio della mente la vedo ancora aspettarci davanti all’inferriata. Vedo ancora la sua cara, delicata figura in bianco, vestita con un grembiule semplice e una maglietta gialla chiara; occhiali da lettura spessi e ciocche di capelli bianchi ricadenti sulla sua fronte brillante. La vedo in attesa, sui gradini davanti alla porta di quel piccolo appartamento, che per me era un piccolo ‘rifugio’, una fortezza sicura nel deserto bruciante e nell’insicurezza quotidiana. Vedo ancora la luce di felicità nei suoi occhi quando salivamo le scale per baciarla e abbracciarla; l’espressione d’amore nel suo volto e la gioia di avere la sua famiglia ancora una volta tra le sue braccia.

Vedo e sento ancora la sua gioia quando ci riunivamo e ci sedevamo al tavolo rotondo per gustare il pranzo che lei aveva preparato con amore. Come ancora rivedo la sua espressione di smarrimento mentre ci salutava dall’inferriata, quando noi la lasciavamo per proseguire con il nostro cammino.

Solo una madre così speciale è capace di trasmettere continuamente calore, altruismo e affetto alla famiglia; lei che dedica ogni suo giorno a condividere una tradizione eterna che è la colla dell’umanità e l’essenza della dedizione familiare. Giovannina era una ‘madre pura’ nel senso più dolce del termine, e la sua vita ci ha lasciato principi, esempi e ricordi che rendono indelebile la sua impronta nei nostri cuori e nelle nostre anime.

Poche persone lasciano una tale eredità, e sono costantemente ricordate da amici e parenti, anni dopo essere scomparse. Questo è il suo caso.

Come è accaduto che una madre, che potrebbe essere considerata ‘comune’ secondo i valori correnti, abbia potuto lasciare un segno così duraturo e profondo sulla fredda pietra del tempo? Come ha potuto una donna penetrare la memoria dei suoi figli e lasciar loro tutto un sistema di valori, simboli ed esempi da seguire, che sono stati per essi più preziosi dell’argento e dell’oro, più di possedimenti o ricchezze? Come può una donna continua a vivere nei cuori dei suoi nipoti e della gente che incrociò il suo cammino decenni fa?

Noi siamo ricordati per il bene e il male che ci lasciamo dietro, per i problemi e le opportunità tramandate ai nostri eredi e a quelli dopo di loro. Siamo ricordati per quel che facciamo e ancor più per quello che diciamo ogni giorno, anno dopo anno. Le parole fioriscono come fiori e piante sul suolo della nostra immaginazione per stimolare in noi sentimenti di bellezza e splendore o per creare conflitti e dolore. Giovannina ci ha lasciati con una montagna di buone e splendide parole; fatti, esempi e pensieri meravigliosi, capaci di consolare e dar pace. Giovannina ha lasciato alla sua famiglia un mondo di opportunità da cui tre generazione traggono ancora beneficio.

Generosità e bontà sono detti iniziare nella propria casa prima di esser portati altrove o condivisi con altri non appartenenti alla propria famiglia. La bontà ha molti lati e angolature e molti modi di dimostrare la sua amorevole luce. Non si tratta di fare una grande donazione per una causa meritevole o compiere il gesto eroico di  salvare una vita. Eroismo e bontà convivono spesso nella stessa persona e atti di carità accadono in innumerevoli modi. Giovannina ci ha dimostrato come avere un cuore puro e compassionevole  in un mondo pieno di inganni e cattiva volontà  che depreda il debole e l’ignorante. Dal suo esempio abbiamo imparato che è anche possibile saltare dentro le fiamme per salvare i propri simili senza chiedere niente in cambio.

Un atto di benevolenza o di compassione può risiedere nella buona azione di qualcuno che concede un prestito ad un amico per comprare una casa quando la banca o la famiglia non può aiutarlo. Può accadere che una persona che vive in una grande città dia una mano all’ignorante e al debole del piccolo villaggio per garantire il suo diritto al futuro. Un atto di carità può consistere nell’aiutare una vedova di guerra dimenticata e con due bambini piccoli, per dare un’educazione ai suoi figli e permettere loro di affrontare le difficoltà della vita; finché essi non abbiano imparato a sostenersi da soli. ‘Carità’ può essere aiuto, cibo ed alloggio per centinaia di pescatori, anziani, poveri ed analfabeti; facilitare la loro lotta contro la burocrazia e aiutarli a ricevere la pensione di cui hanno bisogno così da poter sopravvivere su un’isola del Mediterraneo, dove soffia un vento crudele. Un atto di generosità puó essere l’aiuto a trovare un buon medico, un buon notaio, un buon avvocato così che un amico o un parente possa guarire da una malattia grave o risolvere un arduo problema. Può essere una parola di saggezza, un buon consiglio e delle parole di conforto per quelli meno fortunati. Un atto di amore può essere correre da uno specialista all’altro con una figlia malaticcia per darle cure così che lei potrà camminare e condurre una vita normale.

Giovannina trovò i modi giusti e diede bontà ed amore in ognuno di questi semplici e grandi gesti, dimostrando coraggio e forza allo stesso tempo.

La guerra è forse la cosa peggiore che una persona possa affrontare. Porta via la speranza e la vita delle persone. Distrugge i loro sogni, intimidisce il coraggioso e spazza via il debole e l’innocente. La guerra distrugge città, strutture ed simboli della speranza come la barca di un pescatore, la sola chiesa in paese, l’ultimo ospedale nel villaggio; porta via ad una madre un figlio bello ed allegro che muore supplicando per un bicchiere d’acqua in un campo di concentramento, dimenticato da tutti.

Giovannina vide la guerra e soffrì la carestia, la paura, la distruzione e l’umiliazione della guerra.

Quando la Grande Guerra irruppe nel 1914, Giovannina era una ragazzina. Erano già evidenti la sua energia, intelligenza e forza di volontà. Ponza non fu distrutta dalle bombe o dai proiettili della guerra, ma i suoi ragazzi furono portati via per combattere sui fronti Francesi e Austriaci. La piccola isola patì i danni provocati dalla guerra forse nel modo più subdolo.

Verso l’autunno del 1918 civili, soldati e marinai cominciarono a morire a causa di una nuova piaga, ancora più spaventosa della violenza e della carneficina della guerra. L’assassino misterioso venne chiamato ‘La Spagnola’.

L’epidemia di spagnola attraversò l’Europa, dal Portogallo alla Germania e dalla Francia fino alla Russia, come una mortale ombra nera. Milioni di persone soffrirono e morirono a causa dell’alta febbre, della tosse che pugnalava al petto e di una paralisi del sistema respiratorio che portava all’asfissia. Le vittime si sforzavano di respirare, e una brutta schiuma insanguinata usciva loro dalla bocca e dal naso mentre cercavano di liberare le vie respiratorie. La malattia comportava un’emorragia che rapidamente riempiva i polmoni e dolorosamente li sommergeva nel loro fluido. Non c’erano cure o trattamenti disponibili. Rimedi primitivi e conoscenze popolari non funzionavano contro il virus. Molte vittime morivano pochi giorni dopo esser state contagiate. Bambini e adulti spesso esalavano il loro ultimo respiro tra le braccia di familiari o amici. Il numero delle vittime raggiunse proporzioni catastrofiche e si dovette far meno dei funerali.

Ponza fu colpita duramente. Sulla piccola isola, solo i più forti sopravvissero all’epidemia e pochi di loro furono capaci di prendersi cura degli altri.  Giovannina era forte.  Lei si occupò di tutta la sua famiglia. Lei e sua madre andarono di casa in casa e grotta in grotta alla ricerca di infetti e morenti. Tutto ciò che possedevano erano rimedi semplici; a volte solo un gesto d’amore. Nell’inefficacia di ogni altro rimedio, a quei tempi si usava dare un potente lassativo ed eseguire una lavanda gastrica. A volte funzionavano; più spesso no.

Molti sopravvissero grazie al coraggio di una bambina di dieci anni che non aveva paura di niente. Non l’avrebbero mai dimenticata.

Furono un tempo e una scuola terribili per imparare cos’era la morte e quanto fragile la vita. Prima di giungere all’adolescenza lei era già venuta a conoscenza di quanto imprevedibile e delicato potesse essere l’equilibrio tra il vivere e il morire. Non dimenticò mai quel periodo, né di come i suoi compagni di scuola e parenti venivano trasportati al cimitero avvolti in lenzuola funebri senza funerali né altri riti, per paura che i loro corpi gonfi e senza vita potessero infettare gli altri. Le campane delle chiese di Ponza smisero di suonare per annunciare la morte di qualcuno perchè i morti erano troppi.

Per sempre lei avrebbe ricordato gli anni di quelle campane silenziose. Avrebbe riconosciuto quella stessa angoscia  quando divennero di nuovo silenziose, solo un quarto di secolo dopo.

Emilio Iodice

(‘Giovannina’.1. Continua)

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