Dibattito

La sinistra e l’eterna ricerca di un eroe

segnalato da Tano Pirrone

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La sinistra e l’eterna ricerca di un eroe
di Salvatore Merlo da Il Foglio del 16 febbr. 2024

In principio fu Rackete
Da Ilaria Salis a Ghali, passando per Zaki. La sinistra e l’eterna ricerca di un eroe

Accade a chiunque di sbagliarsi, di cominciare da Rousseau per arrivare al boia di Parigi, di partire con D’Annunzio per ritrovarsi con Farinacci, ma accade solo alla sinistra italiana di partire con Marx e di ritrovarsi con Ghali, di iniziare da Adorno e di arrivare a Dargen D’Amico.
Dall’appello con gli orsetti lanciato dal palco di Sanremo per il cessate il fuoco, alla canzone “sono un italiano vero” fino alla richiesta (sempre sanremese) di “fermate il genocidio”, i due cantautori, Ghali e Dargen, hanno mandato in visibilio la sinistra, sono entrati nel cuore di Twitter, delle dichiarazioni alla stampa e degli editoriali della stampa.

Solo che questi due eroi che arrivano dopo Patrick Zaki ed Elena Cecchettin, dopo Ilaria Salis e Paola Cortellesi, secondo noi almeno, un po’ la schifano la sinistra. Probabilmente non votano, se votano dubitiamo che votino il Pd, e un po’ sospettiamo che si piazzino in un luogo che più che politico è commerciale.
Ghali più o meno ce l’ha pure spiegato con le sue canzoni ispirate, diciamo così, da Gaber: “Ma che politica è questa? / Qual è la differenza tra sinistra e destra? / Cambiano i ministri, ma non la minestra / Il cesso è qui a sinistra, il bagno è in fondo a destra”. In Italia la storia replica con facilità, di solito con previsto quanto inopportuno precipizio nella commedia.
Dunque queste due settimane che hanno elevato Ghali e Dargen all’incirca a segretari del Pd, nella certezza che tra due settimane ci saranno altri due o tre nuovi segretari scovati magari in qualche fiction della Rai o al Festival di Castrocaro, ci rassicurano: tutto infatti cambia in questo mondo di mutamenti, si sciolgono i ghiacciai, si alterano le stagioni, ma comunque sia sappiamo che domani ritroveremo la sinistra tra un appello alla pace, una manifestazione contro il bavaglio, un augurio antifascista e un nuovo eroe, anzi un messia, da investire suo malgrado con l’evocazione di un’inquietudine destinata a sciogliersi nella più viva speranza di un’era felice.

Come prima a Carola Rackete, al papà di Elena Cecchettin, come poi a Zerocalcare, come adesso a Dargen e Ghali, al nuovo eroe faranno dei complimenti smaccati e delle copertine di giornale: lui per noi è un faro, io segretamente lo chiamo mamma, senza di lui la vita che sarebbe? La bontà, l’amore, la giustizia, la pace dove erano prima che lui nascesse? Fino all’innamoramento successivo, sino al prossimo messia.

D’altra parte, nei momenti di passaggio e di crisi, lo spirito, se non soffia dove vuole, si rifugia dove può. E il messia non è mai per l’oggi, e nemmeno per il domani, anzi se ne fa uno al giorno o uno al mese (se non a settimana). E ciò nonostante, forse proprio per questo, un popolo vinto e derelitto qual è quello dei partiti della sinistra italiana lo vive come l’annunciato, l’atteso, l’unto. Anche se quello poi, in realtà, sotto sotto, vuole soltanto vendere dei dischi, dei film, dei libri o dei fumetti.

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Nota del 17 febbr. (cfr Commento di Guido Del Gizzo)

Immagine allegata

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Appendice del 25 febbr. 2023 (Cfr. Commento della Redazione: un contributo di Concita De Gregorio)

Immagine allegate


Jodie Foster a tre anni nella pubblicità della Coppertone

Jodie Foster in True Detective

4 Comments

4 Comments

  1. Sandro Russo

    17 Febbraio 2024 at 06:32

    La ricerca di un eroe per l’immaginario popolare non la trovo sbagliata in sé. L’articolo consiglia piuttosto una maggior prudenza, chiede di distinguere i personaggi fasulli da quelli veri e socialmente impegnati (per quanto difficile sia il discrimine in quest’epoca di fake), ma l’esistenza di personaggi-simbolo, come icone su cui focalizzare l’immaginazione e il desiderio di emulazione è stata una costante di tutte le epoche e di tutte le genti; non è una ricerca soltanto della ‘sinistra’.
    Il confronto tra le gallerie di personaggi schierati da opposte fazioni è una definizione di identità che riesce a illuminare le differenze più di tanti discorsi.

  2. Guido Del Gizzo

    17 Febbraio 2024 at 12:32

    Dibattito interessante, quello sulle icone. Quella di Salvatore Merlo è una arguta provocazione di stampo perfettamente qualunquista e quindi, per definizione, di destra.
    E’ una provocazione intelligente perché, spesso, le icone suppliscono alla mancanza di progetti e di idee: vedere alla voce “fantasy” e “giovane destra italiana”, dagli anni ’70 ad oggi (campi Hobbit e Atreju vari, con Tolkien e Ende che si rivoltano nelle tombe).

    Però Merlo ha assolutamente ragione, a proposito di quelli “de sinistra”: anche in questo tempo, tocca smetterla di considerare “di sinistra”, appunto, ogni elementare forma di decenza istituzionale o politica.

    E’ vero, nel contesto attuale queste sono sempre più rare, ma tutto ciò non fa automaticamente del PD, ad esempio, una formazione così connotata: i diritti per i quali si batte Del Zan, ad esempio, sono stati recentemente garantiti da un governo conservatore di destra, in Grecia.
    E vogliamo parlare di Minniti?
    Come al solito, non ci sono scorciatoie alla formazione e allo studio e, anche negli anni ’70, non sono convinto che quelli che avevano in casa il manifesto di Angela Davis avessero la minima idea di cosa si trattasse.
    Personalmente, da vecchio libertario quale sono, l’unica icona che mi porto appresso è il manifesto di una mostra del 1981 su Carlo Collodi: un disegno di Carlo Chiostri che raffigura un Pinocchio costernato, tra due carabinieri grandi il doppio di lui…
    [Nell’articolo di base, a cura della Redazione]

  3. Tano Pirrone

    17 Febbraio 2024 at 23:41

    Le etichette contano nella comunicazione: fanno risparmiare tempo e soddisfano quella sazietà di stomaco e banale vuoto di pensiero che a volte una certa tassonomia nasconde. Etichetta mon-amur che mi togli l’imbarazzo di chiederti chi sei: come la stella di David, bella gialla e a cinque punte. Qualcosa di simile è quella (l’etichetta) tirata in ballo dal Merlo destro: tutti di destra quando variano anche un po’ dallo stampo certificato (e tutti di sinistra quando è al contrario, naturalmente!).
    Un gravame insopportabile questo conformismo d’accatto che radica e vive a destra e a sinistra, quando il pensare e il fare sono parole dimenticate, eluse, vane, difficili da assumersi in proprio: meglio i modellini che la socialità di Fase ci propina per via orale e antipodea.
    Oggi tutto è uguale al suo contrario: sé stesso allo specchio, con qualche variante anche grossa e importante, ma ormai usata solo quando non si hanno argomenti sufficienti; e sufficienti vuol dire argomenti su ciò che avviene, argomenti imbastiti con un’idea che abbia finalità lontane ed obbiettivi comprensibili da tutti e raggiungibili con impegno e onestà d’intenti. L’Idea di un partito, se non c’è, compare, bisogna inventarsela, anche facendo i congressi, circolo per circolo, regione per regione, e poi quello nazionale, con tempo e regole che facciano parlare tutti, con dirigenti di tutti i livelli che sappiano ben gestire e interpretare i bisogni espressi dalla “gente”, non solo dai graduati, sottufficiali e ufficiali del Partito, ma quelli che i terminali sul territorio con calma, competenza e dedizione avranno – aborrendo le estenuanti lotte intestine – evidenziato, costruendo proposte percorribili e comprensibili. Quando questo manca, come manca, c’è l’urlo, l’invettiva, l’etichetta, l’ostracismo, la messa al bando, il ridicolo, la persecuzione, lo scivolamento verso l’Oblio.

    Salvatore Merlo, catanese rifinito a Milano, mi trova d’accordo: quello citato è un partito, con numerose eccezioni di estrema qualità, ridotte al silenzio (dietro ricompensa (posso fare nomi e cognomi, se richiesti, con debito anticipo); è entità fluida senza cultura, cioè mancanza di radicamento con i tempi e gli strati della popolazione che esprime bisogni urgenti di miglioramento delle condizioni di vita (mettiamola così), senza finalità (che faccio ora per andare dove con chi), che fa la corsa con i 5 stelle, buscandole spesso e volentieri, perché con l’Avvocato per tutte le stagioni, la Segretaria non ce la fa. Non ce la fa proprio!
    E così, allora, i miei antichi compagni rincorrono i piccoli eroi del Quartodora elencati da Merlo (ne mancano all’appello almeno 36.762). Se vi accontentate, ben per voi. Io ho visto di meglio e non riesco ad abituarmi. Se volete altre informazioni, non cercatemi sui social: io vivo la vita vera da vecchio felice di esserlo, con tanti buoni amici ed amiche con cui se bisticcio da paura poi faccio la Pace. Si quella con la P maiuscola, certo, allora quale? Quella che auguro a tutti, ma solo dopo che abbiano chiarito le cose essendosi parlati, pestati sputati. La Pace vera puzza di sangue e di sudore, sennò è quella televisiva, per finta, e che puzza di fogna.

  4. La Redazione propone un contributo di Concita De Gregorio

    25 Febbraio 2024 at 06:56

    Il mio idolo, lo ammetto

    Se mi avessero chiesto da ragazzina a chi vuoi somigliare avrei detto a Jodie Foster. No, non è vero. Da ragazzina avrei detto a nessuno. Però ora che ho quattro volte gli anni che avevo allora mi posso permettere di dire quello che allora non potevo perché volevo essere una che non ha bisogno di somigliare a nessuno. In verità ero una ragazzetta fragile e insicura come tutti e come tutti volevo diventare, che ne so, come Oriana Fallaci, Maria Tipo, come Marguerite Yourcenar, Jodie Foster.
    Che era la bambina del segno del costume nella pubblicità Coppertone, aveva tre anni più o meno come me, e poi la ragazzina di Taxi Driver, poi strepitosa ne Il Silenzio degli Innocenti, a trent’anni quando io cominciavo a fare con un minimo di sicurezza questo lavoro e lei vinceva l’Oscar, il secondo. Non l’ho mai persa di vista, anche se prima non c’erano i social né i cellulari, pensa te, non si sapeva quasi niente della vita delle star. Se si lasciavano, chi amavano, se uomini o donne: al massimo si intuiva, si immaginava indovinando. Sono passati altri anni, parecchi. Mi è sempre sembrata tostissima. Ha fatto coming out nell’età della pietra.
    L’ho molto amata anche per questo. L’altro giorno ho visto l’ultima stagione di True Detective in cui lei è un’investigatrice bianca fra gli indigeni d’Alaska, un po’ stronza un po’ razzista sempre tostissima e piena di rughe ovunque ma soprattutto intorno alla bocca, di quelle inammissibili. Il codice a barre, si chiama. Poi ho letto un’intervista. Dice: “La mia più grande conquista è stata aver capito che l’ansia e le preoccupazioni non ti aiutano mai. Devi semplicemente lasciarti andare. Ci ho messo 58 anni, ma ora lo so”. Confermo, a fine corsa. Idolo.

    Di Concita De Gregorio, da “Invece Concita”, da la Repubblica del 23 febbraio 2024

    Nell’articolo di base, a corredo dello scritto: Jodie Foster in una scena di True Detective e altre foto

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