Musica

Una canzone per la domenica (267). Quelli che riuscirono a cantare la propria morte

proposta da Sandro Russo

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Questa canzone che trovate bella e spiattellata qui, con titolo, testo e video YouTube, mi ha fatto impazzire per mesi. Mi tornava a venire in mente il riff, la canticchiavo tra me e me, ma non ricordavo assolutamente di chi fosse, di cosa parlasse. Unico elemento – col senno di poi – che avrebbe potuto aiutarmi, era che sempre nella mia testa il ricordo aveva una coloritura emotiva sgradevole, come un senso di perdita. Una sensazione indefinita, confusa… a volte mi capita. Può succedere con un luogo, con una situazione, perfino con le persone… tra il ricordo e il dejà vu, dejà veçu. Un’aura epilettica? Sono strano io? Qualcuno me l’ha pure detto: di lasciare il mio cervello alla scienza! Ma non ne caverebbero niente, sono sicuro, perché non è un questione di capacità cognitive, ma di emotività.
Ho perfino chiesto aiuto a mio fratello che ha buone orecchie e memoria, ma niente… Mi ci addormentavo, con il motivo in testa e qualche volta mi ci svegliavo anche al mattino, come se ci avessi lavorato sopra tutta la notte.
Poi come sono arrivati – il motivo e la sensazione associata – sono scomparsi, Fiuuu… E la soluzione è arrivata qualche tempo dopo, anch’essa per caso.


Dal ciclo di lezioni magistrali che Alessandro Alfieri ha tenuto al Teatro Manzoni sulla Musica Rock – su Elvis Presley, i Beatles, i Queen, i Nirvana e le Nuove tendenze (digitare i nomi per i rispettivi video e la trascrizione della lezione in “Cerca nel sito”).
Bene, in uno di questi incontri, è riemersa, in un video mostrato da Alessandro e dal mio inconscio, l’arcano motivo…
Nella terza puntata dedicata ai Nirvana, si parlava di Kurt Cobain e della sua drammatica uscita di scena, con un colpo di fucile alla testa, e Alessandro diceva:
“I Nirvana, a confronto con altri gruppi, neanche avevano particolarmente ‘flirtato’ con la morte, né l’avevano rappresentata.
Ma per un’intera generazione – la Generazione X, l’abbiamo chiamata –  il 5 aprile del 1994, la morte smise di essere una finzione scenica o un gioco, e divenne reale.
È in questo senso che ho parlato di “sacrificio cristico” in quanto la morte di uno ha rappresentato la salvezza per tanti.
Una intera generazione comprese che non era quella la strada: si doveva cambiare se si voleva sopravvivere”.

Ora tutto si legava, la canzone la conoscevo benissimo tanto da canticchiarne il motivo con precisione, ma per vie sconosciute nel mio inconscio la collegavo alla morte e (forse) non volevo ricordarla; me ne ritraevo. Psicologia da quattro soldi? Può darsi, ma non ho altre spiegazioni al lapsus.

Nirvana  – The Man Who Sold The World (MTV Unplugged)
Unplugged in New York
registrato per le telecamere di MTV il 18 novembre 1993, pubblicato il 1° novembre 1994 e considerato uno dei più grandi album live di tutti i tempi.

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Testi e note. Cliccare per ingrandire

Il brano è bello: non mi dispiace risentirlo (e proporlo) nella versione originale di David Bowie:

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David Bowie ha spiegato perché ha scritto la canzone in un’intervista con BBC Radio 1 nel 1997. Ha detto di averlo scritto perché c’era una parte di sé che stava cercando. Secondo lui, la canzone esemplificava come ti senti quando sei più giovane e sei consapevole che c’è una parte di te che devi ancora mettere insieme.

Oltre che per l’esecuzione dello stesso brano – composto musica e parole da David Bowie e da Kurt Cobain eseguito come cover, in un memorabile concerto che solo dopo avremmo considerato d’addio – Bowie con uno stile diverso da Cobain ha affrontato la morte a viso aperto, registrando un estremo saluto in musica negli ultimi mesi della sua vita: Black star, il suo ultimo album.

Bowie: Black Star (2016)

Evento e canzoni che abbiamo puntualmente presentato sul sito: David Bowie resuscita, come Lazzaro (nell’articolo, da leggere anche un breve commento di Gabriele Romagnoli).

Ma indipendentemente dal senso delle parole, questo pezzo per me è legato alla fine della vita e a un senso di perdita. Neanche in termini funerei, quanto di tristezza dell’abbandono. Se fosse possibile spiegarlo a parole, come di dolcezza del commiato. Di chi va via e di chi resta.

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