Racconti

Racconto d’estate. ’U sole ’ncapa

di Francesco De Luca

 

Questa storia la diffonde il vento che scende dal Belvedere e si disperde per la Parata.

Mennicco (Domenico) aveva un mal di testa così forte che non la poteva minimamente muovere. La
moglie adesso si preoccupava. Aveva passato una brutta nottata ma nella mattinata era decisamente
peggiorato. Stava steso sul letto con la testa immobile e un dolore fitto che gli trapassava le tempie. Perciò
Rusulina, la moglie, cominciò a interessare il vicinato. A mangiare, non aveva mangiato niente la sera,
perché già si sentiva la testa pesante e lo stomaco chiuso. Quindi nessuna indigestione. Anche se, quando
tentava di alzarsi, aveva lo stimolo del vomito. Ma allora cosa era stato? Cosa aveva fatto il giorno prima? Era andato a ‘fare le patelle’, disse la moglie. Aveva preso il coltello, la sacchetella ed era andato giù la Parata.

Mennicco non si faceva il bagno ma passava tra gli scogli a fior d’acqua e prendeva rufule (lumache di mare) e patelle. Ne aveva raccolte abbastanza perché il sacchetto l’aveva portato pieno.
Ma allora è chiaro – disse GiusuppinaMennicco ha preso ’u sole ’ncapa (un colpo di sole)”.
Andò defilata giù da Rusulina e quando vide l’uomo steso sul letto, ad occhi chiusi, pallido e smorto, confermò la sua diagnosi.

Giusuppina era quella che nel vicolo faceva le punture, toglieva il malocchio, insomma sostituiva il medico nei casi in cui la tradizione popolare aveva elaborato ricette e pratiche curative. Disse però che subito non poteva farci niente, doveva aspettare il tramonto, perché l’efficacia della sua pratica non si aveva che al mattino presto o all’imbrunire, ossia quando il sole non ha forza.
E invece quel giorno, come nei precedenti, il sole stava tenendo alta la fama di dominatore dell’estate.
Mennicco passò tutto il tempo a letto e Rusulina d’intorno a mettergli pezze fredde sulla fronte.
Col sudore che si buttò quel giorno, fu proprio una giornata da non augurare a nessuno.

Quando Giusuppina ritenne l’ora giusta si presentò a casa, Mennicco fu preso sotto le braccia e portato sull’aia, lì vicino dove si stendono i panni; e qui, semintontito da quella testa pesante che rintronava ogni rumore, fu fatto sedere. Giusuppina cominciò a farfugliare preghiere a mezza voce e dopo aver segnato con la croce più volte la fronte di Mennicco, prese un bicchiere, lo riempì d’acqua e glielo capovolse sulla testa in modo che parte dell’acqua rimanesse dentro. E mentre con una mano manteneva il bicchiere continuava a profferire formule religiose.
Il sole arrossava scendendo dietro le acque di Chiaia di Luna e Rusulina, Silverio suo figlio, due amiche vicine di casa e Giusuppina videro. L’acqua nel bicchiere cominciò a bollire. Tutti erano meravigliati ma Giusuppina lasciò che il bollore continuasse per un po’.
Poi tolse il bicchiere. Mennicco aveva aperto gli occhi perché s’era agitato pure lui nel sentire che qualcosa succedeva nel bicchiere sulla testa. Rusulina lo tranquillizzò che non era successo niente, anzi la testa adesso doveva non fargli più male.
E Mennicco annuì, la testa se la sentiva come leggera. Leggera e vuota.

L’indomani mattina si alzò e scese a fare la spesa come era sua abitudine. Col cappello però, non si sa mai. E Rusulina lo sfotteva guardandolo.

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