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d-05 foto-02 scotti-e-bis 114 la-spiaggia Spugne e astroides si contengono lo spazio

Lo voglio raccontare prima

di Francesco De Luca

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Lo voglio raccontare prima di farlo. Per scaramanzia. Andare al mare per il bagno è diventato un evento e faccio scongiuri per attuarlo.

Certamente causa l’età e poi c’è la fatica imposta dall’imbarco e dallo sbarco alla Caletta. Solo il pensiero fa abortire l’intenzione. Ci sarebbe da recriminare ma… non vale la pena. Ecco una ragione per narrare quello che accadrà domani! Mi porto avanti nel racconto e sorvolo sulle considerazioni collaterali da cui uscirebbero malconci la gestione amministrativa, la bramosia dei compaesani nel gestire i luoghi di utilità pubblica, il modello di sviluppo turistico che lasciamo fagociti ogni interesse comune
Opto per la canoa. Più intima.

Esco dalla Caletta e una ventata di libertà invade la mia persona. L’aria spira ognora nella circonferenza da Santa Maria al Lanternino, erompe agitata allorché trova l’agio di puntare verso lo scoglio Rosso e allungarsi nel mare aperto.
Sono imbrigliato da questo fervore e mi spingo puntando alle grotte di Pilato. Seguo il criterio di rasentare la costa lì dove non rischiano i natanti a motore. Dove andrò? Devo decidere una meta, e questa è in conseguenza di un’altra decisione: che tipo di bagno voglio fare?

Non sono pignolo, ma un chiarimento è d’obbligo. Il bagno, per noi isolani, non è il semplice buttarsi in acqua e rinfrescarsi. Questo lo lasciamo ai villeggianti cittadini. Il bagno, da piccoli, nell’infanzia, significava giocare coi compagni, fare i tuffi, fare calate, rincorrersi. Da adolescenti significò cimentarsi col nuoto, con l’apnea. Da grande esplorare le coste, scoprire grotticine con l’ingresso dal fondo, violare cunicoli sommersi, individuare il corallo, carpire la presenza del polpo in una fenditura, agitare la posidonia e rivelare una lanaperla (pinna nobilis); e così asportare dagli scogli le patelle più grosse, e provocare l’aggressione delle occhiate e salpe e cefali ad una patella lasciata cadere sul fondo, e scorgere fra le altre la sagoma di una piccola cernia, attirata chissà dalla presenza dell’uomo.

Infine… quale bagno farò?
Farò quello che mi permetterà il mio fisico, oggi anchilosato e riottoso a spinte, a scatti, a movimenti agili.
Mi dirigo sotto il monte Mangiaracino, fra la Parata e il Belvedere. Lì c’è un posticino, incavato nella roccia, basso fondale di sabbia. Vado a riprendere il mio mare. In quale senso? In questo.

Lascio la canoa e mi catapulto in acqua. Il fresco mi corrobora il corpo, accaldato per l’uso della pagaia. Chiudo gli occhi e ho la sensazione di essere infuso in un brodo di sensazioni ancestrali, provenienti dal nostro essere nati nell’acqua. Quel che travolge ogni legame reale è l’immersione del capo. Divento allora qualcosa di diverso. Divento acqua. Che chiama, esige, implora. In apnea mi allontano dirigendomi dove uno scoglio sommerso accoglierà i miei piedi. I ricci sono lì ma non li toccherò. Sarà la mia sosta.
Gli occhi però, per quanto aperti, non mi aiutano a godere di tutto quanto si muove, anche irritato dalla mia presenza.

Ritorno alla canoa per indossare la maschera. Aaaah… ora sì. Nel portarmi verso la parete distinguo una sogliolina appiattita sul fondo, si muove, fa qualche metro, si ferma e si scuote per nascondersi nella rena. Sulla parete uno scatto improvviso mi avvisa della presenza d’u sfùnnele (una cozza pelosa). Non è il solo. Ce n’è uno anche là, uno più sotto, ce n’è uno aperto sul fondo. Mi do lo slancio, lo raccolgo. Così… per il gusto di riportare un ricordo dal mare.

Gironzolo intorno alla parete. Sono indeciso. Qua e là ho visto qualche scuncillo (murice). Non li ho presi perché immagino che non riuscirò a raccoglierne un piattino. Invece… forse ci sarei riuscito con un impegno più puntiglioso. Sono contento così… ho lasciato al mare quel che è del mare. Ma… ma… giù sul fondo c’è il guscio di un riccio. Pulito come si deve, tanto che il suo colore rosa attira. Vado, lo prendo, badando a trattarlo con delicatezza perché fragile.
Lo metto nel costume. Come si faceva da ragazzi, privi di retìna, ché ci sembrava roba da turisti. Senza niente, una mano libera e nell’altra il coltello, per quello che poteva succedere… una patella, un polpetto, una pelosa.
Le pelose… quella volta le andammo a catturare di notte. (Lo racconterò la prossima volta).

 

Stamane ho ripreso il mio mare

Mi sono sciolto nell’abbraccio,
e sono quietato
come in grembo.

L’ansimare dell’onda
ha riempito le pupille di sole,
di sale fatto io
in silenzio.

 

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