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Antropologia romanesca. L’esame di maturità

Segnalato da Tano Pirrone

.

Non perderei l’occasione per pubblicarlo. E’ un ritratto perfettamente riuscito di un genere antropologico diffusissimo al suo ultimo stadio (il “pandemico neurovegetativo”) nella sua variante principale, la “romanesca”.
T. P.

Vignetta di Dario Campagna,  da “Domani”


Storia di un maturando a sua insaputa, interrogato su Mourinho
di Daniele Mencarelli – Da Domani <lettori@editorialedomani.it> del 29 giugno 2021

  • La madre spalanca le persiane, è mezzogiorno, Mauro nello stesso preciso momento la manda affanculo sbandierando il braccio. «A mezzoggiorno nun se dorme, a mezzoggiorno se lavora, ma tu ‘sta scòla l’hai finita o no? Nun c’avevi l’esame de maturità?». 
  • Con la sua flemma invincibile, con la sua divisa da mare, sciabattando le infradito, Mauro varca la soglia dell’Istituto tecnico commerciale che ha frequentato negli ultimi sette anni. Bocciato al primo e al terzo.
  • «Bene, si sieda, visto il ritardo cominciamo subito, inizi pure a illustrare il progetto sviluppato a casa. Prego». «Mourinho ariva a Roma a luglio, er 6 o 7, nel mio progetto illustrerò la squadra che dovrebbe mette a punto e i… riverberi… curturali ed economici che avrà sulla città».

La madre spalanca le persiane, è mezzogiorno, Mauro nello stesso preciso momento la manda affanculo sbandierando il braccio.
Lei non risponde, almeno non subito, la sua voce arriva quando è già uscita dalla stanza.
«A mezzoggiorno nun se dorme, a mezzoggiorno se lavora, ma tu ‘sta scòla l’hai finita o no? Nun c’avevi l’esame de maturità?».

Mauro si tira su dal letto, con un braccio afferra il telefono: centodue messaggi da leggere. Novantuno sono della chat: “scòlademmerda”.
Li inizia a scorrere, non un sentimento uno traspare dai suoi occhi ancora fumati dalla sera precedente, né reazione umana, neanche la più minima. Si alza dal letto e contemporaneamente porta il telefono all’orecchio. In mutande, peloso in modo scimmiesco, resta in piedi ad attendere risposta.
«Cioè me state a di’ che a mezzoggiorno e trequarti c’ho l’orale? Ma chi ve l’ha detto?».
Silenzio.
«E ’n do’ stava scritto?».
Di nuovo silenzio. Questa volta più lungo. Mauro getta il telefono sul letto. Lunga grattata di palle.
«Sta cazzo de scolademmerda».
Si avvia al bagno, sbadigliando.

Esce di casa in canottiera nera e calzone da mare rosso, infradito ai piedi. Accende lo scooter e parte senza nessuna fretta.
«A deficiente ma nun vedi che stai in ritardo, quelli t’aspettano da ’n quarto d’ora, imbocca subbito sennò te danno pe’ morto. Ma limortacci tua te potevi mette’ arméno un pantalone lungo» – È Katia, fidanzata storica di Mauro, a lanciare il rimprovero. Poi lo bacia con passione davanti a tutti.
«Me vado a leva’ er penziero».

La divisa da mare
Con la sua flemma invincibile, con la sua divisa da mare, sciabattando le infradito, Mauro varca la soglia dell’Istituto tecnico commerciale che ha frequentato negli ultimi sette anni. Bocciato al primo e al terzo.
«Cinelli, come al solito, stavamo per passare al prossimo, forza».
La professoressa Bonaiuto, italiano, gli viene incontro e lo prende per un braccio.
«Sei pronto? Ti ricordi che nella prima parte dell’orale devi parlare del progetto che ti abbiamo dato?»
«M’avete dato un progetto, quanno?».
La Bonaiuto si ferma. Lo guarda. Poi abbassa lo sguardo. Non dice né fa nulla. A parte essere affranta.
«Prego si accomodi, lei è il signor… ?».
Il presidente di commissione ha la testa senza capelli, il baffo bianco, somiglia vagamente a D’Annunzio, solo più appassito.
«Cinelli Mauro».
Il presidente lo squadra nella sua tenuta da mare, è molto infastidito.

«Bene, si sieda, visto il ritardo cominciamo subito, inizi pure a illustrare il progetto sviluppato a casa. Prego».
Mauro si siede. Accavalla le gambe, espone le cosce pelose, le infradito appese ai piedi, penzolanti.
«Il progetto… ».
Silenzio. I professori della commissione si sporgono lentamente verso di lui. Silenzio prolungato. Sguardo accigliatissimo del presidente.
«Allora… ».
Silenzio. Lieve mormorio della commissione, sguardi interrogativi.
«Mourinho ariva a Roma a luglio, er 6 o 7, nel mio progetto illustrerò la squadra che dovrebbe mette a punto e i… riverberi… curturali ed economici che avrà sulla città».
La professoressa Bonaiuto sprofonda in un pozzo invisibile. Il presidente è rosso di collera.
«È in vena di scherzi! Ma come si permette!».
Mauro è una sfinge, gli occhi più morti di un morto.
«Che scherzo? È la verità, vero professoré’?».
La Bonaiuto maledice dentro di sé il giorno in cui è nata.
«Vero».

Ha parlato il suo istinto di sopravvivenza. Ha risposto così solo perché vuole che Mauro Cinelli esca dalla sua vita per sempre, e se lo bocciano lo rivedrà per un altro anno. No. Non può sopportarlo.
Non può sopportare il sonno ronfante durante le lezioni, le scorregge in cui si profonde chiedendo poi il voto ai suoi compagni, le telefonate a lezione in corso. No. Ne va della sua salute mentale.
«Sì, è un progetto… interdisciplinare… Cinelli non si può dire un grande studente, e quindi con gli altri professori abbiamo deciso in questo senso». La Bonaiuto guarda i colleghi seduti, non è telepatia, solo stanchezza. Annuiscono tutti, convintamente.
Il presidente corre alla scrivania, afferra un elenco e lo scorre.
«Ma qui è segnato un altro progetto!»
«Sì, lo abbiamo cambiato, probabilmente ci siamo dimenticati di aggiornare l’elenco, ci scusi».
È un omino piccolo, seduto in mezzo agli altri, ad aver risposto.
Professor Rivali. Diritto.
Il presidente mastica nervosismo.
«Non vedo come un simile… progetto… possa essere proposto in una chiave didattica».
«Invece, vedrà, Cinelli legherà diverse materie, il diritto, l’economia, anche la letteratura».
Ora ad aver parlato è un ragazzo giovane, con pizzetto. Professor Latini. Economia.

«È stato bravo, no?»
Il presidente pesa tutto quello che gli è stato detto, mentre i professori restano sospesi, angosciati.
«Che vi devo dire, va bene – poi si rivolge a Mauro – lei Cinelli cominci pure a illustrare».
Lui non fa una piega, si massaggia giusto per un istante il tallone destro, screpolato, annerito.
«Finarmente. Allora. José Mourinho ariverà a Roma, se tutto va bene, er 7 de luglio. Pe’ prima cosa deve da’ na sforbiciata a tutte le seghe che ci’avemo in squadra, dall’esubberi dovrebbero entra’ ‘na settantina de mijioni, poi er primo acquisto sarà er portiere, poi un centrocampista coi controcojo… poi un centrocampista de piede, e poi ‘na punta. Er presidente americano, Freddekin, così dice er Corieredellosport, dovrebbe mette’ de suo un cinquantino, de mijioni».
Mauro accavalla l’altra gamba. Silenzio.
Il presidente di commissione lo guarda, poi rivolge lo sguardo alla commissione.
«E quindi? Sarebbe questo il progetto».
L’imbarazzo suda sulle fronti dei professori.
«Dai Mauro, fai anche i collegamenti con… l’economia e la cultura».
La Bonaiuto dimostra coraggio da eroina.
Mauro la guarda con il suo sguardo bovino, assente.
Silenzio.
«Ah. Sì. Lo stadio a Tordevalle che nun se faceva ’o sapeva tutta Roma da arméno cinqu’anni. Raggi blablabla. Però pare che stanno a cerca’ ’na zona nòva, e quelli so’ sòrdi, tanti, ho sentito pure che Venditti forse scriverà ’na canzone, dedicata a Mourinho».
Silenzio.
«Avemo finito?».

Mauro interroga prima le facce note dei suoi professori, poi il presidente.
La Bonaiuto allarga le braccia, è sull’orlo di un attacco di panico da annali di psichiatria.
Sì Mauro, puoi andare.
Lui si tira su con flemma da lord inglese, soltanto in canotta nera e infradito.
«Grazie professore’, grazie a tutti».
Esce sotto lo sguardo del presidente di commissione. Stordito.
«È stato bravo, no?».
La Bonaiuto, rivolta ai suoi colleghi e al presidente, lo afferma indossando uno splendido sorriso, intanto con l’unghia dell’indice si trafigge il dorso della mano.

Mauro Cinelli, con altro nome, esiste davvero.
L’esame si è realmente svolto.
Sull’esito, chi vivrà saprà.

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