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L’angolo di Lianella/7. Il bambino curioso

di Amelia Ciarnella

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Finita la guerra e passate le truppe combattenti, tutti i luoghi dove avevano operato rimasero pieni di munizioni di ogni genere e il pericolo per le persone civili era ovunque. In particolar modo per i ragazzi che, come si sa, sono molto curiosi e in questo periodo successero tantissimi incidenti, alcuni dei quali furono mortali.

Di fronte l’abitazione della mia nonna materna abitava una famiglia che aveva un bambino di nove anni, molto viziato, discolo e fin troppo vivace, quasi fuori del normale. Ogni giorno ne combinava una delle sue e quella povera mamma a volte era veramente fuori dalla grazia di Dio perché suo figlio era tutt’altro che ubbidiente.
Un giorno trovò per terra una pallottola e la gettò sul focolare dove sua madre stava preparando il pranzo. La pallottola scoppiò e colpì quella povera donna sull’occhio destro bruciandoglielo all’istante.

La vita di ogni giorno era difficile per tutti, ma per certi ragazzi si rivelò molto pericolosa poiché non ascoltavano le raccomandazioni che facevano loro i genitori e che erano quasi sempre le stesse, di non toccare né prendere mai nulla che vedevano per terra, sulla strada o fra l’erba, poiché tutto poteva esplodere.
Ma pochi erano i ragazzi che ricordavano le raccomandazioni dei genitori. Oltretutto, la curiosità è sempre stata una caratteristica giovanile e pertanto gli incidenti furono tanti.

Una mattina, sempre lo stesso ragazzino trovò per terra una bomba a mano e mentre cercava di smontarla in qualche modo per vedere cosa conteneva, senza riuscirci, la lanciò per fortuna un po’ lontano, ma tutti i bambini che aveva intorno furono feriti ugualmente, anche se nessuno sul momento morì.
Solo un bambino di forse quattro anni, che si era messo in prima fila per vedere meglio, fu ferito gravemente da una scheggia che gli si infilò nella testa e non fu possibile operarlo poiché troppo vicina al cervello e poteva rimanere invalido a vita. Così lo curarono lo stesso, lasciandogli quella scheggia in testa, che tenne fino a ventidue anni.

Perciò crebbe, studiò, si diplomò, si fidanzò, diventò lo stesso un bel ragazzo come previsto. Ma quando sembrava che tutto dovesse andare bene, sia in salute che nei suoi sogni di ragazzo, un giorno, dopo aver fatto ogni bel progetto e aver sognato una vita felice insieme alla sua ragazza, improvvisamente si sentì male e morì, lasciando tutti nella più nera disperazione.

Il compagno di scuola
Un altro episodio che ricordo con tanta pena riguarda un mio compagno di scuola che rimase ferito a morte durante un bombardamento aereo, mentre era lontano dai suoi familiari.
Questo bambino frequentava la terza elementare con me ed era seduto al primo banco nella fila di sinistra dell’aula, insieme ad un altro alunno. Mentre io e una mia amica eravamo sistemate pure al primo banco ma nella fila di destra.

A quei tempi i bambini della scuola elementare sedevano separati: i maschi sui banchi a sinistra e le femmine a destra, della stessa aula. Questo bambino lo vedevo ogni giorno in classe, ma non ho mai parlato con lui da vicino e non ricordo nemmeno il timbro della sua voce. Questo perché quando il maestro non era in aula urlavano tutti e facevano un chiasso indiavolato e non si sentiva e capiva niente; mentre, al contrario, quando il maestro era presente tutti parlavano a bassissima voce e nessuno capiva niente lo stesso. In genere i maschi parlavano quasi sempre fra loro perché erano più vicini e le femmine facevano altrettanto.
Di tanto in tanto questo bambino guardava dalla nostra parte e mi sorrideva sempre. Pertanto mi è rimasto impresso nella mente soltanto il suo sorriso.
Quale destino lo aspettava, poverino.

Si era allontanato da casa con alcuni suoi compagni per giocare senza dire nulla ai suoi genitori. Cosa però normalissima per i ragazzini del paese poiché, oltre a conoscersi tutti fra loro, conoscevano bene anche l’intera zona.
Quando arrivarono i bombardieri i bambini erano vicini al piano terra di un casolare, lo stesso casolare dove io e la mia famiglia avevamo trascorso una notte e un giorno prima di andare sfollati a Roma. Pertanto si precipitarono tutti ad entrare là dentro, tranne lui che non fece in tempo poiché, mentre correva, una scheggia lo centrò in pieno proprio sul davanti, ferendolo gravemente.

Cadde a pochi passi dal casolare dove fu preso da alcune persone che erano lì sul posto per ripararsi dalle bombe e fu sdraiato sopra una coperta, ma non si lamentava affatto. La mia amica era presente, poiché la sua famiglia e lei erano rimaste nascoste in zona e mi raccontò che tutte quelle persone che erano al piano terra, dopo averlo coperto, continuarono a guardare fuori per vedere dove cadevano le bombe, ma nessuno si interessò più a lui. Nessuno gli chiese se sentiva dolore o gli disse una parola di conforto o si sedette accanto a lui per fargli compagnia o fargli una carezza, visto che era solo un bambino. No, nessuno gli disse nulla.
Solo dopo che finì il bombardamento arrivò una parente, ma il bambino morì subito dopo, senza emettere nessun lamento. Era morto da solo, fra gente estranea e nell’indifferenza generale.
Quel bambino non ebbe nessuna consolazione, nemmeno quella di morire fra le braccia di sua madre.

Un giovane molto fortunato
Sempre durante la seconda guerra mondiale, dopo che il nostro paese fu evacuato completamente, i pochi abitanti rimasti nascosti dovettero arrangiarsi come meglio poterono poiché non avevano più niente.

Proprio in questo periodo un giovane del posto, rimasto nascosto insieme alla sua famiglia avendo la necessità di procurarsi la legna da ardere poiché faceva molto freddo e dovevano riscaldarsi, entrò dentro la centrale elettrica dello stesso nostro Comune, dove aveva visto dei grossi pali di legno abbattuti. E sebbene consapevole che era vietato entrarvi perché i tedeschi erano da ogni parte, controllavano ogni angolo della zona ed era molto difficile passare inosservati, era entrato lo stesso senza pensare ad altro.
I giovani a volte sono imprudenti, spericolati, e pensano molto poco o niente affatto ai rischi che corrono.
Così, mentre stava adocchiando quale palo scegliere per poterne tagliare qualche pezzo da portar via, fu visto da una pattuglia di soldati tedeschi e arrestato subito come spia, poiché quella era pur sempre una centrale elettrica, sebbene mezza sfasciata, dove si potevano nascondere delle spie per trasmettere messaggi segreti al nemico.
Fu quindi portato in una zona di Cassino dov’era il Comando Tedesco e messo in una palazzina che fungeva da carcere, insieme a tanti altri giovani arrestati per vari motivi.

In quel periodo i tedeschi vedevano spie dappertutto e uccidevano con molta facilità e senza nessun processo. Per loro anche piccoli e insignificanti reati, magari compiuti per fame, erano fatti sempre per danneggiare loro e pertanto da meritare perfino la morte.
Solo che il destino di questo giovane aveva già deciso che doveva vivere e non morire.
Infatti, già dopo qualche giorno che era arrivato in questa specie di carcere, si cominciava a vociferare che gli americani stavano avanzando veloci verso Cassino e tutti pensavano e speravano, come a volte succede in certi film, che i liberatori sarebbero arrivati, avrebbero spalancato le porte di ogni tipo di carcere e li avrebbero liberati tutti.
Però i tedeschi non avevano intenzione di liberare proprio nessuno. E successe tutto l’opposto.
Infatti, non sapendo dove trasferirli e non avendo nemmeno il tempo sufficiente per pensarci poiché dovevano fuggire, decisero di fare saltare per aria l’intera struttura, con tutto il suo contenuto, e togliersi quel fastidio dal cervello. E così fu fatto.

Si salvò soltanto quel giovane arrivato per ultimo, per una fortunata coincidenza. Il Comandante tedesco, dando uno sguardo al suo documento, che avevano lasciato sul suo tavolo dopo averlo arrestato, si accorse che aveva lo stesso identico suo cognome. E incuriosito lo fece chiamare subito e gli parlò.
Ma nessuno seppe mai cosa si dissero.
Videro soltanto uscire dal carcere quel giovane, libero e felice. Mentre tutti gli altri, dopo pochi giorni, saltarono per aria insieme all’intera palazzina e i tedeschi se ne fuggirono via, lasciando Cassino.

Questa è la guerra.

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