Attualità

La pandemia è donna

di Noemi D’Andrea
in condivisione con L’Eco, rivista periodica sindacale di Roma e del Lazio, della Uil-Uiltec

 

La pandemia ha amplificato le disuguaglianze sociali ed economiche, invertendo i progressi sulla parità fuori e dentro alle mura domestiche. Un sondaggio dell’Onu ha messo nero su bianco l’esperienza vissuta di milioni di donne nel mondo che, nella prima metà del 2020, si sono fatte maggior carico dell’assistenza all’infanzia, dei lavori domestici e hanno subito in media più licenziamenti rispetto alla controparte maschile.

Durante i mesi di lockdown il 60% delle donne italiane (contro il 21% degli uomini) si è trovato a dover gestire da sola figli, famiglia e persone anziane, spesso insieme al lavoro: un carico pesantissimo, che ha portato una donna su due in Italia a dover abbandonare piani e progetti a causa del Covid. Siano esse madri, lavoratrici o figlie, in questi giorni pericolosi e lentissimi.
Anche le esigenze di assistenza agli anziani sono aumentate.

In un sistema così maledettamente precario ed instabile le donne si ritrovano ad accudire nel loro ruolo di figlie e con le dovute cautele, le figure più fragili della famiglia, gli anziani, con la responsabilità e la preoccupazione che la paura del contagio impone.
Le donne spesso sono le uniche persone presenti nella gestione quotidiana delle persone anziane, ancor di più se non autosufficienti e malate, sostituendosi alle figure sanitarie e mediche spesso assenti.

Quanta responsabilità e quanto amore in quei gesti quotidiani, nel tentativo di stemperare la paura e permettere la sopravvivenza, più o meno serena, di queste fragili creature, gesti come gli abbracci che valgono più di mille parole e  che devono ora stare a riposo lasciando il posto alla prudenza; difficile gestire questo momento privandosi di questi nobili strumenti di guarigione dell’anima!
Il democratico Coronavirus ci ha strappato tanti tasselli davvero importanti della nostra vita quotidiana, mettendo a dura prova i nostri equilibri e la nostra stabilità psicologica, anche della popolazione più giovane che si è improvvisamente ritrovata privata della socialità, fonte di confronto, crescita ed equilibrio psicologico.

Forte aumento del disagio emotivo, alterazione degli equilibri sonno-veglia, aumento di stati d’ansia, attacchi di panico, problemi legati all’autostima: sono gli effetti della pandemia di Covid -19 sugli adolescenti monitorati in moltissimi comuni del nostro paese, disagio palesato anche con il notevole aumento di prescrizione di farmaci ansiolitici anche in questa categoria di popolazione.

Ed ancora una volta è la donna, nella veste di madre, ad assumere il ruolo determinante di ascolto e dialogo in un contesto familiare di convivenza forzata, costretta spesso a lavorare, accudire, ascoltare ed occuparsi della casa, qualora il lavoro non l’abbia perduto con questa maledetta emergenza sanitaria, considerando che dei 444 mila occupati in meno registrati in Italia in tutto il 2020, il 70% è costituito da donne.

Per  la donna-madre c’è anche, come conseguenza della pandemia, la chiusura delle scuole e della crescita esponenziale del lavoro di cura della casa e della famiglia. Da sempre queste responsabilità sono ricadute sulle spalle delle donne che per tradizione svolgono più lavoro in casa rispetto agli uomini: prima del Covid-19, nel mondo le donne trascorrevano una media di 4,1 ore al giorno svolgendo lavori domestici non retribuiti, mentre gli uomini impiegavano 1,7 ore

Ancora le donne in modalità smart working, a contatto diretto anche con la gestione della DAD dei propri figli, con lo smart working che si è sovrapposto agli impieghi domestici senza più la possibilità di una separazione spaziale degli stessi. 

E proprio gli spazi domestici, spesso angusti e sovraffollati, hanno determinato una ulteriore impennata dei casi di violenza sulle donne, complici dell’acuirsi di tensioni e dissapori già esistenti nelle relazioni.
Il sempre più largo uso di internet durante la pandemia ha aumentato la violenza di genere on line e il numero di abusi sessuali online dei bambini e, in particolar modo, delle ragazze (dati Parlamento europeo)
Ogni settimana, circa 50 donne perdono la vita a causa della violenza domestica nell’UE, un trend che è aumentato durante le chiusure.
Con le restrizioni dettate dalla pandemia è inoltre diventato più difficile per le vittime di violenza domestica  ottenere aiuto o comunque riuscire a denunciare la violenza subita.

La pandemia ha amplificato le disuguaglianze sociali ed economiche, invertendo i progressi sulla parità fuori e dentro alle mura domestiche. Il sondaggio dell’Onu ha messo nero su bianco l’esperienza vissuta di milioni di donne nel mondo che, nella prima metà del 2020, si sono fatte maggior carico dell’assistenza all’infanzia, dei lavori domestici e hanno subito in media più licenziamenti rispetto alla controparte maschile.

A pagare il prezzo più alto sono le famiglie a basso reddito che fanno affidamento su due stipendi per sopravvivere, che non hanno possibilità di scelta e che hanno anche maggiori probabilità di svolgere lavori di persona piuttosto che a distanza.

Le crisi cambiano la storia. Nonostante le scelte difficili che molte donne devono affrontare oggi, diversi economisti nutrono la speranza che la crescente pressione sulle famiglie possa forzare cambiamenti strutturali e culturali a vantaggio dell’universo femminile. Se integrati a lungo termine, un migliore sistema di assistenza all’infanzia e modalità di lavoro più flessibili porteranno a un nuovo equilibrio tra lavoro e vita familiare. In caso contrario, il rischio è quello di allargare il divario.

Dobbiamo ricostruire meglio, dobbiamo portare le donne nel processo decisionale.
Il percorso è ancora in salita, specie alla luce della notizia di questi giorni dell’uscita della democratica (!) Turchia dalla Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, uscita giustificata per salvaguardare, a loro avviso, i valori della famiglia tradizionale turca…

Anche nell’est dell’Europa si lavora per smantellare la Convenzione di Istanbul, come in Polonia ove si è votato per una nuova Carta dei diritti alternativa alla Convenzione di Istanbul, sempre in difesa della famiglia tradizionale.

Molti stati come la Bulgaria, la Repubblica Ceca, l’Ungheria, Lettonia, Lituania e Slovacchia non hanno mai ratificato la Convenzione di Istanbul!

Ancora una volta le donne devono portare i pesanti fardelli della discriminazione, in molti campi, ma senza retorica devono, tutte, impegnarsi in un processo di presa di coscienza, di educazione, di rinnovamento e di determinazione senza abbassare mai la guardia della tutela e della conquista dei diritti, che molte volte sono acquisiti solo sulla carta.

 

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