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d-05 foto-02 scotti-e-bis 114 la-spiaggia Spugne e astroides si contengono lo spazio

In un paese lontano lontano…

di Pasquale Scarpati

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In un paese lontano lontano viveva un uomo dall’età indefinita. Era povero in canna. Abitava tutto solo in una bicocca. Era costituita soltanto da una stanza. Qua una sedia con la paglia bucata, là un trespolo su cui era appoggiata una vecchia bacinella di ferro che in origine era totalmente bianca e smaltata. Ora, qua e là, affioravano croste di ferro quasi arrugginito che facevano da contrasto con il rimanente bianco sporco. Non bagno né cucina ma una sorta di conca dove il pover’uomo accendeva la legna che gratuitamente il vicino bosco gli forniva, felice di potere essere utile a qualcuno invece di essere devastato e deturpato.

In alto, agganciati ad alcuni pali, vecchi ganci e vecchie seghe arrugginite. Erano gli unici reperti di un tempo che fu. Quando il padre e prima di lui il nonno, ammazzavano un maiale anzi due, e a volte anche tre. Dopo averlo sgozzato, raccoglievano il sangue per fare il sanguinaccio: denso, dolce e nutriente. Poi lo appendevano ai ganci e, dopo averlo aperto e aver raccolto le viscere, (perché del maiale non si butta nulla) lo spaccavano a metà. Conservavano la carne sotto sale oppure fresca. Cotenne e muso, sugna, lardo e frattaglie, salsicce di carne e di fegato. Profumo di alloro e di vino rosso brillante. Spezie e soprattutto peperoncino rosso, macinato, sparso nell’impasto a mo’ di semina.

Durante l’anno gironzolavano anche agnelli e capretti, conigli e polli, uova e latte e di conseguenza formaggio molle e duro ma soprattutto la fumante cagliata che lui, bambino, metteva su una grossa fetta di pane e avidamente addentava. Ma il sacrificio del maiale era la festa per antonomasia. Tanta gente: c’era chi comprava e c’era chi, gratuitamente, riceveva. Ognuno ne approfittava. Aveva, quindi, fruito di una certa agiatezza.
Poi, però, per quegli eventi strani che capitano nella vita o come dice il saggio: il mondo è fatto a scale: c’è chi scende e c’è chi sale, oltre ai cari, aveva perso ogni cosa. Anche la sorella era emigrata in cerca di fortuna in terre lontane ma di lei, dopo un po’ che si erano scritti, non aveva saputo più nulla perché ovviamente non aveva né telefono né tanto meno internet.

Vivendo in un paese democratico (perché si sa la democrazia vola dappertutto) ogni tanto o, per meglio dire, in certe scadenze riceveva la visita di alcune persone. Queste si mostravano molto gentili, gli stringevano calorosamente la mano. Andando via qualcuno lo abbracciava anche affettuosamente. Lui con un po’ di vergogna chiedeva scusa per non poter offrire neppure una tazzina caffè, adducendo ora un pretesto ora un altro.
Non ti preoccupare, gli rispondevano – sarà la prossima volta.
Ognuno gli prometteva qualcosa. Uno gli promise che avrebbe migliorato la sua abitazione, un altro gli promise che avrebbe migliorato l’ambiente circostante, il terzo gli promise che gli avrebbe trovato un posto di lavoro. Altri fecero altre promesse che sarebbe lungo elencare. Lui, felice, pensando che quelli sarebbero ritornati di lì a poco, racimolò quattro spicci ed andò a comprare un poco di caffè.

Invece passarono molti anni e di tutti quelli che erano andati a trovarlo non vide neppure l’ombra. Un giorno alla sua porta bussò un tizio che portava un piccolo paravento sotto il braccio.
Quello entrò con aria trionfante. Lo aprì e lo pose in un angolo. A lui, meravigliato, che chiedeva perché mai avesse portato quell’attrezzo, rispose: – Per migliorare la tua abitazione così puoi creare una nuova stanza con la tua privacy! Dopo di che, subito andò via.
Dopo un po’ arrivò un altro. Questo tirava un carretto tutto colorato come quello che si usavano e si usano ancora oggi in Sicilia. In essi erano riposti degli alberelli. A lui, meravigliato, rispose che quelli servivano per migliorare l’ambiente. Un po’ risentito, lo apostrofò: –
Innanzitutto questi alberi non sono adatti al luogo dove vivo perché non sopporterebbero il clima e quindi immediatamente si seccherebbero e poi non solo non possiedo nessun attrezzo per metterli a dimora ma neppure ho l’opportunità di comprare l’occorrente per farli crescere sani e robusti.
– Fatti tuoi!, rispose quello e andò via.

Il giorno dopo arrivò una persona claudicante che non portava nulla se non una lettera. Pieno di speranza l’aprì e lesse:
– Caro amico, come ti avevo promesso io ho cercato un lavoro per te. Purtroppo non sono riuscito a trovarlo, non perché non sia stato capace ma perché ho valutato che nessuno era adatto a te. Rimase molto deluso. Perplesso si chiedeva: – Come fa quello a valutare se facevano al caso mio?

Comunque ringraziò il latore della missiva e chi lo aveva mandato. Non passò neppure una settimana che a turno si ripresentarono i personaggi che si erano presentati anni addietro e gli fecero le medesime promesse. Questa volta il poveraccio pensò bene di dare la preferenza ad uno diverso di cui aveva sentito dire un gran bene e che non era andato direttamente da lui ma era andato a fare un comizio in un villaggio vicino. Pensava che quello avrebbe mantenuto ciò che a gran voce aveva promesso dall’alto del palco.
– Ingenuo, gli disse un vicino di casa. Quelle sono favole perché sono promesse elettorali.
– Che vuol dire?, chiese.
– Le promesse sono promesse. Non esistono promesse elettorali e le altre. È come se a una persona che muore di fame gli prometti o meglio ancora gli fai vedere, ma da lontano, una bella lasagna o dei cannelloni fumanti ma poi non solo non glieli fai mangiare ma li fai addirittura sparire. È lecito torturare le persone alla maniera di… Tantalo?
– Hai ragione – riprese l’uomo – ma vedrai che questa volta qualcosa cambierà.
– Speriamo bene – rispose.

Passò del tempo ma le cose non cambiarono. Il suo tenore di vita rimase sempre lo stesso. Un giorno, sola soletta, bussò alla sua porta quella persona che aveva parlato nel villaggio.
Come lo vide, lo aggredì: – Ma dove sono le tue promesse?
L’ altro rispose: – Vedi, caro amico, avevo caricato un carretto pieno di cose. Ma, durante il tragitto, il suo carico, per buona parte è andato disperso essenzialmente per due motivi: il primo perché la strada era ed è sconnessa, piena di buche e sassi, il secondo perché il carretto era troppo carico e forse anche un po’ sbilanciato per cui buona parte del carico si è perso lungo la strada. È successo, poiché alcune persone incontrate lungo la strada, non so se involontariamente o coscientemente, mi hanno dato un’indicazione sbagliata così invece di venire da te mi sono trovato impaludato nella melma. Sono riuscito a raggiungerti perché avevo con me una bussola da cui non mi separo mai.
Detto questo, andò via.
Il pover’uomo si sedette su un grosso masso, accese una vecchia pipa caricata con erba secca e pensò:
Spero due cose. La prima: il prossimo carretto non sia pieno di cianfrusaglie ma di poche, solide ed essenziali cose. La seconda: prima di far passare i carretti, venga lastricata la strada su cui venga posta un’opportuna e soprattutto chiara segnaletica.

Con questo pensiero, speranzoso si mise a intagliare un grosso pezzo di legno che il generoso bosco gli aveva ancora una volta, generosamente, regalato.

5 commenti per In un paese lontano lontano…

  • Ma questa favola non finisce con “…e tutti vissero felici e contenti”.
    Non va bene, va assolutamente continuata.

  • Pasquale Scarpati

    Vince’
    Il racconto ha un incipit; la conclusione ognuno se la può immaginare come vuole. A me non dispiacerebbe se qualcuno la ipotizzasse. D’altronde di tutte le cose si conosce l’inizio ma non la fine. “Del diman non v’è certezza…”.
    Se poi è proprio… “una favola”, non lo so.
    Io posso soltanto dire che il pover’uomo o uomo povero, coltivando la speranza, continua a far bene il proprio lavoro. Esso sembra modesto e da nulla ma, se lo guardi con attenzione, richiede precisione e diligenza, dal punto di vista della manualità; passione e anche estro dal lato morale.
    Queste due ultime cose poi a loro volta, volendo, possono anche concretizzarsi.
    Ma a volte non basta “blandamente volere”, ci vuole il “volli, sempre volli, fortissimamente volli” di Alfieri Vittorio.
    Ciao

  • Pasquale, c’è sempre tempo per il finale io continuerei così: “C’erano degli uomini di montagna che nelle loro baite alpine aspettavano da tempo i turisti. Avevano preparato tutto, si erano adeguati alle leggi per questo avevano speso tanti soldini che avevano nell’ultimo salvadanaio. Avevano loro promesso che aprivano il 15 febbraio, d’improvviso, senza una nuvola dal cielo é piovuta la notizia. Non si apre più, avevamo scherzato.”
    Chissà se agli uomini di montagna piacciono gli scherzi.

  • Sandro Russo

    Ahi Vincenzo, a volte i tuoi commenti sembrano scritti da un bambino di 4 anni (…neanche normale, anzi, particolarmente capriccioso).
    Sul serio pensi che ci sia una genìa di cattivoni che non ha altro pensiero nella vita che fare scherzi di pessimo gusto agli “uomini della montagna”?
    Pensa se li facessero agli “uomini del mare”!

  • Sandro invece fa il bidello e corre dietro ai discoli che non vogliono stare nei banchi.

    Certo che ci penso agli uomini del mare che stanno tranquilli tanto i provvedimenti non riguardano loro. La montagna è lontano, lontano e l’estate è ancora lontana, lontana.

    Io da tempo dico le stesse cose:

    C’è un gioco al massacro della classe media – la povera è già stata abbandonata al suo destino – ora tocca alla classe media quella che sperava di migliorare attraverso la propria capacità imprenditoriale. Ma vivere di lavoro reale non paga più in questo mondo.

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