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Una canzone per la domenica (124). La Buona Novella

di Sandro Vitiello

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Tra cinque giorni è Natale.
E’ un Natale strano, sospeso, che aggiunge qualche altro dubbio al nostro destino di uomini.

Mi è venuta voglia di andare a riascoltare uno dei dischi fondamentali negli anni della mia gioventù: “La buona Novella” di Fabrizio De André.

La mia “canzone della domenica” non sarà una sola canzone; sarà un intero album, composto da dieci tracce, pubblicato verso la fine del 1970.
E’ uno dei più bei dischi che mi sia capitato di ascoltare, è figlio di una stagione particolare, è il prodotto di una riflessione non convenzionale sulla figura di Cristo e della sua storia.

C’è una frase che può dare il senso di questo lavoro.
“Ho cercato di restituire l’immagine di un Cristo più cristiano e meno cattolico” – scrive De André.
Un Cristo figlio di una sposa bambina che ha provato ad essere donna e sposa e madre con tutte le aspettative di una donna qualsiasi.
Alla ricerca dell’amore di un uomo – Giuseppe – marito per caso.

L’infanzia di Maria

…con dita troppo secche per chiudersi su una rosa e un cuore troppo vecchio che ormai si riposa.

Un Cristo che forse non è il prodotto di un concepimento soprannaturale ma di un amore vero:

Il sogno di Maria

poi, d’improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese – Conosci l’estate –
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Una madre che sotto alla croce, urla tutto il suo dolore di madre davanti ad un figlio che muore e, alle donne che le dicono avere speranza perché tra tre giorni lui ritornerà come figlio di dio, lei risponde:

“…non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio”.

Un figlio amato per davvero dalle genti della Galilea.
Amato perché portava la speranza, perché rivendicava diritti per gli ultimi.
Quegli ultimi che non poterono neanche avvicinarsi alla croce mentre lui moriva.

Via della croce  

Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,
non sono venuti a esibire un dolore
che alla via della croce ha proibito l’ingresso
a chi ti ama come se stesso.

Quel Cristo che guarda nel cuore dei due ladroni, in croce come lui, e riesce a comprendere anche la loro vita.
E le ragioni degli ultimi diventano il pezzo per me più bello di questo disco: “il testamento di Tito”.

Una rilettura dei dieci comandamenti con le ragioni di chi ha provato sulla sua pelle il significato delle tavole della legge. Riflessioni amare, forti.

Questo importante lavoro di De André e di quanti hanno collaborato con lui nasce soprattutto dalla rilettura dei vangeli apocrifi, poco amati o non riconosciuti dalla chiesa di Roma. Vangeli che ci restituiscono una dimensione umana del figlio di Dio, che fanno di sua madre una donna vera.

In questi giorni che precedono il Natale ascoltare “La buona novella” è comunque un atto di fede.
Buone feste a tutti.

A seguire il testo de “il testamento di Tito”

Tito:
“Non avrai altro Dio all’infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall’est
dicevan che in fondo era uguale.

Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:

ma forse era stanco, forse troppo occupato,
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
davvero lo nominai invano.

Onora il padre, onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:

quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quanto a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che rigurgitan salmi
di schiavi e dei loro padroni

senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.

Il quinto dice non devi rubare
e forse io l’ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:

ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l’ami
così sarai uomo di fede:

Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore:
ma non ho creato dolore.

Il settimo dice non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno:

guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino,
e scordano sempre il perdono:

ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:

nei letti degli altri già caldi d’amore
non ho provato dolore.
L’invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:

io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore”.

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