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La pandemia da Covid-19 e le riflessioni di Papa Francesco. Dal New York Times

Proposto da Emilio Iodice e tradotto da Silverio Lamonica

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Buon giorno,
Propongo l’articolo allegato di Papa Francesco, del New York Times del 26 novembre.
Perché?
Tra pochi mesi, milioni di italiani ed altri popoli nel mondo inizieranno a ricevere il “vaccino”. Fisicamente inizierà il processo di guarigione, ma emotivamente molto dovrà essere fatto per restituirci l’ottimismo, l’amore e la gioia per la vita.

Il messaggio del Papa riguarda la comprensione del cammino che abbiamo affrontato; sapere dove siamo stati determinerà il cammino da intraprendere. È anche un messaggio che riguarda il dolore e la sofferenza, il bene e il male che continuano ad esistere in questo mondo, anche quando vediamo il virus scivolare all’orizzonte.

Francesco ci aiuta a riflettere non su noi stessi, ma sugli altri, rivelando che la strada per cambiare e costruire un mondo migliore inizia da ognuno di noi.

Calorosi saluti
Emilio Iodice

Papa Francesco: Una crisi rivela ciò che abbiamo nei nostri cuori
di papa Francesco

Roma, 26 novembre 2020
Per uscire da questa pandemia, meglio di quanto siamo entrati, dobbiamo lasciarci toccare dal dolore degli altri.

In quest’ultimo anno di cambiamento, la mia mente e il cuore traboccano di persone. Persone a cui penso e per cui prego e a volte piango con loro. Persone con nomi e volti, persone che sono morte senza dire addio a coloro che amavano, a famiglie in difficoltà, persino affamate, perché non c’è lavoro.

A volte, quando si pensa al mondo intero, ci si può sentire paralizzati: ci sono così tanti luoghi di conflitto, apparentemente incessante; c’è così tanta sofferenza e bisogno. Trovo che ciò aiuti a concentrarsi su situazioni concrete: vedete volti che cercano la vita e l’amore nella realtà di ogni persona, di ogni popolo. Vedete la speranza scritta nella storia di ogni nazione, gloriosa, perché è una storia di lotta quotidiana, di vite spezzate nell’abnegazione. Quindi, invece di sopraffarti, ti invita a riflettere e a rispondere con speranza.

Questi sono momenti della vita che possono essere maturi per il cambiamento e la conversione. Ognuno di noi ha avuto il proprio “arresto” o se non l’abbiamo ancora fatto, lo avremo un giorno: malattia, fallimento di un matrimonio o di un’impresa, una grande delusione o un tradimento. Come nel lockdown del Covid-19, quei momenti generano una tensione, una crisi che rivela ciò che abbiamo nel cuore.

In ogni “Covid personale”, vale a dire in ogni “arresto”, ciò che viene rivelato è ciò che deve cambiare: la mancanza della nostra libertà interiore, gli idoli che abbiamo servito, le ideologie con cui abbiamo cercato di vivere, le relazioni che abbiamo trascurato.

Quando mi ammalai seriamente, all’età di 21 anni, ebbi la mia prima esperienza di limite, dolore e solitudine, che ha cambiato il modo con cui vedevo la vita. Per mesi non sapevo chi ero, se avrei vissuto o sarei morto. I dottori non avevano idea se anche io ce l’avrei fatta. Ricordo di aver abbracciato mia madre e di aver detto: dimmi solo se sto per morire. Ero al secondo anno di formazione per il sacerdozio, nel seminario diocesano di Buenos Aires.

Ricordo la data: 13 agosto 1957. Fui portato in ospedale da un prefetto, il quale si rese conto che la mia influenza non era del tipo che si cura con l’aspirina. Mi tolsero subito un litro e mezzo d’acqua dai polmoni e io rimasi lì a combattere per la mia vita. Nel novembre successivo, mi operarono per togliere il lobo superiore di uno dei polmoni. Un’idea ce l’ho di come si sentono le persone col Covid-19 che lottano per respirare con un ventilatore.    

Di tale periodo, ricordo soprattutto due infermiere. Una era la capo infermiera del reparto anziani, una sorella domenicana che era stata un’insegnante ad Atene, prima di essere mandata a Buenos Aires. Più tardi appresi che dopo il primo esame da parte del medico, dopo che se ne andò, disse alle infermiere di raddoppiare la dose dei farmaci che aveva prescritto – fondamentalmente penicillina e streptomicina – perché sapeva, per esperienza, che stavo morendo. Suor Cornelia Caraglio mi ha salvato la vita. A causa del suo contatto regolare con persone malate, capì meglio del medico di cosa avessero bisogno ed ebbe il coraggio di agire in base alla sua conoscenza.

L’opinione di oggi: procurati un’analisi esperta delle notizie e una guida alle grandi idee che modellano il mondo.

Un’altra infermiera, Micaela, fece lo stesso quando accusavo forti dolori, prescrivendomi segretamente dosi extra di antidolorifici, al di fuori dei tempi stabiliti per me. Cornelia e Micaela ora sono in Paradiso, ma devo loro sempre così tanto. Hanno combattuto per me fino alla fine, fino alla mia eventuale guarigione. Mi hanno insegnato cosa significa usare la scienza, ma sapere anche quando andare oltre, per soddisfare esigenze particolari. E la grave malattia che ho vissuto mi ha insegnato a dipendere dalla bontà e dalla saggezza degli altri.

Questo tema di aiutare gli altri è rimasto con me, in questi ultimi mesi. Durante il lockdown mi sono spesso raccolto in preghiera per coloro che cercavano di salvare la vita degli altri con tutti i mezzi. Così tante infermiere, medici, e assistenti familiari  hanno pagato quel prezzo dell’amore insieme ai sacerdoti e alle persone religiose e laiche, la cui vocazione era il servizio. Ricambiamo il loro amore provando dolore per  loro e onorandoli.

Che ne fossero consapevoli o meno, con la loro scelta hanno testimoniato la convinzione che è meglio vivere una vita più breve al servizio degli altri, rispetto a una più lunga che resiste a quella chiamata. Ecco perché in molti paesi la gente stava alla finestra o sull’uscio per applaudire in segno di gratitudine e di stupore. Sono i santi della porta accanto che hanno risvegliato qualcosa di importante nei nostri cuori, rendendo ancora una volta credibile ciò che vogliamo infondere con la nostra predicazione.

Sono gli anticorpi del virus dell’indifferenza. Ci ricordano che le nostre vite sono un dono e noi cresciamo donando noi stessi, non preservando noi stessi ma perdendoci nel servizio. Con alcune eccezioni, i governi hanno compiuto grandi sforzi per mettere al primo posto il benessere dei cittadini, agendo con decisione per proteggere la salute e salvare vite umane. Le eccezioni sono rappresentate da alcuni governi che hanno alzato le spalle di fronte alle dolorose prove dell’aumento di morti, con inevitabili e gravi conseguenze. Ma la maggior parte dei governi ha agito in modo responsabile, imponendo misure rigorose per contenere l’epidemia.

Eppure, alcuni gruppi hanno protestato, rifiutandosi di mantenere le distanze, marciando contro le restrizioni dei viaggi, come se le misure che i governi devono imporre per il bene del popolo, costituissero una sorta di attacco politico all’autonomia e alla libertà personale! Guardare al bene comune è molto di più della somma di ciò che è buono per i singoli. Significa avere rispetto per tutti i cittadini e cercare di rispondere efficacemente alle esigenze dei meno fortunati.

È fin troppo facile per alcuni prendere un’idea – in questo caso, per esempio, la libertà personale – e trasformarla in un’ideologia creando un prisma, attraverso il quale giudicano ogni cosa.

La crisi del Coronavirus può sembrare speciale, perché colpisce la maggior parte dell’umanità. Ma è speciale solo perché è visibile. Ci sono mille altre crisi che sono altrettanto terribili, ma sono abbastanza lontane da alcuni di noi, tanto che ci comportiamo come se non esistessero. Pensate, ad esempio, alle guerre sparse in diverse parti del mondo; alla produzione e al commercio di armi; alle centinaia di migliaia di rifugiati in fuga dalla povertà, dalla fame e dalla mancanza di opportunità; al cambiamento climatico.  Queste tragedie possono sembrare lontane da noi, come parte delle notizie quotidiane che, purtroppo, non ci inducono a modificare le priorità delle nostre agende.  Ma come la crisi del Covid-19, colpiscono l’intera umanità.

Ora diamo uno sguardo a noi stessi: abbiamo messo maschere facciali per proteggere noi stessi e gli altri da un virus che non riusciamo a vedere. Ma che dire di tutti quegli altri virus invisibili da cui dobbiamo proteggerci? Come affronteremo le pandemie nascoste di questo mondo, le pandemie di fame, violenza e cambiamento climatico?

Se vogliamo uscire da questa crisi meno egoisti di come siamo entrati, dobbiamo lasciarci toccare dal dolore degli altri. C’è una linea in Hiperion di Frederich Holderlin, che mi dice come la minaccia del pericolo in una crisi non sia mai totale; c’è sempre una via d’uscita: “Dove c’è il pericolo, c’è anche il potere salvifico”. Questo è il genio della storia umana: c’è sempre un modo per sfuggire alla distruzione. Dove l’umanità deve agire è proprio lì, nella minaccia stessa; è lì che si apre la porta.

Questo è un momento per sognare in grande, per ripensare le nostre priorità – ciò che valorizziamo, ciò che vogliamo, ciò che cerchiamo – e per impegnarci ad agire, nella nostra vita quotidiana, su ciò che abbiamo sognato.

Dio ci chiede di osare, creando qualcosa di nuovo. Non possiamo tornare alle false sicurezze dei sistemi politici ed economici che avevamo prima della crisi. Abbiamo bisogno di economie che diano a tutti l’accesso ai frutti del creato, ai bisogni fondamentali della vita: terra, alloggio e lavoro. Abbiamo bisogno di una politica in grado di integrare e dialogare con i poveri, gli esclusi e i vulnerabili, che dia alle persone la parola nelle decisioni che riguardano la loro vita. Dobbiamo porre un freno, fare il punto della situazione e progettare  modelli migliori di vita comune su questa terra.

La pandemia ha messo in luce il paradosso che mentre siamo più connessi, siamo anche più divisi. Il consumismo febbrile rompe i legami di appartenenza. Ci fa concentrare sulla nostra autoconservazione, rendendoci ansiosi. I nostri timori sono esacerbati e sfruttati da un certo tipo di politica populista che cerca il potere sulla società. È difficile costruire una cultura dell’incontro, in cui ci si incontra come persone con una dignità condivisa, all’interno di una cultura usa-e-getta che considera il benessere degli anziani, dei disoccupati, dei disabili e dei nascituri, come marginali per il nostro benessere.  

Per uscire meglio da questa crisi, dobbiamo recuperare la consapevolezza che, come persone, abbiamo una destinazione condivisa. La pandemia ci ha ricordato che nessuno si salva da solo. Ciò che ci lega gli uni agli altri è ciò che comunemente chiamiamo solidarietà. La solidarietà è qualcosa di più degli atti di generosità, per quanto importanti essi siano; è la chiamata ad abbracciare la realtà, in cui siamo legati da vincoli di reciprocità. Su questa solida base possiamo costruire un futuro umano migliore, diverso.

Papa Francesco è il capo della Chiesa Cattolica e Vescovo di Roma. Questo saggio è stato ridotto dal suo nuovo libro “Sogniamo; Un Cammino Verso Un Futuro Migliore”, scritto con Austen Ivereigh     

 

L’articolo originale inviato da Emilio Iodice, in file .pdf: Pope Francis Article

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