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Elogio della pazienza

di Pasquale Scarpati

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Chi ricorda la pazienza?  Che cos’è la pazienza? Essere pazienti vuol dire pensare e aspettare, aspettare e pensare.
La pazienza non ama… l’impazienza.
Questa permea o ha permeato buona parte della vita.

Si è o si è stati per lo più impazienti. Se, ad esempio, passa una qualsiasi idea per la mente, immediatamente la dobbiamo comunicare senza pensare se la persona che ci deve ascoltare sia disponibile o meno in quel momento; come ad esempio in orario di pranzo o di cena o a tarda sera. A sua volta la persona che riceve la telefonata diviene anch’essa “impaziente” di comunicare il suo pensiero per cui “abbandona/trascura “ ciò che sta facendo in quel momento per dedicarsi al nuovo evento. Ma ciò rende” impazienti” le persone ed anche gli oggetti a cui, in quel momento, lei sta dedicando la sua attenzione. In una sorta di circolo vizioso. Le idee sembrano quasi fuggire dalla mente. Sono troppe o non sappiamo trattenerle? Non sappiamo trattenerle oppure sono… inezie? Forse l’uno e l’altro. Oppure, fruendo a piene mani di nuove tecnologie, è venuto meno l’esercizio della memoria?

Una volta, ad esempio, quando si stava per uscire di casa, si portavano con sé poche cose: una sola chiave e, se donna, una borsa; oggi a quante cose bisogna pensare? Quante chiavi si arraffano a destra e a manca ed i telefonini… per cui, impazientemente, si corre di qua e di là per tutta casa, cercando di non dimenticare nulla, altrimenti, una volta in macchina o per la strada, si viene colti dal panico e nella migliore delle ipotesi ci si innervosisce addossando eventualmente la colpa a chi viaggia insieme, per cui anche una gita di piacere può divenire un “tormento”.

Oggi, a tutto questo, si sono aggiunti guanti e mascherine da indossare. Se poi, mentre si sta per uscire, arriva una telefonata: apriti cielo! L’orologio corre, il treno sta per arrivare, il bimbo piange. Il nervosismo sale, sale e alla fine può esplodere come un vulcano.
Bisogna allora letteralmente “armarsi” di… pazienza, pensando come gestire tutto questo e come gestire anche il tempo che da elemento astratto che gironzola nell’aria, “ sbatt’ ’nterra, diviene concreto.
– No – ha detto una persona: – Nun sbatt’ ’nterra, ma sbatt’ ’ncap” con tutte le sue conseguenze.”

L’impazienza porta a gesti sconsiderati; come ad esempio a correre troppo veloci su strade strette e piene di curve. Spesso, in questo caso, l’impazienza ci può portare ali Pronto Soccorso là dove, all’improvviso, da “impazienti” siamo costretti per forza di cose, su di un lettino o una barella, ad essere “pazienti”.

Nella migliore delle ipotesi, l’impazienza ci fa… sciupare il tempo a causa delle discussioni con un’eventuale controparte o con le forze dell’ordine. In tal caso mordiamo la… pazienza. Non sarebbe stato meglio, quindi, avere avuto un po’ di…pazienza?

L’impazienza porta a prendere medicinali a casaccio; medicinali che devono agire in fretta. Per questo spesso si resta “influenzati” o per meglio dire ingannati da qualche spot pubblicitario non solo “miracoloso” ma soprattutto veloce nell’agire: oggi si è ammalati, domani o addirittura dopo poche ore si è di nuovo pimpanti. Si deve, quindi, star bene in salute ed essere operativi in fretta, come un famoso pupazzo di tanti anni fa denominato Ercolino-sempre-in-piedi.
In fondo in fondo l’impazienza costringe, a volte, ad essere tali – ha detto una persona. Pertanto presi nel vortice o spinti dalla tempesta, non si ha più la… pazienza di stare a letto o di stare a casa. La parola convalescenza è stata bandita da tutti i vocabolari.  Se qualche “sciocco” la pensa ancora o la vuole mettere in pratica, passa per persona anacronistica: si deve immediatamente essere efficienti a qualsiasi età. Anche se la Natura dice anzi obbliga a tutti ma soprattutto a quelli che sono più in là con gli anni ad un più lungo periodo di… convalescenza.

Quest’impazienza, debilitando il corpo e la mente potrebbe far ritornare ad essere di nuovo “pazienti” con più gravi conseguenze perché le ricadute sono peggiori della malattia stessa! Qualcuno, infatti, prima sommessamente ora con voce più squillante parla delle conseguenze sul sistema delle difese immunitarie, qualora abusiamo di farmaci pur di stare bene in fretta. È voce che grida nel deserto oppure la sua voce viene soffocata da altre e alte grida.

La pazienza è… isolana.
Quanti conoscono l’Isola com’era? Io ed altri delle mia età nuotavamo da Giancos, alla Caletta o a Santa Maria, insomma spaziavamo per tutto il porto in un’acqua limpida. Si arrivava a nuoto fino alla spiaggia di Frontone. Nei pressi della Marinella dei Morti il fondale era limpido così nelle grotte Azzurre. Pazientemente, bracciate dopo bracciate, acquistavamo o “conquistavamo” la meta. Con pazienza agivamo sui remi e la barca muovendosi lentamente ci portava ad osservare meglio i meravigliosi fondali e a pensare, anche, dove calare la rete o la nassa ed ipotizzare quali fossero i pesci che vivevano in quel luogo. Muovendoci, con pazienza, tra sentieri scoscesi osservavamo ogni anfratto ed ogni cambiamento in atto ma nello stesso tempo pensavamo non solo dove mettere i piedi ma anche come poter utilizzare ciò che il luogo ci elargiva.
Così hanno operato quelli che ci hanno preceduto.
Con pazienza conquistavamo anche le ragazze… Era un’arte… “raffinata”: prima occhiate, poi timidi approcci, poi il sospirato “Ciao” che voleva dire anche “Si può frequentare…”. Santa pazienza!

La pazienza è Natura.
Tutti noi dovremmo “sentire” di far parte del sistema Natura. Se questa s’indebolisce: tutto s’indebolisce, anche il corpo. La peste del 1630 trovò facile esca in corpi stremati dalla carestia  originatasi a sua volta da cause naturali e mieté molte vittime. La Natura distrutta, denigrata, calpestata, stravolta nuoce all’umano organismo.

Bisogna aver pazienza di aspettare e rispettare i suoi tempi.
Della nostra pazienza anche la Natura trae benefici. Lei ci mostra la strada. La Natura è, infatti, paziente: ha i suoi tempi, immutabili. Stravolgerli è innaturale perché, per farlo, occorrono sostanze che potrebbero nuocere o debilitare la Natura e di conseguenza anche l’organismo umano.

Da una parte ci sono gli incendi che arrecando danni e appestano l’aria, dall’altra per domarli si usano sostanze nocive o acqua salata: danno su danno.
Si è notato, infatti, che, costretti nostro mal grado ad essere “pazienti”, in ambedue i sensi, immediatamente ne hanno tratto giovamento le acque, divenute più limpide ed il cielo, divenuto più chiaro.
Se  pertanto eliminassimo le “incrostazioni” dell’impazienza forse potremmo considerare un mondo diverso. Basta pensare ed agire in modo diverso.
A sua volta l’onnipotente denaro potrebbe coesistere e addirittura trarre vantaggio dalla salvaguardia di ciò che fino ad oggi ha combattuto: la Natura stessa! Si dice che non ci saranno più ore di punta, si dice che si darà più spazio a mezzi ecologici, si dice…
Come può essere? Come si fa? Si può fare pensando in modo diverso, con calma: pazientemente valutando e soppesando. Pazientemente aspettando il treno o stando in coda, prima di entrare in un negozio. Pazientemente aspettando il proprio turno anche nelle prenotazioni.

A loro volta queste ultime devono garantire un lasso di tempo breve. Si deve pensare, soprattutto, al bene della comunità in un tutt’uno: inteso sia come elemento umano sia come elemento naturale. Se la comunità e la natura pazientemente coesistono, sicuramente miglioreranno e affronteranno più serenamente i problemi, che purtroppo non mancano mai, ed anche il futuro.

La pazienza non è indolenza.
L’indolenza è pigrizia nel pensare e nel fare. La pazienza, invece, ci porta a pensare e fa muovere velocemente le idee. La pazienza ci fa riflettere su quelle che possono essere attuate nel contesto in cui viviamo. Tutto, pertanto, si deve muovere con pazienza ma in modo veloce. La pazienza esige, ad esempio, che anche i mezzi pubblici siano più rapidi e soprattutto più assidui altrimenti si ritorna… nell’impazienza, foriera di molte patologie che ci portano ad essere di nuovo “pazienti”.

La pazienza induce a pensare… anche a nuove cose; induce a non dare nulla per scontato.
Forse la pazienza, virtù dei forti, si è nascosta da qualche parte. Vuole essere cercata. Trovata, sarà fedele come il cane con il proprio padrone. Ci seguirà o ci precederà.  In tal caso, si volterà per verificare se seguiamo i suoi passi. Felice tornerà da noi se si accorge di essere seguita.

9 commenti per Elogio della pazienza

  • Luisa Guarino

    Caro Pasquale, parlare di pazienza dopo oltre due mesi di lockdown mi sembra davvero superfluo e anche un po’ inutile, se mi consenti. Anche i più riottosi infatti dopo questa quarantena hanno imparato ad esercitarla nei minimi particolari. Lo si vede nelle file, nei rapporti tra le persone, in una disponibilità diventata a volte perfino ‘di maniera’. Non c’è più bisogno di ritrovarla: volenti o nolenti, l’abbiamo dovuta riscoprire tutti. E non ci è piaciuto: almeno a me non è piaciuto per niente.

  • Pasquale

    Mi spiace, Luisa. Ma, come si vede in TV, molti non conoscono la pazienza e, stando a ciò che si dice da più parti, la loro impazienza potrebbe essere… rischiosa per tutti. Sono pochi? Non so. E’ solo scoop giornalistico? Non so. Sta di fatto che ora, più di prima, bisogna aver pazienza, essere forti e non lasciarsi prendere la mano. A me sembra invece che si è come colui che, spinto dalla calura estiva, corre a tuffarsi. Prende la rincorsa, si libra in aria e giù a capofitto senza vedere o pensare se al di sotto ci siano o meno gli ingannevoli scogli. Sicuramente si tornerà all’impazienza e all’antico corri corri (sarebbe una iattura se così non fosse); ma non è ancora tempo. La pandemia, come tutte le pandemie finirà o per meglio dire, andrà esaurendosi (così è sempre stato) Si tornerà alla “normalità” della vita e ciò è dimostrato dalle fonti che se da una parte narrano l’incipit ed il decorso delle pandemie, dall’altra tacciono su come, perché e quando siano finite. Perché esse non finiscono: si esauriscono. Diverrà anch’essa un ricordo, stemperato dal tempo. Ma al momento: pazienza e prudenza; in esse pensare… Questo è il mio auspicio.

  • Silverio Guarino

    … e invece di pazienza da esercitare ce ne vuole sempre tanta, per arrivare a completare la lettura dei contributi letterari che giungono a Ponzaracconta, così come di alcuni verbosi commenti che ne conseguono.

    Nel mio piccolo, cerco di dare il buon esempio con scritti di appena una paginetta o poco più e stile telegrafico nei commenti.

    Non è certo mio il compito di dare consigli, ma può essere utile che la Direzione e la Redazione di Ponzaracconta diano più precise indicazioni sulla lunghezza dei contributi.

    Per rendere più snella e godibile la lettura di Ponzaracconta, nostro amato appuntamento quotidiano.

  • Rita Bosso

    Caro Silverio,
    qualche anno fa i miei alunni mi hanno spiegato cos’è un tweet. Lavoravamo al progetto Apponza sul confino, ogni gruppo avrebbe dovuto produrre una scheda sul confinato che gli era stato assegnato; precisai che dovevano occupare una pagina, due al massimo. Educatamente mi fecero notare che nessuno avrebbe letto una pagina o due dal telefonino, magari camminando; la lunghezza ottimale doveva essere quella del tweet, 280 caratteri. Un conto è leggere dal libro, comodamente seduti o sdraiati, altro è leggere dallo schermo.
    Tu te ne ricordi, e ti leggo con piacere anche per questo.

  • silverio lamonica1

    Per chi volesse approfondire l’argomento sul piano filosofico, consiglio il De Patientia di Tertulliano
    https://www.libreriadelsanto.it/libri/9788870949674/la-pazienza—la-corona.html

  • Sandro Russo

    Ancora diversa la posizione del capo-redattore in questa (per una volta!) benevola querelle.
    Perché è la redazione (o esigua pars di essa) che si “sciroppa” tutti i pezzi che l’affollato e (per fortuna) prolifico gruppo di collaboratori indirizza al Sito.
    Leggiamo tutto, cerchiamo di metterlo nella luce migliore e (nella stragrande maggioranza dei casi) pubblichiamo; molto raramente chiediamo modifiche o chiarimenti. Qualche volta è necessario frazionare lo scritto in più puntate.
    La mia posizione personale – conoscendo di persona o per intensi scambi virtuali praticamente tutti i collaboratori – è di affettuosa curiosità…
    – Vedimme ch’a scritte cumpa’ Pascaline, ’sta vôta!
    Quasi me li figuro mentre scrivono e quando leggeranno il loro pezzo pubblicato sul sito.
    Francamente la lunghezza del testo non mi disturba troppo; non tutti gli scritti si giovano dello spazio di un twitter e ciascuno ha il suo stile, i suoi percorsi mentali; alcuni richiedono tempo e deviazioni (detours) per manifestarsi pienamente.
    Per fortuna il nostro non è un giornale, ha regole più elastiche e l’attributo imprescindibile di essere una collettività (quasi) di amici, radici e molti ricordi comuni. Fa una bella differenza.
    Concludo: per me va bene la varietà dei contributi e non mi piacciono troppo le regole rigide.

  • Luisa Guarino

    Secondo me non può trattarsi solo di stile personale, ma anche di adeguarsi ai contenuti. Non esistono regole, sono d’accordo, e uno scritto breve può essere interessante e godibile, quando lo è, quanto uno lungo. Anche nei giornali, intesi come quotidiani, ci sono notizie flash, articoli di media lunghezza, servizi di più pagine, l’editoriale, il fondo, l’approfondimento, il commento. Formati diversi per tutti i lettori: perché il nostro è comunque un giornale. Ciò che conta è il buonsenso. Da parte di chi scrive.

  • Silverio Guarino

    I commenti della Redazione e della Direzione sono stati benevolmente esaurienti.
    Se ho ben capito, Ponzaracconta è un “giornale-non giornale” dove possono scrivere persone che sono solo “giornalisti” per caso e quindi non necessariamente dotati di buonsenso.

    Né, d’altra parte Tertulliano avrebbe mai potuto bacchettare Cicerone (di due secoli prima) per la sua celebre “sbroccata”:
    “Quo usque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?”.

    Ma si sa; sia Luisa che Sandro di pazienza ne hanno fin troppa…( e meno male!)

  • Sandro Russo

    Caro Silverio, i siti hanno storia troppo recente rispetto ai giornali, per poter essere altrettanto esattamente definiti. Così mentre tutti sanno cos’è un giornale, sui siti si possono ancora avere opinioni personali. Io ho un’idea chiara di cosa è il nostro sito, ma la discussione è aperta a chi voglia dire la propria.

    Un sito (il nostro sito) è meno rigido di un giornale, meno personalistico di un Blog (blog, da web log, ovvero diario del web).
    Rispetto a un giornale ha meno “notizie” e più elaborati personali; ospita racconti e memorie; è aperto ai commenti… Soprattutto il nostro sito ha un focus su Ponza e una comunità di lettori-collaboratori uniti da una “appartenenza”.
    Per tornare alla “pazienza”, da cui era partito il discorso – e anche alla tua sorniona ironia – è vero che i contributori di un sito non sono professionisti dell’informazione (come per i giornali), ma giornalisti-per-caso, e la pazienza, il buonsenso e una benevola posizione di apertura nei loro confronti sono indispensabili da parte di chi lo coordina.

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