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“Becoming”. Michelle e l’America

Proposto dalla redazione

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Di concerto tra Tano Pirrone che l’ha segnalato alle prime ore del mattino, Sandro Russo che l’ha proposto per Ponzaracconta e Emilio Iodice che lo commenta “in diretta” – oltre naturalmente a Federico Rampini che l’ha scritto – proponiamo questo interessante articolo tratto da la Repubblica di oggi.

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Approfondimento
Stati Uniti d’America

“Diventare Michelle”. Il ritorno dell’ex first lady che può salvare la candidatura di Biden
Da larepubblica on line dell’8 maggio 2020
dal corrispondente in Usa Federico Rampini

Il documentario tratto dalla sua autobiografia esce proprio quando tra i democratici si rafforza una campagna per nominarla come vice

New York – È comprensibile il sospetto che Michelle e Barack Obama abbiano studiato l’operazione a tavolino. “Becoming”, il documentario che i due hanno prodotto per Netflix sulla vita della ex-first lady, esce proprio quando nel partito democratico si rafforza una campagna per nominare Michelle come vice di Joe Biden nella corsa alla Casa Bianca. La scelta di Biden è imminente. Lui stesso ha detto che sarà una donna.

Oggi ha bisogno di una vice che gli faccia da scudo contro le accuse di molestie sessuali da parte di Tara Reade (che fu brevemente sua assistente al Senato nel 1993). Michelle ha una statura morale impeccabile, una popolarità senza rivali. Porterebbe in dote un’affluenza record degli afroamericani, ma senza essere una radicale di sinistra. Poiché Biden ha 77 anni, sarebbe un presidente da un mandato solo, e per di più a rischio di coronavirus; molti vedrebbero già Michelle presidente. Un terzo mandato Obama, per “cancellare” l’era di Donald Trump; con la credibilità che Barack si guadagnò governando l’altra crisi economica nel 2009. Infine “Becoming” mette in scena un’altra dote di Michelle: è carismatica, padroneggia tutti i media con disinvoltura, mentre Biden annaspa in una campagna online con disagio.

Questo film, tratto dal libro autobiografico con lo stesso titolo che fu un bestseller mondiale, non è un manifesto politico. Evita commenti sulla presidenza Trump. Un paio di passaggi sono significativi, però.
Parlando dello shock elettorale del 2016, Michelle rivela una certa empatia per quelle fasce di classe operaia (per lo più bianca) che si sentirono tradite dalla sinistra, impoverite dalla concorrenza cinese, spaventate dall’immigrazione: «Capisco quelli che hanno votato per Trump». Al tempo stesso confessa di aver vissuto come «uno schiaffo in faccia» l’alto astensionismo di tanti giovani, donne, e neri. E non solo in occasione della sconfitta di Hillary, ma anche ogni volta che Barack perse la maggioranza congressuale nelle elezioni di mid-term: «I nostri non andavano a votare. È come se il voto lo scambiassero per un gioco. Per me fu un trauma».

Con lei nel ticket di Biden, l’aumento della partecipazione sarebbe una certezza. E senza inseguire il linguaggio radicale di altre potenziali candidate, anche a costo di deludere l’ala di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Lo stesso nome scelto da Barack e Michelle per la loro società di produzione, Higher Ground (“un livello più elevato”) è un malizioso richiamo ad una celebre polemica. Di fronte ad alcune volgarità di Trump, l’ex-first lady lanciò questo consiglio ai democratici: «Più lui si abbassa, più noi dobbiamo volare alto». Non tutti erano d’accordo. Dietro quel consiglio c’è l’idea della responsabilità di chi governa, che lei esprime nel documentario: «Un presidente può iniziare una guerra, può rovinare l’economia. C’è troppo potere, non consente leggerezze».

“Becoming” inizia da South Side Chicago, il quartiere dove Michelle è cresciuta: un ambiente operaio e di minoranze etniche, con sottofondo di jazz e blues (suo padre era un fan), i barbecue nel cortile. C’è una visita a sorpresa nella prima casa dove abitò con Barack, e lì Michelle si esibisce come pianista. La storia della sua vita incrocia episodi di razzismo e sessismo: il consigliere universitario che non la considera «degna di Princeton», la compagna bianca che si fa cambiare stanza per non coabitare con lei. Michelle rifugge dal vittimismo. Nel book-tour ripreso dal documentario incontra tante adolescenti afroamericane.
«Come hai smesso di essere invisibile?», le chiede una ragazza. «Non mi sono mai sentita invisibile», risponde Michelle. Evita la sotto-cultura della recriminazione, esorta alla costruzione dell’autostima. È con questa etica personale che «la prima first lady discendente da schiavi» riuscì a costruirsi una corazza negli anni della Casa Bianca. Lo ricorda nel film: volevano cucirle addosso lo stereotipo della «giovane nera arrabbiata», una nuova Angela Davis pronta a cavalcare scontri razziali. Fu il tirocinio più doloroso negli otto anni delle presidenze Obama: bisognava perdere spontaneità. «Noi venivamo giudicati con criteri più severi. Non ci era consentito fare errori. E ne abbiamo fatti lo stesso».

Uno degli aneddoti emblematici fu l’obbligo imposto alle figlie Malia e Sasha di rifarsi il letto, benché la servitù non manchi alla Casa Bianca. Bisognava evitare che le due ragazze crescessero nella bolla artificiale del privilegio; prepararle al duro atterraggio nella realtà. Non è stato facile neanche per lei, Michelle confessa il disagio della vita attuale, «perché non è affatto come tornare a prima della presidenza». Ora esiste una nuova possibilità: che la sua nuova vita da scrittrice, public speaker, consigliera dei giovani, sia un intervallo tra una Casa Bianca e l’altra.

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Qui di seguito il commento di Emilio Iodice

Grazie per l’articolo che penso sarebbe eccellente per i lettori di Ponza Racconta per dare loro un diverso punto di vista delle elezioni americane. Sarò felice di commentare; come sapete, sono indipendente e non favorisco nessuna delle due parti nel processo. La mia preoccupazione è la democrazia e la libertà e il nostro diritto di voto, onestamente e apertamente.
Di seguito il mio commento, che siete liberi di pubblicare.
I migliori auguri, Emilio

Splendido articolo. Rampini è un bravo scrittore e un saggio osservatore del processo politico americano.
Dovremmo dare il benvenuto a Michelle Obama nella corsa presidenziale perché aumenterebbe i quattro ingredienti essenziali della democrazia: partecipazione, scelta, dibattito ed elezioni libere e aperte.

La signora Obama aggiungerebbe un aspetto eccitante al processo.
Ampliare la partecipazione a tutti i livelli; dare una scelta più ampia all’elettorato; fornire un senso di sicurezza a Biden, che ha 77 anni; e, soprattutto, aiutare a raccogliere fondi per la campagna, che è il tallone d’Achille del sistema politico americano.

Gli Obama rappresentano l’establishment politico democratico insieme ai Clinton. Sono stati la fonte di finanziamento per il partito e molti dei suoi candidati. Michelle potrebbe aiutare i democratici a raccogliere fondi e sostenere i candidati a prendere il Senato e rafforzare la loro posizione alla Camera.

Il suo ingresso non garantisce in alcun modo una vittoria di Biden, ma costituirebbe per Trump una sfida più ampia. Sarà giudicato in base all’economia e alla sua risposta alla crisi. Spetterà a Biden affermare con forza che avrebbe potuto gestirlo meglio e, se eletto, può riportare la nazione alla prosperità proteggendo la salute dei cittadini degli Stati Uniti. Avrebbe maggiore credibilità, a questo riguardo, se avesse Michelle con sé.

C’è anche un problema di responsabilità nei confronti del Paese e del mondo. Se Michelle crede di poter aiutare a governare meglio l’America e migliorare le condizioni dell’umanità, allora ha il dovere di agire.
Fino ad ora, ha ripetutamente affermato che non avrebbe preso in considerazione alcuna carica elettiva di alcun tipo. Gli Obama stanno godendo il meglio di tutti i mondi. Aumentare la ricchezza derivante dai loro impegni orali, film e libri e dalla loro fama e notorietà.

Non dovremmo dimenticare che durante gli otto anni della presidenza Obama non ci furono scandali politici della sua amministrazione e il paese si trasferì fuori dalla Grande Recessione. Obama ha restituito dignità alla presidenza, che molti americani sperano, dopo Trump. Ma perché ci sia un “dopo Trump” i democratici devono fare “qualunque cosa serva” per vincere.

Forse Michelle, mentre pensa a cosa fare dovrebbe chiedere a John Kennedy:  Se non noi, chi? Se non ora quando?

 

 

 

 

 

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