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La vita gioca con me, di David Grossman

di Paola Di Mambro

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Tre buoni motivi per pubblicare (noi) e leggere (i lettori) la presentazione di questo libro. La garanzia rappresentata da David Grossman, autore israeliano dei più intensi e prolifici della letteratura moderna; l’autrice della recensione, Paola, grande lettrice ma solo da poco passata a rendere partecipi gli altri delle sue scoperte; infine Golo Otok, l’isola dei dannati del regime di Tito, che fa da (sinistro) sfondo alla vicenda. E sì che a Ponza di confino ci intendiamo…
Sandro Russo 

Leggere un libro di Grossman è sempre un viaggio nella memoria. Questa volta nell’ultimo libro “La vita gioca con me” lo scrittore affronta un aspetto della storia di uno dei totalitarismi del novecento ancora poco conosciuto, quando dopo la rottura tra Jugoslavia e Unione Sovietica iniziò la repressione contro i non allineati al governo di Belgrado.

Invitato al programma televisivo di Rai3 “Quante storie” del 26 novembre 2019 David Grossman racconta della telefonata ricevuta 25 anni prima da Eva Panic Nahir, un’ebrea croata sopravvissuta al campo di rieducazione che dal 1949 al 1956 fu installato a Golo Otok (Isola Nuda) un’isola della Dalmazia settentrionale.

Nel corso delle numerose telefonate successive Eva con determinazione gli raccontò la storia della sua vita. Ne nacque un’amicizia durata fino alla morte di Eva. Il libro scritto su richiesta della stessa Eva ha ricevuto il pieno consenso suo e della figlia Tiana.

“La vita gioca con me“ è il racconto romanzato della vita di Eva Panic Nahir. Le protagoniste del libro sono tre donne: Vera, la figlia Nina e la nipote Ghili. Tre generazioni a confronto segnate da una storia d’amore e di tradimento.

Ghili, la voce narrante della storia, è la figlia di Nina, cresciuta amorevolmente dal padre Raphael e dalla nonna Vera dopo la separazione dei genitori.

Nina, la figlia di Vera, è una donna tormentata, irrisolta, irrequieta: la sua vita è stata una continua fuga avvelenata da complicazioni, dolori e rimpianti. Ritorna nel kibbutz per partecipare alla festa del novantesimo compleanno della madre, con uno scopo preciso: ha saputo di essere affetta da un forma di Alzheimer precoce e prima di perdere del tutto la memoria vuole conoscere le ragioni che spinsero la madre ad operare la tragica scelta, che ha condizionato la sua vita.

Vera, donna benvoluta da tutti, con il secondo marito israeliano aveva formato una grande e affettuosa famiglia allargata, instaurando con Raphael (l’allora quindicenne figlio del marito) un rapporto di amore materno. Quando la “Udba”, polizia segreta di Tito, le chiede di rinnegare Milos – il marito serbo accusato ingiustamente di essere una spia stalinista e morto suicida, e in tal modo aver salva la figlia – sceglie di non tradire il ricordo del marito, provocando la separazione dalla figlia di appena sei anni e subendo per tre anni le terribili condizioni di prigionia nel gulag.

La centralità della tragedia di Nina abita lì, nel dolore insanabile dell’abbandono subìto.

Le pagine che raccontano dell’internamento di Vera nel gulag di Golo Otok, scritte in corsivo per distinguerle dalla parte romanzata, sono la memoria della vita nel campo e delle vessazioni inflitte ai detenuti da parte dei detenuti obbligati a dimostrare la loro piena rieducazione. Particolarmente toccante è la pena a cui è sottoposta Vera: fare ombra con il suo corpo alla piantina della guardiana per difenderla dal sole impietoso dell’isola e cosi mantenerla in vita; proprio lei che ha scelto di abbandonare la figlia.

Nina non ha mai perdonato la madre, ha condotto una vita disperata in giro per il mondo e pur amando il marito lo ha lasciato da solo con la loro figlioletta di tre anni perché non si sentiva in grado di amarla, ricreando così in Ghili le sue stesse frustrazioni.

Ora con la diagnosi infausta per il suo futuro vuole fare i conti con il passato. Partono loro quattro (Vera, Nina, Ghili e Raphael) per Goli Otok dove Ghili, aiutata dal padre Raphael, ex regista, gira un documentario, là dove si sono svolti i fatti. Vera racconta tutta la sua storia, la memoria del passato servirà per sciogliere i nodi del dramma e costruire il futuro. Eva con decisione conferma la scelta drammatica di un tempo, fatta per il grande amore per il marito.

Dal confronto avvenuto sull’isola tra le tre donne i grovigli dolorosi del passato mai dimenticato si scioglieranno quando, ripercorrendo la loro storia dolorosa, arriveranno al perdono nella consapevolezza che come dice Eva “nella vita scegliere significa escludere”.

Grossman dipana i fili della storia attraverso una narrazione complessa, con una forma stilistica distaccata, da testimone attento a non far trasparire alcun giudizio. Si conferma grande conoscitore della natura umana e da buon pacifista aspira alla eliminazione dei conflitti, anche quelli spirituali. Disegna con precisione e cura i personaggi, ma esaspera inutilmente una storia già di per sé complessa ed altamente drammatica: di Eva la donna forte che non si è mai pentita della scelta fatta, di Nina fragile e irrisolta che fa ricadere sulla figlia le sue stesse frustrazioni, di Ghili ultima della generazione è l’unica che riuscirà a riscattarsi da tanto dolore e progettare un futuro.
Volutamente trascurato il personaggio maschile, forse per confermare che “se comandassero le donne non ci sarebbero le guerre”.

Golo Otok, l’isola nuda, come la chiamano gli slavi per il suo aspetto roccioso e brullo, è un grande scoglio biancastro alto fino a duecentotrenta metri, vasto circa cinque chilometri quadrati, battuto dalla gelida bora in inverno e arso dal sole in estate, e per questo arido e quasi privo di vegetazione

Un reportage da “L’Espresso”, del 18 gennaio 2018 [a cura della Redazione]
Goli Otok, il lager dimenticato di Tito
La struttura veniva usata nella Jugoslavia comunista per spedirvi i dissidenti: era uno dei gulag più terribili d’Europa. Ci siamo tornati per ascoltare le storie dei superstiti e dei loro discendenti

di Simone Cristicchi – foto di Giovanni Cocco (galleria con 21 foto)

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