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L’isola che abbiamo dimenticato: la Galite (7)

di Biagio Vitiello 

 

per la sesta parte (leggi qui)

 

dal libro L’ile de la Galite di Achille Vitiello (settima parte)

Verso il 1910 viene consacrata la chiesa di La Galita. È un elemosiniere della Marina, l’Abate Bourbonnaud ad occuparsene fino alla sua morte, avvenuta prima della seconda guerra mondiale. Ama molto La Galita e i galitesi. Originario di Bourgogne, introduce il coronopo (myoporum) (plantago coronopus ? ndt) una pianta sempreverde, che sostituisce una parte delle palette di Barberia, con la funzione di pianta frangivento attorno ai terreni coltivati. Con l’aiuto della Marina Nazionale, dà un valido supporto agli isolani. Dopo la prima guerra mondiale, li convince a prendere la nazionalità francese e lo fanno nel 1927. Solo una famiglia rimane italiana, quella d’un fratello di mio nonno. In quell’epoca, nessuna vecchia di La Galita non indossa, come abito, una tonaca simile a quella dell’abate! È un rabdomante e, con la sua bacchetta, riesce a individuare molte fonti. Alla sua morte, volle essere sepolto nel cimitero, in compagnia di coloro coi quali aveva vissuto a lungo.

Ancora intorno al 1910, inizia la costruzione del faro di Galiton, un isolotto a sud ovest di La Galita. Ad est di Galiton c’è un altro isolotto, La Fauchelle con una forma tipica, dovuta alle sue enormi rocce granitiche, da cui sono ricavate le pietre per la costruzione del faro. Al faro vengono aggiunte tre abitazioni per i familiari dei fanalisti. Sul Galiton non ci sono sorgenti; l’acqua piovana viene raccolta in una enorme cisterna sotto le abitazioni. Il faro funziona a petrolio e i riflettori della lanterna sono placcati in oro. Una vedetta, chiamata “il galitone dei fari e delle segnalazioni”, viene – in linea di principio – ogni due settimane per i rifornimenti ma, in inverno, la puntualità è ben lungi dal verificarsi.
Per quelle persone la vita è molto dura. Quando al faro accade qualcosa di molto grave, accendono un grande falò ed una barca di La Galite va a vedere cosa succede. All’inizio, molti fanalisti sono corsi, ma dopo vengono rimpiazzati dai galitesi.

Nel 1913 il maestro, Monsieur Henri Clément, viene sostituito da Madame Fagard. Ma sia con l’uno che con l’altra, i ragazzi di La Galite non imparano nulla, parlano in dialetto napoletano, mentre gli insegnanti si esprimono in francese. Con Madamoiselle Garantini, una corsa subentrata a Madame Fagard, i bambini cominciano a parlare francese, a leggere e a scrivere, perché i corsi e i napoletani si comprendono. Anche il doganiere-capitano di porto, Monsieur Dessanti è corso, vi resta una quindicina d’anni. Dopo di lui viene Monsieur Masson, un gran cacciatore, della Francia centrale, che sposa una sorella della maestra, Madamoiselle Angèle Garantini.

Monsieur Barban …
Mia nonna Angela Vitiello, nata Mazzella nel 1888 a La Galita, mi raccontava che all’inizio del secolo ( XX n. d. t.) arrivò una coppia di francesi: Monsieur e Madame Bramban, che restarono sull’isola per un lungo periodo di tempo. Quel signore amava molto la caccia e la praticava con un galitese. Malauguratamente, lo trovarono morto in montagna, di certo vittima di un incidente; le autorità accusarono i galitesi, ma la moglie negò con fermezza che glielo avevano portato via [loro]. Partì da La Galita, ripetendo tutto il tempo:
Solo Dio sa chi ha ucciso Monsieur Barban”.

I miei nonni non mi hanno mai riferito che queste persone avevano delle pretese sull’isola, ma in un libro scritto da un giornalista di Ponza, Silverio Corvisieri, si parla di La Galite e si apprende che quelle persone avevano ottenuto dallo Stato Francese una concessione per allevare animali. Quando hanno visto che La Galita era abitata, se la presero con lo Stato, non coi galitesi.

La prima guerra mondiale e le storie dei combattenti.
Dopo la dichiarazione di guerra, tutti i giovani se ne vanno, principalmente nell’esercito italiano. Nel 1914 solo la famiglia Mazzella è francese. Tutti i figli di Silverio Mazzella e di Marianna Conte sono nati in Algeria ed hanno, di fatto, la nazionalità francese. Il mio bisnonno Vincenzo Mazzella, si vanterà d’aver prestato servizio militare a Tolone a bordo dei “gros-culs” (le corazzate). In quel periodo, i coscritti della marina devono prestare servizio militare per cinque anni.

Racconterà che una volta da Tolone, andarono con la squadra navale a Barcellona, in Spagna, dove incontrarono una squadra navale italiana. In un bar scoppiò una rissa generale e si trovò faccia a faccia con Francesco Vitiello, un altro galitese, fratello di mio nonno. Per non colpirsi a vicenda, si chiusero nella toilette fino al termine della rissa!

Verso la fine della guerra, nel giugno 1918, un fratello di mia nonna, Giovanni Mazzella, morì a Verdun, a Chemin des Dames. Un altro galitese, Antonio Mazzella, torna avvelenato dal gas, la malattia si protrarrà per tutta la vita e morrà abbastanza giovane. Tutti gli altri rientrano senza ferite. Un altro galitese, Giuseppe D’Arco (treppìle) che è stato in trincea, racconta dei fatti d’armi in cui occorreva davvero coraggio. Durante gli assalti alla baionetta, si doveva avere la forza di passare sulla spalla del soldato nemico, altrimenti con la baionetta si rimaneva uccisi abbracciandosi a vicenda. Di notte guida la staffetta da una trincea all’altra, in cambio della cena [al posto] di chi non voleva farlo.

Dalle miniere al taglio delle pietre.
Dopo la guerra c’è l’apertura delle miniere sul lato occidentale dell’isola. Si estraggono minerali per metalli diversi. Poiché nelle gallerie c’è troppa acqua, i minatori trascorrono più tempo a pompare che ad estrarre minerali. Vi lavorano molti uomini di La Galite e c’è anche chi viene da fuori: i sardi ed i siciliani sono ugualmente numerosi come gli abitanti dell’isola. La direzione della miniera apre nel villaggio un emporio, dove si vende di tutto: alimenti, indumenti, alcool, petrolio… e tutti se ne possono servire. Il direttore si chiama Monsieur Perousasse. Gli operai lavorano tutta la settimana e il sabato sera vengono nel villaggio a festeggiare. Alcuni minatori sanno suonare qualche strumento musicale, creando davvero una bell’atmosfera!

Nonostante la loro moltitudine, i minatori non dettano mai legge a La Galita, come dimostra la seguente storia. Un giorno, il dodicenne Daniele D’Arco porta il gregge di montoni a pascolare nei pressi della miniera. Un gruppo di minatori gli si avvicina chiedendogli un agnello. Daniele, per abitudine sa che il loro peso è di circa dieci chili, ma i minatori sostengono che il loro peso è 7 chili. Il giovane Daniele va a lamentarsi da mio nonno, Achille Vitiello, che lavora in miniera. Questi fa pesare l’agnello, che effettivamente pesa dieci chili. I minatori accettano il peso, ma rivolgendosi al piccolo venditore, alle spalle di mio nonno, dicono che pagheranno l’agnello a colpi di coltello. Il sabato successivo, Achille Vitiello va loro incontro all’ingresso del villaggio, con un revolver ed un pugnale alla cintura. Esige il prezzo dell’agnello e li obbliga, tutti, a ritornarsene alla miniera. E questa storia non avrà seguito.

 

[L’ile de la Galite (settima parte) – continua]

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