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Il mio mare (3)

di Nazzareno Tomassini

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Scendendo a sud di Napoli, oltre la penisola sorrentina e Salerno, i luoghi di  attrazione, per mia conoscenza e frequentazione, si rarefanno.
In seguito a nuove amicizie e a disponibilità di appartamenti, mi fermai una volta a Pisciotta, piccolo comune del Vallo di Diano, ma ne valse la pena solo perché strada facendo ebbi l’occasione di visitare Paestum.
Poi fu la volta di Acquafredda di Maratea, in quel tratto di costa che Campania e Calabria decisero di lasciare alla Basilicata, non lontano dalla triste spiaggia dove sbarcarono i trecento ingenui di Pisacane (“che eran giovani e forti, e sono morti”). Per fortuna accanto c’era Maratea

Dopo di che finisce la mia costa tirrenica; per continuare mi devo spostare verso est, lungo la costa ionica, in particolare nella Piana di Sibari, dove feci una seconda esperienza dell’accoppiata mare/agriturismo. Alloggiavamo infatti presso l’azienda agricola Volta del Ponte vicino al fiume Crati e andavamo a bagnarci in una solitaria spiaggetta di Sibari Marina. Però, se il soggiorno agrituristico fu soddisfacente, le gite al vicino mare furono assolutamente deludenti.

Né migliore fu la settimana a Badolato Marina, uno sperduto villaggio calabrese tra Soverato e Monasterace. Ma non potevano dire di no ad una offerta più che amichevole. Trovammo però la casa in cui dovevamo alloggiare non ancora finita e mia moglie si arrabbiò talmente che volle andare al commissariato di polizia per denunziare il fatto. Ma quando arrivò lì, trovò che anche il commissariato era situato in una palazzina incompiuta e rinunciò delusa.

Delusioni ne ebbi comunque anche risalendo lungo la costa adriatica.
Tralasciando Puglia ed Abruzzo, due regioni visitate sempre volgendo le spalle al mare, e tralasciando la marchigiana Fano della mia infanzia, il primo riferimento fu per molti anni Falconara Marittima, punto d’incontro di due linee ferroviarie: la Roma-Ancona e la Bari-Bologna.
Ci arrivai perché c’era finita una mia zia materna e dunque feci spesso quel viaggio in treno, ma quando penso dove andavo a fare il bagno in mare, mi viene ancora da ridere.
Era uno stabilimento balneare facilmente raggiungibile a piedi e si chiamava “I Bagni della Salute”, ma era a ridosso della stazione, là dove vecchie locomotive a vapore spostavano sbuffando i vagoni merci, mentre al largo potevi ammirare l’enorme raffineria di petrolio dell’API, con il suo lungo pontile e le fiammeggianti ciminiere. Come se non bastasse, dopo qualche anno, il vecchio aeroporto militare divenne lo scalo passeggeri di Ancona e ogni tanto ti vedevi passare sopra la testa un aereo in procinto di atterrare…

A nord di Fano ho sempre fatto in modo di evitare le pur famose spiagge felliniane di Rimini, Riccione e Cattolica e così il viaggio è proseguito ancora una volta dando le spalle al mare e limitandomi alle classiche visite urbane della mosaicata Ravenna, della graziosa Comacchio, della inimitabile Venezia e della imperiale Trieste. E così fino alla fine dell’Adriatico italiano.

Per trovare un’esperienza marina vera e propria devo attraversare il mare, ma non tanto per osservare da vicino la tanto decantata Dalmazia, quanto per raccontare un’inattesa esperienza di lavoro. Ancora verso la fine degli anni ’60 venni infatti mandato a lavorare per un progetto ONU di valorizzazione e sviluppo delle coste del Montenegro e mi ritrovai alloggiato nella piccola
cittadina di Budva, situata a sud delle Bocche di Cattaro e molto vicina a Sveti Stefan, un piccolo villaggio arroccato su un piccolo promontorio, che era stato svuotato dei suoi abitanti e trasformato in albergo.


Bocche di Cattaro. Il fiordo più bello del Mediterraneo

Cito questa esperienza perché fu singolare, ma vi passai comunque i mesi invernali e quando ancora c’era ancora la Jugoslavia e l’esperienza fu piuttosto triste e melanconica.

Per rivedere il tutto più ottimisticamente feci un giro intero dell’Adriatico in occasione del mio viaggio di nozze, cominciando da Nord (Trieste e Rijeka) e scendendo fino a Bar al confine con l’Albania, da dove partivano le navi per Bari. Ma il recupero fu limitato.
A Split rinunciammo all’albergo perché la stanza che ci avevano dato era sudicia (ma di fuori ci aspettava un privato che sapeva e che ci alloggiò in una stanza di casa sua molto pulita). A Cettinje, il villaggio a 500 m dalla costa ma a 1.000 metri di altezza (dove il nostro re Vittorio Emanuele trovò la sua regina Elena), sostituirono il nostro ombrello nuovo con uno loro scassato mentre noi visitavano la magione della suddetta regina. A quei tempi sulla spiaggia pascolavano le mucche e i pescatori italiani
invadevano le acque territoriali slave, accalappiati ogni tanto dalle vedette della marina militare di Tito.

Superata senza guardare l’Albania, ci attendeva la Grecia; eppure, nonostante i bei paesaggi ed il bel mare pulito, i ricordi si affievolirono presto e tuttora faccio fatica a ricostruire i percorsi fatti e le località visitate e in cui ho soggiornato.

Tanto per cominciare non male furono le vacanze all’isola di Corfù (ma era valsa la pena fare un viaggio fino a laggiù?).
Poi ci fu l’attraversamento della Grecia settentrionale per arrivare fino alla Penisola Calcidica ed alloggiare in un villaggio turistico di Sitonia, il ramo centrale.

Il terzo ed ultimo viaggio fu per arrivare nel Peloponneso, di fronte alle bianche isole del Mar Egeo. Fu un’occasione per visitare Atene, ma perché non ricordo altro, né ho memoria di un viso degli abitanti incontrati? Ironicamente mi verrebbe da rispondere che forse fu la colpa della cucina locale. Soltanto in Inghilterra ho mangiato peggio che in Jugoslavia e in Grecia.

Abbandoniamo allora il mare Adriatico e l’Egeo e ritorniamo verso il Tirreno, scendiamo a sud della Sicilia e attraversiamo di nuovo il confine italiano per entrare nelle acque tunisine ed incontrare le isole Kerkennah. Mai sentite nominare prima, me le aveva segnalate un collega che aveva lavorato ad un progetto ONU per la salvaguardia di alcuni insediamenti particolari del
Mediterraneo.


Con mia moglie ed una coppia di amici partimmo alla ventura un estate degli anni ’90, in aereo fino a Tunisi e poi in auto fino al porto di Sfax. E già sulla nave notammo una cosa curiosa e cioè che stavamo navigando lungo un canale subacqueo; al di fuori della fascia scura che stavamo seguendo, l’acqua era molto chiara e si vedeva il fondo. Ma è tuttora proprio questa la particolarità di queste isole; e cioè che sono un leggero sollevamento del fondo marino, tanto che il loro punto più alto non supera i 50 metri. Tutt’intorno la profondità delle acque non supera il metro, tanto che in teoria da Sfax a queste isole ci si potrebbe andare anche a piedi.
Una situazione geologica del genere significa ovviamente che dal lato paesaggistico la terra ferma offre ben poco, ma è infatti sul mare che si gioca tutto il fascino delle Kerkennah. Arrivati in albergo, vediamo che la gran parte dei turisti è concentrata intorno ad una piscina. Ci chiediamo increduli perché stanno lì, dal momento che il mare tutt’intorno è già lui un’enorme piscina, dove si può camminare dentro un’acqua trasparentissima mentre piccoli pesci ti girano intorno ai piedi.
Lo scopriamo un po’ più in là, quando vorremmo farci una nuotatina, ma pur allontanandoci di molto dalla riva, l’acqua continua a non superare le nostre ginocchia. E infatti, se vuoi nuotare devi prenotare un posto su una feluca a vela latina che ti porterà molto più al largo e dove la profondità può almeno superare il metro, consentendoti di nuotare o anche semplicemente osservare con una
maschera la fauna marina. La cosa simpatica è che quando rimonti a bordo, il marinaio-pescatore che ti ha portato fin lì ti offrirà un bel piatto di cous-cous cucinato dalla moglie.

Il mio amico intraprendente fece anche di più. Riuscì così simpatico al marinaio, che questi un giorno ci invitò tutti e quattro a casa sua, un invito assolutamente fuori regola, perché i residenti delle isole stanno sempre molto lontani dalle aree dedicate al turismo e gli unici rapporti ammessi sono quelli di lavoro. Se poi i turisti sono donne il divieto di avere rapporti è ancora più assoluto. E invece noi ci presentammo tranquillamente tutti e quattro nel villaggio dei pescatori dove abitava il nostro e fummo subito invitati nel cortiletto di casa a sdraiarci su dei grossi cuscini colorati e bere il loro prelibato tè.
L’unica nota stonata per noi fu che la moglie servì il tè, ma poi si ritirò subito in cucina senza partecipare alla conversazione. Non a caso, quando uscimmo dalla casa, alcuni ragazzetti che passavano poco lontano, viste le nostre mogli, cominciarono a tirar sassi.

Ma questo fu soltanto l’antipasto, perché qualche giorno dopo fummo invitati ad una battuta di pesca. Non credevamo alle nostre orecchie, ma era vero. Arrivati nel piccolo porto peschereccio assolutamente non frequentato da turisti, fummo fatti salire gentilmente insieme ai pescatori su una delle quattro barche da trasporto leggero, che sarebbero state trainate e portate al largo da una più grossa imbarcazione a motore. Navigammo per una buona mezzora, mentre i pescatori più giovani guardavamo imbarazzati le nostre mogli graziose e senza velo. Poi, giunti in mare aperto che la terra ferma non si vedeva più, il capo del gruppo diede l’alt e poi ordinò: tutti in acqua!
Come tutti in acqua? – pensammo. Di solito in acqua si buttano le reti e non i pescatori. Ma mi resi conto subito del perché: i pescatori non si tuffarono, ma saltarono e restarono in piedi con l’acqua che arrivava all’ombelico. Poi furono gettate anche le reti, che sarebbero state trascinate fino a formare un cerchio. Così facendo, una moltitudine di pesci rimase prigioniera all’interno; in sostanza, il pesce non veniva pescato ma semplicemente raccolto. A quel punto anch’io mi buttai in acqua e cominciai ad acchiappare al volo i pesci che tentavano di sfuggire e a gettarli nel secchio del pescatore più vicino. Quel giorno l’entusiasmo arrivò al massimo, perché un’esperienza così non mi era mai capitata. Non per niente, nel 2012 le Isole Kerkennah sono diventate patrimonio dell’Unesco.

Il finale di tutta questa storia è un po’ melanconico. Arrivato alla soglia dei settant’anni, l’acqua del Mar Mediterraneo cominciò a sembrarmi fredda, né più né meno delle acque dell’Oceano Atlantico, del Mar Baltico o del Mare del Nord. Entrarvi dentro non era più un piacere. E allora mi vennero in soccorso le acque termali calde, di cui ancora una volta l’Italia è ricca. Le avevo già provate una volta ad Abano Terme, ma facevano parte della gestione alberghiera della città, un po’ come a Ischia, e l’atmosfera finiva per essere piuttosto ospedaliera.

Poi un giorno scoprii le Terme di Saturnia, nascoste nella misconosciuta area meridionale della provincia di Grosseto, e l’esperienza fu straordinaria. Purtroppo non sono mai state a portata di mano e dunque per me difficilmente frequentabili.
La soluzione definitiva la trovai però quando mi trasferii a Viterbo, dove di acque calde ce ne sono in abbondanza e c’è solo l’imbarazzo della scelta: dalle pozze in aperta campagna agli stabilimenti termali veri e propri. Perfino Dante ne era a conoscenza e anche il papa scappato da Roma veniva a spesso a farcisi il bagno.

 NT – 04/04/2020 

Il mio mare (3) – Fine

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