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Il ricordo della strage del Moby Prince

di Giulio Rispoli

 

In questo clima di “letargo sociale”, dove ogni giorno è uguale a quello precedente e si tende a perdere la cognizione del tempo, io avevo quasi dimenticato che giorno è oggi: mea culpa! Se chiedessi a dieci persone che giorno è oggi, sono sicuro che almeno nove risponderebbero, mandandomi a quel paese: “E’ il 10 aprile, embè?”. Embè niente, purtroppo il 10 aprile è il 10 aprile!
Se a quelle stesse dieci persone chiedessi qualcosa riguardo la strage di Ustica, sono sicuro che tutti saprebbero raccontarmi molto di quella triste pagina della nostra storia.

Ma io sono rompiscatole e insisto con le domande: “Sai nulla del Moby Prince?”. E qua si spacca la platea, perché la maggior parte mi risponderebbe che non lo sa, e i rimanenti: “Ah sì , mi pare che è quella nave dove stavano guardando la partita della Juve e hanno preso in pieno una petroliera”.

Purtroppo, questo è quello che rimane di una strage dimenticata: un Comandante che guardava la partita mentre usciva dal porto e ha portato la sua nave in collisione con una petroliera ancorata nella rada di Livorno. Doveva essere un tifoso accanito il Comandante Chessa, e lo dovevano essere anche tutte le altre persone in plancia perché non si sono accorte di avere davanti un bestione illuminato a giorno, fermo e lungo ben 275 metri, vale a dire più del doppio della sua nave.

Ricordo bene la mattina dell’11 aprile 1991: avevo 9 anni ma ero già “malato per le navi”, come mi definisce qualcuno. Ricordo bene il servizio di Paolo Frajese dalla Terrazza Mascagni, sul lungomare di Livorno, che riportava i tanti particolari sull’accaduto. Eh sì, perché la cosa curiosa della vicenda Moby Prince è che, nonostante l’assenza di testimoni e che nei primi anni ’90 non ci fossero gli odierni strumenti di indagine e di tracciamento delle navi, la vicenda sembrava essere di una chiarezza lampante: c’era nebbia, i radar erano spenti e sul ponte di comando guardavano la partita. Tutto chiaro, indagine chiusa.

Passano poche ore e la sera, lo stesso tg, trasmette un video girato pochi minuti dopo l’impatto dal lungomare di Livorno dove si vede la petroliera che brucia: ma la nebbia dov’è? Nessuno risponde, perché il Moby Prince è una “rottura di scatole” per molti e finisce subito nel dimenticatoio, anzi oserei dire che l’intera vicenda viene spinta con forza nel dimenticatoio.

Quella notte morirono 140 persone ma il numero di vittime non è importante, poiché anche una sola sarebbe una tragedia. Quello che brucia della storia del Moby Prince rispetto ai protagonisti di altre pagine buie è il modo in cui quelle persone siano state lasciate morire e le tonnellate di fango che sono state gettate sull’intera vicenda.
Una morte non è più importante di un’altra, ma c’è qualcosa che va oltre la morte: la memoria. Alla maggior parte di quelle 140 vite la memoria è stata negata e a una piccola parte di loro (mi riferisco all’equipaggio) è stata addirittura infangata.
Quella notte nulla andò come doveva andare; addirittura, nonostante fosse acclarato che si trattasse di una collisione, nessuno cercò l’unità investitrice e tutti i soccorsi si concentrarono sulla petroliera. Quella notte ci fu una gara di quella solidarietà tipica della gente di mare. Ognuno cercò di fare la sua: uscirono i Vigili del Fuoco e la Guardia di Finanza, gli equipaggi dei rimorchiatori che erano a casa si fiondarono a bordo e uscirono con i loro mezzi e persino gli ormeggiatori con le loro barchette andarono a prestare soccorso, nonostante il denso fumo della petroliera che bruciava. Tuttavia ci si trovò davanti ad un soccorso spontaneo totalmente privo di coordinazione.


Alle 22:25 il Prince entrò nella “pancia” dell’Agip Abruzzo, ma fu ritrovata per puro caso solo alle 23:35 da due ormeggiatori, i quali diedero l’allarme via vhf dopo aver recuperato un naufrago, un giovane mozzo della nave che sarà l’unico superstite. Ma era davvero l’unico sopravvissuto? Erano tutti morti entro mezz’ora dall’impatto? E qui cala veramente la nebbia.

Negli anni ci furono una serie di esami e perizie che smontarono pezzo per pezzo le tesi delle prime ore, fermo restando che non si è mai arrivati ad una verità vera. Quella notte è successo qualcosa di molto molto grande e non si è mai arrivati a capire perché le due navi entrarono in collisione; ma di sicuro in plancia non si guardava la partita, la nebbia non c’era e il radar era acceso, come testimoniato anche dal pilota del porto che ha accompagnato la nave alla partenza.

La vicenda è molto complessa e gli attori in scena erano tanti. C’erano navi americane che scaricavano armi per la base di Camp Darby, navi che giravano con falso nome, navi coinvolte in traffici strani con la Somalia su cui indagava anche Ilaria Alpi: ma questo non è importante.

Non è mia intenzione fare un trattato sulla vicenda. Chi vuole documentarsi ha tanto di quel materiale su cui studiare da potersi tenere impegnato per mesi. Quello che importa veramente è ricordare. Il ricordo non riporterà in vita 140 persone ma può contribuire a tenere alta l’attenzione e magari, un domani, a far luce su questo grande mistero italiano.

Nel porto di Livorno c’è una lapide commemorativa, quasi nascosta dietro al cancello d’ingresso; è un po’ una metafora dell’intera vicenda, ma, col ricordo, quella lapide può stare al centro della piazza.

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