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Un giorno si dirà: al tempo del coronavirus…

di Francesco De Luca

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Rimarrà nella storia di questo secolo che nel marzo del 2020, in un clima sociopolitico dilaniato da due parti contrapposte, in Italia le sette millenaristiche, le congreghe esoteriche, gli spiriti solitari trovarono ricetto presso i media e diedero fiato all’esaltazione di pratiche e di comportamenti in evidente contrasto con le caratteristiche esaltanti della  ‘vita spettacolo’. Quella vissuta dal mondo globalizzato.

Apparve chiaro che gli stili di vita dell’età contadina, sopiti sotto il manto scoppiettante e frivolo della civiltà post-moderna, dovessero essere riportate in auge e divenire i fari di una nuova vitalità. Quella post-pandemica.

Il coronavirus, questo misero quanto deleterio virus, automodificatosi nei contatti promiscui fra animali diversi, nell’organismo umano aveva scatenato una malattia sgusciante, infida, letale quanto basta, contagiosa più che mai.

Nel corpo sociale degli  Italiani si acquartierò, lì trovando il sostrato psico-biologico in cui attecchire: un ammasso di individui che si era privato dei necessari anticorpi, uccisi sotto i colpi del sovranismo becero e tracotante, e in continua attesa di un  ‘principio attivo’, decisionista e risolutore.

Un flaccido amalgama (la realtà sociale) di individui impauriti, privi di vigore ideale, permeabile ad un agente patogeno, sfuggevole e mutevole. La  ‘vita spettacolo’ vi regnava sovrana. Evanescente la sua dimensione politica, ininfluente quella sociale, dipendente quella economica, insignificante quella culturale, carente quella scientifica.

Una catastrofe! Quel virus dimostrò appieno la fragilità psicologica del corpo sociale. Chi balbettava di dinieghi invalicabili, chi implorava permessi  oculati, chi si sbracava nel lassismo più scettico.

– Ritorniamo al passato! – è stato l’appello più ascoltato. E più gridato da chi nel momento dell’abbuffata, e in contrasto, coltivava la dieta austera, e la lampada a energia solare contro lo spreco dell’elettricità, e la carta contro la plastica, e il passeggio a piedi contro l’automobile, e la solitudine contro l’affollamento.

– Tragedia, tremenda tragedia! – è il monito esaltato di chi si dissocia dai cultori di questa civiltà crapulona e vociante che diventa corpo riproduttivo della pandemia.

– Vivete in solitudine, con poche e morigerate regole, e consumate il tempo nel chiuso delle vostre case!

Oddio, ma questo è un invito chiaro a vivere a Ponza. Di solitudine ce n’è oltre misura, in quanto isola e in quanto falcidiata dall’esodo dei suoi abitanti; di regole non ci sono che quelle incentrate su: casa, negozio e chiesa; nel chiuso delle abitazioni si vive già da novembre… per cui… sommessamente Ponza va delineandosi come la terra felix  in tempo di coronavirus.

– Non dirlo – predica bieco Filippo mancinotto – porta male – mentre si aggiusta quel giubbotto lercio che non si toglie mai. Il crocchio attorno annuisce vistosamente.

Il finale… si potrà leggere nei libri delle favole… “Al tempo del coronavirus”.

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