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Dalla pesca a totani – Audioracconto

di Francesco De Luca

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Ascolta qui: Stavano tornando dalla pesca a totani

 

Tornavano dalla pesca a totani. Ore due, circa. Notte fonda e buia per la mancanza della luna. Barchetta di legno con un 15 cavalli fuoribordo. Senza luce perché quella a carburo aveva assolto il compito assistendoli nella pesca, ed ora era scarica. Il secchio era pieno di totani, una quindicina. Stefano e Marco. Padre e figlio. Lui all’università, il padre settantenne.

Avevano lasciato il posto di pesca puntando verso il faro della Guardia. Due o tre barche ancora luccicavano. Ma erano lontane e dunque presumibilmente gozzetti con entrobordo che potevano permettersi di andare lontano.

Una volta sotto il faro avevano puntato al faraglione della Madonna.

I ‘parlanti’ vociavano nella notte e col buio davano il pretesto per immagini surreali. Le berte (sono i parlanti) sembravano socializzare in quel buio. E la luna era inconsistente, così piccola e lontana, e il mare sembrava disdegnarne il flebile luccichìo.

Stefano era contento. Del pescato anzitutto. Tacitava l’istinto predatorio che giace in fondo all’uomo. La civiltà sopisce non cancella gli istinti. È una caratteristica dell’uomo quella di introiettare i moti dell’animo, sistemarli in caselle e tenerli lì, come in una cantina le bottiglie nei comparti divise.

Contento anche d’aver trascorso del tempo utile con il figlio. Lontano per larga parte dell’anno, dai sentimenti e dalla familiarità.
Gli isolani sono uomini col cuore tanto duro quanto fragile. Come un cristallo. Indurito dalle privazioni, anche affettive, e perciò fragile alle manifestazioni d’affetto. Non viene manifestato, per pudore, e si nutre di silenzi.

Sull’isola si nasce ma non si è sicuri di trascorrervi la vita perché non c’è il lavoro per tutti. Anzi, più qualificata è la professione meno possibilità c’è di impiego. La limitazione fisica trova appendice anche nella limitazione sociale. Oggi, poi, si attua questo espediente: nel periodo fruttuoso economicamente si dimora a Ponza, e in quello sterile si vive in continente.
Lo sa infatti il padre che Marco non gli sarà accanto in vecchiaia. Troverà lavoro adeguato alla sua laurea ma lontano dall’isola. Ecco perché è contento. Quel figlio lo ha visto crescere lontano da sé ma se gli lascerà ricordi comuni la vicinanza non sarà troncata dalla distanza fisica.

Marco è al timone. Deve decidere se transitare fuori al faraglione della Madonna o per il passaggio interno, fra scoglio e scoglio. Sceglie questa seconda opzione. Deve fidarsi dalla sua esperienza perché non si vede nulla. Attenua la potenza dell’elica e sgrana gli occhi.
Il padre lo guarda, finge di pulire il pagliolo dal nero dei totani, ma controlla. Il figlio lo sa d’essere osservato e vuole dimostrare che è all’altezza. I due scogli neri, impenetrabili e minacciosi, mostrano una fessura, la barca vi si insinua. Di là compare il bianco della punta della Madonna.

Qualcosa luccica nella scia dell’elica. Sono lampi fluorescenti che sembrano vivi e guizzanti. Marco mette la mano in acqua. Sono forme di plancton che dal profondo salgono e cercano una luce che non c’è. O meglio non c’era fino ad allora, perché nell’entrare nel cavo del porto le luci del paese segnano i contorni dei colli, dei borghi, delle banchine.

Padre e figlio insieme. Una serata in cui lo stare vicini ha detto più di mille parole. Le parole si ricordano se scritte. I sentimenti si ricordano se espressi coi gesti.

 

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