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Mussolini prigioniero a Ponza (2)

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di Antonio Usai


 

 

La lettera autografa del Duce al parroco

Al termine della lettura del libro “La Vita di Gesù”, del Ricciotti, Mussolini sentì il bisogno impellente di incontrare un sacerdote perché la crisi del suo spirito era fortissima.

La richiesta non fu accolta dalle autorità di polizia e allora prese un foglio e scrisse di suo pugno una missiva, indirizzata al parroco Dies della Chiesa della SS. Trinità al Porto, che qui viene riportata in copia fotostatica.

Trascrizione del testo:

Ponza, 5 agosto 1943

 

 

Molto reverendo,

 

Sabato 7, ricorre il secondo annuale della morte di mio figlio Bruno, caduto nel cielo di Pisa.

 

Vi prego di celebrare una Messa in suffragio della sua anima.

 

Vi accludo mille lire di cui disporrete nel modo più conveniente.

 

Desidero farvi dono del libro di Giuseppe Ricciotti, che ho finito di leggere in questi giorni: La vita di Gesù Cristo. E’ un libro esaltante che si legge davvero tutto d’un fiato.

 

E’ un libro dove scienza storica, religione, poesia sono fusi mirabilmente insieme. Coll’opera del Ricciotti, l’Italia raggiunse, forse, un altro primato.

 

Vi mando il mio cordiale saluto.

 

Mussolini

Dies sulla prigionia del Duce

Sul periodo trascorso da Mussolini a Ponza, il parroco Luigi Maria Dies, che aveva incontrato più volte il Duce durante la prigionia, nel novembre del 1949, mise per iscritto i suoi ricordi ancora vivi di quelle sue visite compassionevoli all’illustre prigioniero:

«Gli toccava la stessa camera ove aveva sospirato il Ras Etiope (Immerù). L’attrezzatura della casa consisteva in un tavolo da cantina, dove subito prese posto “La Vita di Cristo”; una sedia sfondata e un lettino di ferro senza materasso. Su quel lettino, appena giunto, poiché sentivasi spossato, volle riposare e, per poterlo fare meno disagiatamente, si tolse la giacca, l’arrotolò a formarne un cuscino, e stesosi, vi adagiò la testa. A tal vista, alcuni presenti si misero a piangere. Mussolini disse ai piangenti parole d’incoraggiamento. A sera giunsero i materassi.»

 «Sul medesimo tavolo teneva la fotografia del figlio Bruno e la tenne poi sul comodino davanti al letto. Appena giunto non possedeva nulla, neanche una camicia di ricambio, neanche un fazzoletto, e il Direttore del disciolto campo di concentramento gli fece finalmente confezionare, a Ponza, alcuni capi di biancheria, che furono poi pagati oltre due anni più tardi. A sentire il racconto dell’estrema penuria in cui quell’uomo era caduto, un capitano albanese, internato politico, cavò di tasca il portafogli gridando: “Portategli il mio denaro!”. Infatti, Mussolini non aveva un soldo e il primo giorno non avrebbe potuto mangiare, se un custode che abitava a Santa Maria non gli avesse portato un po’ di brodo, un pezzetto di carne e una pera che neanche egli volle gustare. Solo in seguito, allorché vennero a portargli un telegramma di Göering, ricevette dalla moglie biancheria, denaro, frutta fresca e dai custodi trattamento più riguardoso. Poté, infatti, uscire anche a passeggio.»

Dies scrisse ancora sull’argomento indicando tra i collaboratori di Mussolini, inetti e infedeli, i veri responsabili della catastrofe nazionale:

«In quegli undici giorni subì anche una recrudescenza del suo mal di stomaco, che la custodia cercò di lenire con opportune prescrizioni mediche e con la dieta di latte. Una sola vacca esisteva a Ponza e dava latte, e i diversi avventori che ne beneficiavano, di buon grado rinunziarono alla loro quota rispettiva di quell’alimento, perché seppero dai carabinieri che serviva per il povero paziente di Santa Maria. Egli si mostrò spiacente del sacrificio che pensò imposto agli abitanti dell’isola e con nessuno mosse lamento dei suoi dolori fisici.»

«Aveva constatato con dispiacere, girando un rubinetto del privato impianto della sua casa d’esilio, la mancanza di acqua corrente per cui il suo Governo aveva concesso dei fondi; la sua strada nuova e non asfaltata e pur data per tale; s’era informato pure di altre provvidenze e sussidi concessi a Ponza, ma che seppe non recapitati, però di nulla parlò diffusamente. Aveva ritrovato solo se stesso, la sua umanità, la sua anima…»

 

«No, Mussolini come si è rivelato a Ponza non era un superuomo, ma era un poveruomo e un credente. Come tale egli apparve agli abitanti di Ponza e non è vero che la curiosità agitò gli isolani in quei giorni. Eravamo stati anche noi colpiti da un’immane sciagura, l’affondamento del nostro piroscafo postale Santa Lucia e le case risuonavano dei pianti dei superstiti. Ben sessanta vittime il paese piangeva in quel triste sabato 24 luglio.»

 

A tale riguardo, secondo quanto accertato negli anni dalla Presidente dell’Associazione Famiglie Vittime del Santa Lucia, sessantanove furono le vittime identificate, ma il totale fu superiore al centinaio.

 

Alcune considerazioni personali

Accanto all’indicazione della data, non c’è il corrispondente anno (XXI) dell’Era Fascista, obbligatorio durante il regime. Dopo il 25 luglio, in Italia nessuno più indicava l’E.F. ma che non lo facesse più neanche Mussolini dimostrerebbe la sua rassegnazione.

Sorprende come il Duce potesse disporre di mille lire, una somma importante per l’epoca, da inviare al parroco per dire una messa di suffragio, se Dies stesso lo descrive  come un poveruomo.

Non deve sorprendere, invece, che anche Dies fosse un sostenitore della dittatura. La gerarchia ecclesiastica aveva un debito di riconoscenza nei confronti del regime fascista per la firma dei Patti Lateranensi, avvenuta l’11 febbraio del 1929, tra il cardinale Gasparri, per la Santa sede, e Benito Mussolini, nella qualità di capo del governo italiano.

Questo trattato pose fine, dopo cinquantanove anni, alla cosiddetta ‘Questione romana’ che incombeva fin dal 20 settembre 1870, cioè dalla “Breccia di Porta Pia”. Detta ‘Questione’ riguardava la legittimità del potere temporale dei papi e la sopravvivenza di uno stato pontificio indipendente, con piena sovranità sulla città di Roma.

In sostanza, con i Patti Lateranensi, la Santa sede aveva riconosciuto il Regno d’Italia con capitale Roma e lo Stato italiano aveva riconosciuto al Pontefice la sovranità territoriale sul neonato Stato del Vaticano. Tra le altre cose, l’Italia s’impegnava a riparare generosamente i danni subiti dalla Santa Sede durante l’occupazione di Roma e riconosceva la religione cattolica come la sola religione di stato.

I Patti Lateranensi furono certamente vantaggiosi per la Chiesa di Roma ma rappresentarono anche una preziosa legittimazione del regime fascista e di Mussolini come statista.

Resta tuttavia l’amarezza nel constatare che anche a Dies, uomo colto e buon pastore di anime, era sfuggita la dimensione tragica del fascismo. Una dittatura che si era imposta con il sangue di chi dissentiva, che aveva mandato in esilio migliaia di oppositori, che aveva fatto sparare sugli scioperanti, che aveva abolito il diritto di voto, che aveva organizzato campi di prigionia nel deserto per i resistenti libici, che aveva usato il gas iprite contro gli etiopi, che portava avanti una bieca politica di colonizzazione, che aveva assassinato Giacomo Matteotti, i fratelli Rosselli, bastonato Don Sturzo, promulgato le leggi razziali ed entrato nel conflitto mondiale senza averne né le capacità né gli armamenti adatti ad una guerra moderna.

Che cos’altro avrebbe dovuto fare, Mussolini, per indurre le gerarchie cattoliche e lo stesso parroco Dies a prendere le distanze dal fascismo?

 

di Antonio Usai

(2. Continua)


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