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Estate 1942: dallo scoglio di Ventotene all’immenso fronte russo

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di Antonio Usai

 

Vorrei segnalare un episodio del periodo della guerra in Russia, conosciuto da pochissimi addetti ai lavori, che ha interessato alcune famiglie ponzesi e che potrebbero incuriosire i lettori di “Ponzaracconta”: ancora una volta, le vicende che hanno visto protagonisti semplici cittadini ben si comprendono se collocate nel quadro della grande Storia nazionale.

Estate 1942.

All’inizio dell’estate del ’42, alcuni militi di stanza a Ventotene, tra i quali Eugenio Usai, di anni trentatré, ricevettero la cartolina precetto per andare a combattere in Russia al fianco dei tedeschi.

Nessuno di loro aveva fatto richiesta per andare al fronte. Tutti avrebbero preferito continuare il tranquillo lavoro nella Milizia confinaria, nonostante le difficoltà della vita a Ventotene.

Arrivò presto il giorno della partenza. Il preavviso era stato soltanto di poche settimane e non tutti erano psicologicamente preparati al grande balzo nelle steppe russe.

Eugenio, abituato ad obbedire agli ordini superiori, era addolorato al pensiero di lasciare da sola la giovane moglie, di appena venti anni, che avrebbe anche potuto non rivedere mai più. Egli sapeva, per esperienza diretta, avendo combattuto per oltre un anno nella campagna di Abissinia del 1935-’36, che le guerre sono sempre state portatrici di lutti e sventure, sia tra i combattenti sia tra le popolazioni civili. Ed era noto a tutti il valore militare dei sovietici, figli della Rivoluzione di Ottobre, rafforzato ancor più dal nobile intento di difendere il suolo della loro Patria dal nemico invasore.

Mentre i coscritti erano già tutti sul piroscafo, affacciati alla balaustra di poppa per gli ultimi saluti ai familiari in lacrime e agli amici che si attardavano sulla banchina, pochi istanti prima che fosse levata la passerella, un sottufficiale della Milizia salì a bordo e comunicò ad Eugenio il rinvio sine die della sua partenza per la Russia.

Eugenio, per un attimo pensò ad uno scherzo. Uno scherzo di pessimo gusto, come a volte succedeva in caserma. Cambiò idea soltanto quando lesse il testo del fonogramma appena giunto da Roma. La sua gioia era visibile a tutti, così pure l’invidia degli altri richiamati alle armi che pensarono subito che Usai avesse un santo in paradiso.

Una volta messi a terra armi e bagagli, mentre il piroscafo prendeva il largo e la gente sventolava i fazzoletti per un ultimo saluto, Eugenio capì che non si trattava di un sogno ma di un inaspettato colpo di fortuna, come una vincita al lotto. Era felice, non riusciva a crederci, lui che aveva avuto sempre poco dalla vita; abbracciò Lucia, incinta del primo figlio da poche settimane senza saperlo ancora, e insieme s’incamminarono felici verso casa.

La coppia abitava in Via Rampe della Marina, al civico numero 6, in un appartamentino ammobiliato, piccolo ma grazioso, dotato di tutte le comodità che si potevano trovare in quei tempi sull’isola. Una finestrella affacciava sul porto romano: permetteva agli sposi di godersi un bellissimo scorcio sul paese ed una spettacolare veduta dell’isolotto di Santo Stefano. L’ingresso della casa si apriva su una caratteristica rampa che saliva a zig-zag dal porto antico fino al piazzale della chiesa di Santa Candida.

Nessuno seppe fornire all’interessato spiegazioni esaurienti sulla vicenda ed Eugenio non seppe mai chi ringraziare per quella decisione che, quasi certamente, gli salvò la vita.

Tra i militi che partirono da Ventotene c’era anche un certo Gargano, un caro amico di Eugenio. Questi non fece più ritorno a casa: lasciò la giovane moglie, di origine sarda, ed un figlio di un paio d’anni. Di lui la famiglia non ebbe più notizie. Fu certamente inghiottito, insieme a tanta povera gente, dalla steppa russa.

Molti anni dopo la fine della guerra, fu dichiarata la morte presunta dei soldati dispersi nella campagna di Russia e ai familiari fu concesso un vitalizio.

Come é noto dalla grande Storia, quella con la esse maiuscola, nel 1941, in Europa, i fronti di guerra si ampliarono sensibilmente. L’amicizia tra la Germania e l’Unione Sovietica, siglata con il patto Molotov-Ribbentrop, fu violata per volontà di Hitler.

Il 22 giugno, l’U.R.S.S. fu invasa dalle truppe naziste. Tre milioni di uomini con diecimila carri armati e tremila aerei, scatenarono l’attacco lungo tre direttrici: in Ucraina (verso sud), sul Baltico (verso Leningrado) e al centro, verso Mosca.

Nel mese di luglio, Mussolini, ansioso di inserirsi nella crociata antibolscevica, nonostante il parere contrarietà di Hitler, decise la partenza di un piccolo corpo di spedizione, il CSIR (Corpo di Spedizione Italiana in Russia), che combatté duramente e con successo durante l’avanzata in Ucraina.

Successivamente, su richiesta di Hitler, che per il suo piano offensivo aveva bisogno soprattutto di fanterie da porre a presidio dell’immenso fronte che si sarebbe prodotto, Mussolini decise una partecipazione più ampia dell’Italia, da qui la partenza dei Militi di stanza a Ventotene. Nell’estate del ‘42, dispose l’invio in U.R.S.S. dell’ARMIR (Armata Italiana in Russia), forte di dieci divisioni e 230 mila uomini.

La violenta controffensiva sovietica sul fronte lungo il fiume Don (a nord di Stalingrado), tra novembre ‘42 e gennaio ’43, travolse in poche settimane l’Armata italiana. I nostri fanti iniziarono una lenta ritirata a piedi, per centinaia di chilometri nella neve alta, che provocò la perdita di 84.300 uomini, tra caduti e dispersi, cui si aggiunsero più di trentamila casi di congelamento dovuti al pessimo equipaggiamento delle truppe.

Il Destino fu indubbiamente favorevole per Eugenio, mentre fu funesto per i suoi commilitoni di Ventotene e per i tantissimi soldati italiani morti nella steppa russa

Antonio Usai

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