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Quel giacimento minerario (2)

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di Ernesto Prudente

Per la prima parte: leggi qui

 

La miniera ha operato dal 1935 al 1976.

Quarant’anni di sfruttamento, di insensato sfruttamento,  che ha distrutto una grossa fetta dell’ isola. Scriveva il Messaggero (24/2/71): “E’ un paese ben strano, questo, che mentre si strappa di dosso le vesti e si cosparge il capo di ceneri per le distruzioni ambientali, tollera poi che un’isola venga livellata da una miniera”. E rinforzava la dose il 19 luglio 71: “…Quello che non si capisce è come e perché possano convivere una legge di tutela ambientale e una concessione di  distruzione ambientale”.

Lo spiega giuridicamente il Distretto Minerario: “La legge di tutela ambientale non è operante verso la miniera perché il funzionario del Distretto non è stato invitato quando si è deciso di vincolare l’area”.

E il difetto di forma distrugge la sostanza, grazie ad uno di quei mirabili cavilli giuridici che hanno gettato tante ombre sulla cultura giuridica italiana.

Tutta la stampa italiana scese in campo per difendere la tutela dell’ambiente paesistico tanto più che, per garantire la rigorosa conservazione del patrimonio naturale dell’isola di Ponza, il Ministero della Pubblica Istruzione emise, nel 1954, un decreto di vincolo, ai sensi della legge basilare del 1939, su qualsiasi attività che potesse deturpare la bellezza delle coste e dei picchi sul mare.

Chi si reca a Le Forna, la parte settentrionale di Ponza,  non può non notare i segni criminosi di questo recente passato. La fisionomia di quel territorio è stata sconvolta.

Rilievi composti da terreno di riporto, burroni costituiti da scavamenti dissennati sono la testimonianza della distruzione degli incantevoli paesaggi di un’isola ritenuta fra le più belle del mondo.

Nei primi decenni in effetti si è operato sottoterra, scavando gallerie, in modo non visibile e diciamo pure  poco preoccupante, anche se sui muri di diverse case incominciarono a fare la loro apparizione le prime incrinature dovute all’assestamento del terreno su cui  le case stesse poggiavano. L’abitazione dell’ingegnere Carabelli, direttore della miniera, presentava una crepa nel soffitto attraverso la quale si vedeva il cielo. Io gli dicevo sempre che, stando a letto, poteva studiare astronomia.

Si passò poi, negli anni cinquanta, allo scavo a cielo aperto per dare una spinta maggiore alla estrazione del minerale in risposta ad una maggiore richiesta. E da allora non si è guardato più in faccia a nessuno e si è passato sopra ad ogni cosa.

Il necessario era ammucchiare minerale il più possibile per spedirlo ovunque fosse richiesto. E in virtù di questa logica, sotto il nome di ‘economia italiana’, sparirono case e terreni coltivati che erano costati inenarrabili sacrifici.

Gli abitanti delle zone interessate allo sfruttamento, che veniva consentito con decreti del Distretto delle miniere, venivano sfrattati con altrettanti decreti emessi dalla Prefettura di Latina.

I proprietari di case e terreni, non sapendo più a quale  santo rivolgersi, chinavano la fronte accettando la cattiva sorte. Gli anziani dell’isola ricorderanno certamente il caso di Agostino Feola che, sfrattato, si attendò, usando la vela della sua barca, sul piazzale della chiesa. Un caso che fece tanto scalpore anche per l’indifferenza delle Istituzioni.

Molte famiglie, sarebbe meglio dire tante famiglie, furono costrette ad abbandonare Ponza per i paesi della Toscana, in modo particolare quelli dell’isola d’Elba, e per Formia e non hanno fatto più ritorno sulla loro isola. Molti chiesero soccorso, per un atto di richiamo, a parenti in America. Fu un esodo.

L’economia locale subì le pesanti conseguenze di questa partenza in massa.

Vennero abbattute case, cancellati terreni coltivati, soppresse strade: pubbliche, vicinali e private. Vennero depennate colline e pianori, in nome dell’‘economia italiana’, del ‘prodotto italiano’.  Il terreno della zona interessata fu totalmente modificato nei suoi aspetti naturali.

Quante volte, anche recentemente, abbiamo sentito dire: è un paesaggio lunare.

A tutto questo bisogna aggiungere l’inquinamento. Che non fu cosa da poco. Fu dilagante perché interessò quasi tutta la zona abitativa di Le Forna .

La silicosi fece il suo ingresso in campo, mietendo vittime anche fra i non addetti ai lavori. Le ciminiere dei forni, dove veniva cotto il minerale, proiettavano e diffondevano, con il soffiare del vento, polvere ricca di soda che penetrava in tutte le case, anche in quelle dove le fessure delle imposte erano state accuratamente tappate. Con salsicciotti di tela pieni di sabbia si turavano tutti gli spiragli; per vendemmiare si aspettava la pioggia che lavasse l’uva.

Con il passaggio dell’azienda in altre mani mutò anche la politica dei rapporti con i proprietari dei terreni interessati allo sfruttamento. Dall’esproprio diretto si passò alla trattativa anche se le scartoffie dell’esproprio, facili ad aversi e sempre pronte sul tavolo, sventolavano e pesavano come una spada di Damocle. “Meglio ferito che morto”, dicevano i malcapitati  proprietari.

Dai piccoli motovelieri, il primo fu il “Papà Fortunato” di Peppe Di Fazio, adibiti al trasporto del minerale si passò presto alle grosse navi. Navi battenti bandiera anche di paesi stranieri  ormeggiavano quotidianamente al grosso pontile che la Samip aveva costruito a Cala Acqua e, spesso, contemporaneamente, un’altra nave ormeggiava al molo Musco del porto di Ponza, dove il caricamento avveniva con autocarri mentre quello del pontile di Le Forna avveniva con nastro trasportatore.

Si scavava, si cuoceva e si insaccava il materiale a più non posso. Le navi e i bastimenti spesso erano alla fonda in attesa del proprio turno di carico. E fecero allora la loro comparsa le ruspe, per produrre un maggiore quantitativo di minerale nel minore tempo possibile. Chi si recava a Le Forna vedeva ruspe in opera dappertutto e ciò aveva anche una funzione intimidatoria nei riguardi dell’intera cittadinanza isolana.

L’uso delle ruspe implicò automaticamente il licenziamento di molti operai.

La Samip non ha mai presentato, forse perché non lo aveva, un piano di lavoro ufficiale. Nessuno ha mai saputo la consistenza di un giacimento, né la sua direzione. Non era difficile notare una o più ruspe, che avevano abbandonato una zona di escavazione del giorno precedente, estrarre minerale in una zona diversa. Era una azione atta ad intimorire la gente, come ci è stato riferito in seguito.

Tutto ciò provocò un clima di tensioni e di contestazioni anche perché la cittadinanza ponzese, salvo poche eccezioni, si è sempre espressa in maniera contraria allo sfruttamento minerario che distruggeva l’aspetto dell’isola.

Tutte le strade ufficiali vennero percorse, tutti i santi terrestri vennero invocati. Sempre inutilmente.

Alle lamentele, alle lagnanze, alle lacrime degli sfrattati, alle proteste della cittadinanza per ottenere giustizia lo Stato rispose con l’invio di un plotone di carabinieri per frenare “le intemperanza dei cittadini”.

Quella giustizia che oggi punisce severamente il ponzese che  allarga di pochi centimetri la sua finestra o il suo balcone, ieri era assente, nonostante le invocazioni. Era in “sonno” come in “sonno” erano le tante e varie logge o lobbies ambientaliste ed ecologiste.

Non stiamo parlando di fatti accaduti nella preistoria, nell’epoca romana o nel risorgimento ma di avvenimenti di qualche anno fa, quando la maggior parte di questi eroici difensori della natura, ambientalisti o ecologisti, avevano già abbandonato i vari corpuscoli extra-parlamentari di sinistra, che agivano per scardinare le Istituzioni, e si erano accampati nelle stanze del potere.

Non ci vuole la scienza del WWF o la dottrina di Marevivo né la sapienza di Italia Nostra per affermare che la Samip ha causato all’isola di Ponza danni difficilmente riparabili.

Lo Stato, attraverso i suoi enti, a qualsiasi livello, proteggeva la Samip. Il corpo delle miniere, attraverso l’ing. Spada, era sempre presente per favorire l’impresa, nell’applicazione della legge mineraria e nella disapplicazione della legge sui beni ambientali che gravava anche su Ponza, e per impaurire il proprietario della casa o del terreno a cui l’azienda era interessata. Vi era una difesa d’ufficio da parte delle Istituzioni, in primo luogo del Ministero dell’Industria, che operava in difesa della Samip nonostante la distruzione ambientale.

Il Corpo delle miniere, Distretto minerario di Roma. che aveva competenza su tutta l’Italia centrale, ad una delle tante opposizioni al rinnovo della concessione di sfruttamento dell’isola di Ponza, avanzata dalla Associazione turistica “Ponza isola di Roma” in data 4 giugno 1962 così rispondeva, dopo sei mesi, in data 1° dicembre  dello stesso anno: “Tale opposizione appare motivata da interessi di carattere pubblicistico, quali quello della tutela paesaggistica, dell’incremento del turismo, del presunto inquinamento dell’aria per le polveri industriali e del traffico portuale, che sono stati ponderatamente esaminati e vagliati dalla competente Autorità nei limiti e nei modi indicati dalla legge.

Pertanto non possono ritenersi giuridicamente rilevanti ai fini del rinnovo e lo scrivente è venuto nella determinazione di respingere, come con la presente respinge, l’opposizione formulata e di accordare il richiesto rinnovo della concessione”.

E non fu questa l’unica opposizione agli scavi. Ne sono state fatte a centinaia. Già all’inizio dell’attività mineraria  ci furono delle contestazioni da parte dei ponzesi tanto da indurre l’ing. Savelli, amministratore unico della Samip, ad inviare, in data 4 ottobre 1936, una raccomandata a S.E. il Prefetto Fascista di Napoli, all’on.le Federale di Napoli e all’on.le Presidente dell’Unione Industriale Fascista di Napoli con la quale lamentava che “…Sarà impossibile però valersi di tale ingente risorsa mineraria finché all’isola di Ponza durerà la cancrenosa situazione di fatto che si appalesa subito a chi sbarca per la prima volta nell’isola, e cioè l’attuale indiretto ma effettivo dominio dei pochi filibustieri i quali impediscono lo sviluppo di ogni sana iniziativa intralciando e paralizzando lo svolgersi della industria mineraria nell’isola di Ponza”.

Una contestazione che portò l’amministratore della miniera a preannunciare al dirigente  l’Ufficio locale di Pubblica Sicurezza che con il 15 ottobre 1936 ci sarebbe stata la cessazione del lavoro di estrazione del minerale.

Cosa che non avvenne.

Come non venne dato corso alle denunce apparse per anni e anni su tutti gli organi di stampa.  E restarono  sotto silenzio anche le lamentele e le lagnanze degli operai della raffineria di Gaeta, poi trasferita a Ponza, che potrebbero essere definite e catalogate come la prima e forse unica  contestazione sindacale durante il  periodo fascista così come appare dalla relazione al Ministero dell’Interno da parte del Prefetto di Littoria: “Molti sono gli operai che si lamentano della remunerazione che ritengono insufficiente, ma in special modo quelli addetti al Mulino Squassi che richiede maggior sacrificio fisico in quanto si differenzia dalle altre macchine. Quindi vi si lavora fra un nuvolo di polvere nocivo alla respirazione”.

E prosegue: “Il malcontento degli operai è generato non solo dalle paghe instabili, ma anche dalle continue minacce di arresto fatte contro di esso dal direttore”.

E va oltre: “Gli operai ivi occupati lavorano per 9 ore consecutive fra una nebbia di polvere di minerale che viene continuamente respirato dagli stessi con nocumento della propria salute. Tale polvericcio, vagante nell’aria in nuvoli più o meno fitti rende l’aria irrespirabile”.

Questa contestazione, di non poco conto, portò al trasferimento a Ponza degli impianti di Gaeta. “Tanto là stanno i fessi”, avranno  sicuramente pensato il Savelli, il Prefetto e le autorità ministeriali. E a Ponza, con la raffinazione del minerale le condizioni di lavoro divennero subito difficili.

L’assenteismo, la latitanza, l’indifferenza delle Istituzioni, a qualsiasi livello, consentirono alla Samip di avanzare come una piovra e di trattare la gente da negrieri.

Ernesto Prudente

(2. continua)

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