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Tempi di paura, tempi di regressione

proposto da Sandro Russo

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Segnalo questo articolo – è il tema del giorno, anche nelle cene tra amici –  in prima pagina (con continuazione nelle pagine interne) de la Repubblica di ieri 21 luglio. Con questo articolo cui Dacia Maraini inizia a collaborare con Repubblica.

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L’era della paura e della regressione
di Dacia Maraini – Da la Repubblica del 21 luglio 2023

Il nazionalismo, il disprezzo dell’altro e delle donne, il degrado linguistico. Anatomia della crisi che sta attraversando il nostro Paese

Tempi di paura. Tempi di regressione. Ma che legami ci sono fra la prima e la seconda parola? Come si arriva dalla paura alla regressione? E inoltre: paura di cosa? Perché?
William Reich lo psicoanalista ebreo austriaco fuggito dal nazismo negli anni Trenta del secolo scorso, analizzando l’ascesa del nazionalismo razzista ci dice che quando i popoli sono presi dalla paura tendono a fare branco, creando una solidarietà fra simili basata sul rifiuto dell’altro. Il branco ha bisogno di un capo, non importa se canaglia, violento, rapace. Il branco obbedisce a un primitivo bisogno di difendere l’identità minacciata contro tutto e tutti senza elaborare strategie o pensieri politici, spinto solo dal desiderio di sopravvivere.

Il capo prescelto deve sapere reprimere la libido personale per suscitare gli istinti più arcaici di rapacità collettiva. La libido deve trasformarsi in voglia di guerra. L’uomo impaurito insegue promesse fasulle, facendo tacere perfino i suoi più realistici interessi, per rincorrere un menzognero sogno di gloria e di rivendicazione.

Le paure, dice Reich, sono collettive e sono prodotte da pandemie, crisi economiche, guerre perdute, spostamenti di popoli o gravi cambiamenti sociali. Possiamo dire che, per lo meno per quanto riguarda la pandemia e la crisi economica ci siamo. Le conosciamo tutte e due e sappiamo come, di fronte all’equilibrio di un esperto come Draghi si è preferito affidarsi a un partito che porta sul suo simbolo la fiamma fascista. Paura della pandemia e paura della crisi economica stanno creando grossi problemi di identità, aggravati dalle masse di immigranti che nessuno riesce a fermare.

Dacia Maraini

L’Identità, ovvero il diffuso sentimento di sé, è determinante per un popolo. Il nazionalismo si riconosce in una identità monolitica, ferma nel tempo e riconducibile a formule fisse, mentre la conoscenza della storia, il dialogo politico e culturale tendono a creare un sentimento di identità plurale e diffuso. Tanto per citare me stessa, io sono italiana, ma sono anche europea, sono anche un poco giapponese per avere vissuto la mia infanzia in quel Paese, e sono siciliana, ma anche toscana e un poco inglese perché ho una nonna anglosassone e anche perfino un pochino svizzera visto che i Maraini sono di origine ticinesi. Dobbiamo pensare che le molteplici identità sono in conflitto fra di loro oppure creano una ricchezza interiore che aiuta ad affrontare i cambiamenti più inquietanti con spirito aperto e libertario?

Ma veniamo alla cronaca italiana e alle ultime notizie di violenze compiute da ragazzi adolescenti. Quello che sorprende non è tanto la loro età quanto l’appartenenza sociale. Il luogo comune vuole che chi usa violenza venga da ambienti degradati, da famiglie povere, escluse dagli studi. Qui invece assistiamo ad aggressioni di ragazzi di ambiente benestante, anzi spesso figli di persone potenti, che si comportano con totale assenza di emotività, tenerezza, delicatezza d’animo, empatia e rispetto. Ma perché un ragazzo bello, sano, ricco, deve stuprare una sua coetanea, anziché corteggiarla, amarla, desiderarla come ci si aspetta da un incontro che nasce da una attrazione reciproca? Non potrebbe essere, come suggerisce Reich, che i giovani, sensibili al proprio tempo, prendano sul serio la frustrazione della loro epoca e pensino di rivendicarne il malessere agendo da piccoli eroi della resistenza identitaria di genere?

Nell’idea della restrizione di identità monolitica entrano come diverse e pericolose anche le donne, che vengono viste come le rappresentanti di una umanità inquietante e pericolosa, da tenere sotto guida e controllo, soprattutto nel momento in cui pretendono di avere un proprio desiderio e una propria volontà erotica e comportamentale. È una forma di razzismo inconsapevole, nato dalla tradizione storica che vede il mondo femminile come fatto di creature deboli, sacre come madri ma da punire appena escono dal ruolo a loro affidato: insomma, cosa vogliono queste diavolesse che pretendono di essere diverse e migliori, ma nello stesso tempo vogliono occupare tutte le professioni tradizionalmente praticate dai figli prediletti di un Dio padre con tanto di barba? E così il corpo femminile diventa, come succede da secoli, il campo di battaglia di tutte le guerre. Il nemico si uccide, la donna considerata proprietà del nemico si stupra. Il che vuol dire inserire nel ventre e quindi nel futuro del vinto il proprio seme vincitore. È chiaro che negli stupri di oggi questo atteggiamento resiste solo in forma simbolica, ma resiste.

Da scrittrice posso dire inoltre che inseguo con apprensione il processo del degrado linguistico che ammala il nostro Paese. L’incapacità di adeguarsi alle novità, il servilismo nei riguardi della lingua internazionale prevalente stanno diventando una prassi quotidiana. Le macchine parlano inglese e quindi io sarò all’avanguardia usando in continuazione termini anglosassoni. Inoltre l’uso continuo dell’insulto, della parola escrementizia per colpire l’avversario, la voglia di umiliare anziché confrontarsi: tutto questo indica una rinuncia alla limpidezza e alla forza del pensiero.

L’intelletto ha bisogno di un linguaggio complesso e creativo. Gli insulti e le minacce raccontano di una semplificazione dell’intelligenza che porta il Paese a svilire se stesso e il proprio bisogno di stimarsi.
Il nazionalismo, inteso come chiusura delle porte del pensiero e del commercio, anziché suscitare amore per il proprio Paese, crea forme di disprezzo e odio per i diversi. Da questo dovremmo cercare di guardarci perché rischiamo un isolamento mortale e un precipizio nella inconsistenza etica.

 

L’immagine di copertina è ripresa dall’articolo di Repubblica

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