Cinema - Filmati

Il bacio al cinema

segnalato da Sandro Russo

Non poteva mancare questo articolo sui baci al cinema, il quarto di una serie dedicata a questa “nobile arte” dall’antropologo Marino Niola su la Repubblica di qualche giorno fa

Il bacio: quando è per sempre
di Marino Niola (*)da la Repubblica del 10 agosto 2021
Non esiste cinema senza. Censurato, da record, Lgbtq. Da Marilyn Monroe a Kim Basinger, Hollywood lo ha consacrato

«Hollywood è un posto dove ti pagano migliaia di dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima», diceva Marilyn. Come dire che il cinema è una grande industria del bacio. Perché la riproduzione seriale del gesto amoroso fa parte del suo Dna fordista. Che, sin dagli albori del 35 millimetri ha un doppio effetto, illusionistico ed erotizzante. Da una parte l’ingigantimento anatomico del corpo, fantasmatizzato ed estetizzato dal grande schermo.
Dall’altra il buio in sala che fa galoppare le fantasie. Non a caso dalle prime sale di proiezione ai drive in, fra la filmologia e la filemologia (la scienza del bacio) c’è sempre stata una complicità molto stretta che si annuncia sin dai primordi del nuovo mezzo. Tanto che già nel 1896 Thomas A. Edison produce The Kiss, un corto di diciotto secondi in cui May Irwin e John Rice, celebri attori di Broadway, si baciano per 18 secondi. All’indomani della prima il New York World pubblica un articolo dal tono trionfalistico intitolato “Anathomy of the Kiss”, affermando che per la prima volta nella storia del mondo è possibile vedere come è fatto un bacio, perché ogni singolo istante è perfettamente documentato dalla pellicola in “forty-two feet of kiss”, quarantadue piedi di bacio, corrispondenti a 13 metri di celluloide. Da allora la settima arte ha contribuito a fare del bacio un indicatore dei mutamenti sociali, dell’amore e del pudore, delle sensibilità e delle libertà. Tra la boccuccia di Doris Day che baciava da “casalingua”, alle labbra incandescenti di Kim Basinger in Nove settimane e mezzo o di Anastasia Steele in Cinquanta sfumature di grigio, passa una differenza epocale. Riflettendo gli spostamenti progressivi del piacere e del vedere.

Di fatto, l’arte cinematografica e quella filematica vanno di pari passo. Anche se la scure censoria ha sempre tentato di mettere i bastoni fra le gote degli attori. Come nel caso del cosiddetto Codice Hays, che stabilisce la durata massima di un bacio in tre secondi, corrispondenti a tre metri di pellicola.
Il regolamento che prende il nome dal suo ideatore, il repubblicano William H. Hays ministro Usa delle comunicazioni, condiziona pesantemente la rappresentazione cinematografica dell’amore a partire dal 1922 e fino al 1967. Va detto però che i registi hanno sempre fatto miracoli per bypassare la tagliola dei tre secondi. L’Oscar per l’astuzia va senza dubbio ad Alfred Hitchcock. Nel 1946 durante le riprese di Notorious, il grande regista, per aggirare il divieto, invita Cary Grant e Ingrid Bergman ad alternare brevi baci e languide carezze, bisbiglii e effusioni, come mordicchiarsi le orecchie e scambiarsi sguardi lunghissimi e ravvicinatissimi. Risultato: un bacio di tre minuti che però è diviso in sessanta rate di tre secondi. Così Hitchcock la spunta e con lui gli spettatori che vedono la scena intera. E nemmeno si accorgono della finzione. Ma già in precedenza sceneggiatori e registi hanno fatto ricorso a trucchi di ogni sorta per farla sotto il naso ai gendarmi della morale. E inventano sotterfugi sublimi per restare nella norma, di fatto sovvertendola. Come fa Richard Boleslawski nel 1934 quando dirige Greta Garbo ne Il velo dipinto. In una scena rimasta celebre, la grande attrice svedese bacia e spoglia un’altra donna. Che però è sua sorella. Così l’esibizione di un erotismo trasgressivo è coperta dalla foglia di fico dell’affetto familiare.

In effetti sarebbe impossibile tenere il conto delle scene osculatorie che hanno funzionato da tutorial dell’arte amatoria per generazioni di spettatori. Dal bacio di Humphrey Bogart e Ingrid Bergman in Casablanca alla stralunata replica offertane da Woody Allen e Diane Keaton in Provaci ancora Sam. Dai baci ferali di Dracula in Nosferatu a quelli fatali di Liz Taylor in Cleopatra. Dal bacio nella Fontana di Trevi di Marcello Mastroianni e Anita Eckberg in La dolce vita, a quello torrido di Jessica Lange e Jack Nicholson ne Il postino suona sempre due volte. Dal bacio alieno di E.T. fino a quelli LGBTQi+ di Ennis Del Mar e Jack Twist in Brokeback Mountain o di Timothée Chalamet e di Armie Hammer in Chiamami col tuo nome. Compreso quello lesbo de Le sorelle Macaluso di Emma Dante.

Un posto a parte in questa hit spetta alla immortale scena di Via col vento, in cui Clark Gable nel ruolo del molto macho Rhett Butler, si rivolge con arrogante sessismo a Rossella O’Hara, nel film Vivien Leigh. «Dovreste essere baciata, e spesso, e da qualcuno che sa come farlo». E poi le tappa la bocca con un bacio. Anche a causa di sequenze come questa, il film che ha segnato l’immaginario sentimentale del Novecento, è stato colpito dalla fatwa del neofemminismo. Che lo vorrebbe bandito dagli schermi e condannato alla damnatio memoriae per oltraggio al politicamente corretto.

Un posto decisivo nella storia dei baci di celluloide va però riservato a quel geniale raccordo tra cinema e pop art che è Kiss, l’anti film che Andy Warhol realizza nel 1963 come parte di una trilogia dedicata ai bisogni fisiologici, iniziata con Sleep e conclusa l’anno successivo da Eat. Mangiare, dormire, forse baciare. Di fatto il fondatore della Factory con questo montaggio promuove il bacio a bisogno primario. Cinquanta minuti, senza sonoro, dove tredici coppie, etero, omo e multietniche si baciano senza sosta. Warhol lancia così un’autentica bomba contro bacchettoni, benpensanti e razzisti, ma anche contro le leggi segregazioniste e omofobe in vigore all’epoca in molti stati dell’Unione, che proibiscono i rapporti tra persone dello stesso sesso e di diversa etnia. Un telethon del bacio. Proprio come il kiss-a-thon organizzato nei giorni scorsi a Bogotà a sostegno di una coppia gay aggredita perché si baciava in un parco.

Ma la provocazione di Warhol manda provvidenzialmente in frantumi anche il Codice Heys che di lì a poco viene abrogato anche formalmente, dopo essere stato abbondantemente spernacchiato nei fatti. In realtà la provocazione warholiana riflette l’onda libertaria della generazione Woodstock che si è messa in moto e che nel giro di pochi anni travolgerà ogni argine censorio.

Insomma, no kiss no cinema. Per questo Giuseppe Tornatore alla fine di quel toccante omaggio all’invenzione dei Lumière che è Nuovo cinema Paradiso, sintetizza la storia del grande schermo in una sequenza di baci celebri censurati, che scorre davanti agli occhi commossi del protagonista. Proprio come la moviola del ricordo fa scorrere la nostra vita. Coi suoi atti mancati e i suoi baci mai dati.



 

1 Comment

1 Comments

  1. Silverio Guarino

    13 Agosto 2022 at 17:45

    A corredo dell’articolo di ieri sul bacio, volevo segnalare a pag. 19 del n.4714 della Settimana Enigmistica del 28/07/2022, rubrica “Forse non tutti sanno che…”, 37648 (prima in alto a sinistra):
    “Quando ci scambiamo un bacio, attiviamo 34 muscoli della faccia e 112 posturali”.

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