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La politica è sporca

di Francesco De Luca

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Espressione popolare, quella che riporto, non populista. Perché viene espressa dalla gente comune, da quel che si legge, da quello che si vede in TV e da quello che si elabora dalle esperienze. Non è populista giacché il populismo esalta, in modo smodato, la politica come forza che realizza i desideri dell’uomo comune nel suo spirito individualistico, non comunitario. La politica serve a me… a te… sfruttala, e non chiederti qual è l’interesse comune.

Espressione dunque popolare, non populista.
Come tale è lontana dagli ideali ideologici. Fondati, questi, su teorie filosofiche ma franati miseramente nella pratica quotidiana.

La politica è sporca perché non illuminata dagli ideali. E quelle poche fiaccole che rimangono sono offuscate da un pragmatismo eroso dalla corruzione.
Non, come suggerirebbe la teoria pragmatica, dal fare, dal realizzare e, di poi, dal confronto fra ciò che si è realizzato e il progetto che dovevasi realizzare.
Tuttavia è innegabile che la politica praticata non può tenersi lontana dalle commistioni, dalle intromissioni, dalle mediazioni. Giacché la politica fa scelte e queste hanno inevitabilmente addentellati con forze economiche, con forze sociali, con preferenze di natura personale.

La politica ha (o dovrebbe avere) come inizio e fine il  bene comune, ma questo passa per appalti, autorizzazioni, finanziamenti, requisiti e dinieghi… Il bene comune si raggiunge tramite un iter che è fatto di creatività ma anche di interessi, di opportunità, ma anche di divieti.

Tutto questo coacervo di fattori passa per la famiglia, per le simpatie, per le affinità, per le antipatie, per il guadagno, per il successo.
Nello scorrere del flusso burocratico l’impegno politico si impasta di farina monetaria, tocca cenere aurea, si lorda di falsità, si gonfia di ambizione.
Si sporca… e chi la pratica si sporca anche lui… e chi la vuole fare ambisce sporcarsi.

L’analisi è spietata ma vera. Così come spietata e vera deve essere la conclusione pratica. Che non è la fuga dalla politica, no, bensì praticarla con la consapevolezza che ci si dovrà barcamenare fra elementi ineliminabili di opportunismo e di tornaconto.

Ci sono rimedi? Ce ne sono.
Una è la trasparenza. Più le decisioni politiche si tengono celate più la responsabilità dell’atto si personalizza. Se, invece, la decisione è partecipata la responsabilità si divide e condivide, nell’aspetto negativo e in quello positivo.

E’ assodato che la democrazia non è perfetta nei risultati ma fa collimare la scelta con la volontà popolare.
Il raggiungimento dell’impegno politico non è garantito dal successo economico dell’operazione, e nemmeno dall’efficienza di quanto realizzato, bensì dalla capacità di aver inserito nella decisione presa la consapevolezza popolare. Perché in questo consiste la crescita. Non nel PIL e nemmeno nei Tassi d’Interesse.

Si hanno esempi tangibili di questo. La Cina ha un tasso produttivo elevato e insieme le peggiori condizioni di lavoro.
L’ America ha un PIL in ascesa ma uno scarto impressionante fra i più ricchi e i più poveri.

Però… un attimo… frenate l’entusiasmo… per quanto possa essere informato, la mia analisi tende a spronare i volenterosi a considerarsi parte attiva nelle faccende ponzesi. E’ la situazione isolana quella che sollecita la mia riflessione.
C’è bisogno di un rinnovato entusiasmo, c’è bisogno di nuova linfa intellettiva per affrontare la prossima scadenza elettorale. C’è bisogno di gente che voglia sobbarcarsi il peso della gestione politica dell’isola, e che lo faccia con la necessaria consapevolezza.

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