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Il mistero (risolto) della Gioconda nuda

di Fabio Lambertucci

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“Venne a stare con meco il dì della Madonna del 1490, d’età d’anni 10”. E’ con questo scarno appunto che Leonardo da Vinci (1452-1519) ricordò l’ingresso di un bambino di nome Gian Giacomo Capriotti poi detto il Salaì (1480-1524) nella sua bottega milanese. Chissà che avrà pensato il Maestro, all’epoca trentottenne, quando vide per la prima volta quel ragazzino dall’aria irrequieta e vivace. Quel che è certo è che il piccolo “Jacopo” diventerà presto uno dei suoi allievi prediletti, lasciando un segno indelebile sulla sua vita.

– “All’epoca, entrare molto giovani come garzoni di bottega per imparare i segreti del mestiere era normale, e ben presto Capriotti si fece notare per il suo carattere” – spiega la storica dell’Arte e docente all’Università di Milano-Bicocca, Maria Teresa Fiorio in un’intervista a Focus Storia.
Il nuovo arrivato, figlio di una modesta famiglia di Oreno, nel milanese, era un vero monello e ne combinò da subito di tutti i colori, importunando gli altri apprendisti, rompendo di proposito caraffe di vino e rubacchiando di qua e di là.
Leonardo lo definirà “ladro, bugiardo, ostinato e ghiotto“, attribuendogli il soprannome Salaì, paragonandolo così a quel “diavolaccio” del Saladino.
Nonostante le monellerie però Giacomo piaceva a Leonardo che cominciò a privilegiarlo rispetto agli altri discepoli. Si trattava di affetto paterno o di un rapporto d’amore? Gli storici oggi propendono per la seconda ipotesi.

Man mano che cresceva il Salaì diventava sempre più bello: il volto incorniciato da folti ricci, lo sguardo provocante, il sorriso malizioso e i lineamenti delicati. Leonardo lo ritrasse di profilo in numerosi schizzi e lo usò come modello in alcuni dei suoi dipinti, tra cui l’enigmatico San Giovanni Battista (1508-1513), oggi esposto al Louvre di Parigi.

Leonardo da Vinci. S. Giovanni Battista (1508-1513). Louvre

L’opera divenne di proprietà del Salaì alla morte di Leonardo e dopo la prematura morte dell’allievo, avvenuta nel 1524 , l’inventario dei suoi beni riporta questa indicazione: “n.° 1 quadro cum uno Santo Ioanne piz. zoveno”, ossia un quadro con un San Giovanni giovane, valutato poco più di 25 scudi. Lo stesso Salaì fu però autore di un San Giovanni Battista, ispirato a quello di Leonardo, conservato oggi alla Pinacoteca Ambrosiana (immagine qui sotto), e non è chiaro a quale opera si riferisca esattamente l’inventario.
D’altra parte il Salaì aiutò Leonardo nella realizzazione dei suoi capolavori, cercando di imparare le tecniche del Maestro ma come pittore non fu mai veramente un granché.

Salaì, San Giovanni Battista (1510-1520). Pinacoteca Ambrosiana

L’unica opera firmata da Capriotti giuntaci è una modesta Testa di Cristo (1511), esposta alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano.

Gian Giacomo Caprotti detto Salaì. Testa di Cristo Redentore (1511)- Pinacoteca Ambrosiana. Milano (il nome e la data nell’angolo in basso a dx)

Ancora altri interrogativi sulla licenziosità degli ambienti delle botteghe artistiche del tempo, pongono degli schizzi leonardeschi tra cui soprattutto quello conosciuto come “Angelo incarnato”

Leonardo da Vinci. Angelo Incarnato. Schizzo preparatorio per il S. Giovanni Battista?… Perché in erezione? (2)

La Gioconda nuda è anche di Leonardo
Tuttavia “qualcuno” dipinse il quadro denominato Monna Vanna o Gioconda senza veli (1). Ora gli esperti ritengono che lo stesso Leonardo collaborò con il Salaì alla realizzazione e sono certi che lo sfondo sia solo opera sua. Fino a poco tempo fa si credeva che anche il disegno preparatorio a carboncino del 1514-1516, alto 72 centimetri e largo 50, proprietà del Museo Condé e conservato nel castello di Chantilly, a nord di Parigi, fosse esclusivamente del Salaì. Invece recenti analisi (riflettologia a infrarossi, luce radente, radiografia ai raggi X e datazione del Carbonio 14) degli esperti del Centro di Ricerca e Restauro dei Musei di Francia lo attribuiscono, almeno in parte, alla mano del Maestro vinciano.

Studio preparatorio Gioconda-nuda Chantilly, Musée Condé

Quindi Leonardo da Vinci avrebbe collaborato a dipingere anche la Gioconda senza veli: nuda, a mezzo busto, con il seno ben in vista.
Il quadro è oggi esposto a Roma presso Villa Farnesina.

Monna Vanna. Salaì e Leonardo Da Vinci (1515 -1525). Monna Vanna (Joconde nue) Svizzera, Collezione privata

Il triste destino del Salaì
Nel 1513 Leonardo si trasferì a Roma, alle dipendenze di papa Leone X Medici e poco tempo dopo Salaì lo abbandonò ritornando a Milano. Nonostante ciò il Maestro, quando nel 1517 si trasferì in Francia, ad Amboise, come protetto di Francesco I, si premurò di chiedere che fosse corrisposta una pensione al “suo” Salaì, il quale lo raggiunse in terra francese come servitore.
L’indole di Caprotti era però inquieta. Ad Amboise rimase poco tempo: si spostò presto a Parigi. Lì pare abbia venduto, a peso d’oro, alcuni quadri dell’artista al re Francesco I. Leonardo stava sempre peggio e così il 23 aprile 1519 stilò le sue ultime volontà, spirando nove giorni dopo. Salaì non era al suo capezzale ma il Maestro non si era dimenticato del suo amato “diavolaccio” e gli aveva lasciato in eredità metà della vigna di Milano, dove Caprotti aveva già
“edificata et constructa una casa, la qual sarà e resterà al dicto Salaì, soi heredi, et successori”.

Grazie alla generosità di Leonardo, da piccolo delinquente era diventato un quarantenne con un patrimonio di tutto rispetto. Nel 1523 decise di sistemarsi sposando la brianzola Bianca Coldiroli. La tranquillità durò poco. Meno di un anno dopo, il 19 gennaio 1524, morì stroncato da una schioppettata, in circostanze ancora oscure. Incidente? Rissa? Morì così tragicamente uno dei pochi uomini che era riuscito a far breccia nell’anima di Leonardo da Vinci.


Note

(1) – Una versione troppo ricca di elementi iconografici da non far pensare alla Gioconda, ma svestita. È la cosiddetta Gioconda Nuda, che diversamente dalla Monna Lisa del Louvre mostra le sue fattezze senza veli. Stessa la postura della figura, stagliata su un paesaggio in analogia con le invenzioni di Leonardo, identica la posizione delle mani. La più licenziosa Gioconda di recente è stata attribuita alla bottega di Leonardo se non a Leonardo stesso, dipinta a olio su tela, è stata data in comodato all’Accademia Nazionale dei Lincei per essere esposta a Villa Farnesina, nella Sala Chigi che un tempo ospitava lo studio del banchiere Agostino Chigi (La Gioconda nuda, dal 6 luglio a Villa Farnesina. Di Emanuela Minucci, La Stampa, del 04 luglio 2020).

(2) – Leonardo: “Angelo incarnato”.
Nell’Ottocento, il disegno apparteneva alle raccolte reali di Windsor, dove veniva custodito insieme ad altri undici, tutti di Leonardo, tutti a sfondo erotico. Tempo dopo, gli stessi scomparvero, con evidente sollievo generale, cosa che fa pensare ad un tacito consenso della regina Vittoria, ben lieta di sbarazzarsi di soggetti a dir poco imbarazzanti. Il gruppo di opere licenziose finì dunque in Germania. Conosciamo numerose rappresentazioni leonardesche di angeli, in genere ispirate all’artista da Gian Giacomo Caprotti, suo modello dall’età di dieci anni, e da lui curiosamente soprannominato Salaï, come il diavoletto del “Morgante maggiore” di Pulci. Da segnalare, in particolare, diverse versioni di scuola di un “Angelo dell’Annunciazione”, di cui esiste pure un abbozzo di allievo con correzioni di mano del maestro, databile attorno al 1505 e conservato a Windsor. A differenza di queste opere, per così dire, “canoniche”, nell’“Angelo incarnato” l’inguine si mostra esplicito nella sua nudità, col membro virile in erezione. Il sorriso angelico si è trasformato in ghigno, in un’espressione di satiro cui contribuisce la struttura animalesca del capo. Il torso presenta caratteri femminili, messi in evidenza dal seno pronunciato. Un ermafrodita, insomma [ Enrico Giustacchini: Leonardo, l’intensa erezione del pene dell’angelo incarnato. Perché? ]

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