di Francesco De Luca
E’ una figura che, a mio vedere, merita un ricordo più sentito fra i Ponzesi. Lo affermo con più convinzione oggi che ho letto il libro da lei pubblicato nel 1890: Impressioni.
La lettura ha colpito il mio senso di riconoscenza. Perché? Perché questa ragazza, Gabriella Moriondo, a vent’anni, sceglie di lasciare la famiglia a Genova per venire a insegnare presso la Scuola Elementare di Ponza: uno scoglio in mezzo al mare, dileggiato quasi da tutti, tanto che vi mandavano i coatti. E per quale attrattiva? Quella di insegnare gli elementi base dell’ alfabetismo ai figli di una comunità di poveri contadini e pescatori, che da quello scoglio cercavano di trarre sostentamento. Senza prospettiva di elevarsi né socialmente né economicamente.
Venne perché spinta dal bisogno materiale. Scrive infatti che aveva intrapreso gli studi “quale scappatoia dalle vergogne della miseria…” ( pag.6 ). Anche se la funzione di insegnante l’aveva agognata per sé quale “severo e sacro mandato” (pag.6).
Si può dire che fosse mossa da uno spirito utilitaristico misto ad uno ideale. O, meglio, che, forse, ammantò la sua esigenza di essere economicamente indipendente con la funzione ideale di operare per il benessere sociale.
Certo è che Ponza, in quanto luogo da vivere, non era corredata da giudizi enfatici. Era terra di coatti, ossia di gente forzatamente costretta a dimorarvi perché ritenuta indesiderata nel proprio paese, o socialmente dannosa.
Residenza obbligata. A Ponza: un’isoletta dove la prospettiva di lavoro era conchiusa nell’uso delle braccia per riuscire a campare.
Ma l’animo di Gabriella è sereno. Scrive: “i coatti poi compativo e compiangevo”. Perché solida, ella, nell’animo, rivolto al bene sociale e alla gratificazione individuale. Scrive ancora: “Vivo del mio lavoro, che altro può desiderare, tanto più se desso lavoro è fonte di pubblica stima e rispetto…” ( pag.9 ).
Lo stipendio non è eccitante e la dimora è arrangiata ma “l’isoletta era placida, serena, contempla il suo vago sembiante sulle docili acque, paga di sua bellezza, e queste par che sommesse le rendano omaggio” .
Le parole fanno trasparire un amore a prima vista.
Amore per l’atmosfera isolana in generale… e per i Ponzesi?
Per il Ponzese ha giudizi opportuni. Anzitutto è figlio della sua condizione sociale, e dunque vive del lavoro nei campi o sul mare. “Il mare è l’elemento di cui e in cui si compiace, e quivi si svolge l’essere suo“ ( pag.40 ).
La Moriondo esamina il decorso della vita del ponzese e lo illustra con una vicinanza affettiva evidente. Non ne esalta nessuna qualità se non “il galantuomismo, la buona fede…“ (pag. 42). E’ un uomo dedito al lavoro, onesto con sé e con gli altri, aspirante soltanto a vivere nella serenità della sua casa.
E delle donne ponzesi? Anche delle donne si impegna a parlare, lei, che della sua indipendenza ha fatto la bandiera della propria esistenza!
Della donna ponzese scrive: “E’ primo, incontrovertibile vanto della nostra isolana, il grande amore alla nettezza, che spicca nella sua casetta, talvolta scavata nel vivo sasso di modo che all’interno la crederesti una tana di lupi, o una grotta da streghe, una spelonca ricettacolo dei venti. Tale apparisce o meglio apparirebbe se una striscia bianca, cornice alla porta non ti additasse la cura dell’uomo” ( pag. 45 ). E continua: “è pia, devota, sì che la Chiesa rigurgita mai sempre di donne” (45). Finché arriva alla stoccata: il pettegolezzo. Vero malanno sociale, per cui “il più piccolo fatto privato diviene pubblico…” (pag.46).
Vero dramma della comunità isolana è l’ ignoranza. Mancano modelli culturali alternativi, elevati, piantati nella letteratura, nella scienza, nell’arte. La comunità ripropone la sua visione socio-culturale di generazione in generazione: mare, lavoro, affetti familiari. Poca istruzione e poca immaginazione; poco studio e poco progresso.
In questo stagnante clima prende vigore la fede religiosa. Quella cieca e bigotta. La Moriondo non transige, da insegnante votata al bene dei minori insiste affinché i giovani possano accedere al tesoro della conoscenza. Quella che non si fa ammaliare dai miracoli.
Pur tuttavia lo sguardo della Moriondo è sempre benevolo. Anche quando sottolinea talune stranezze nei costumi. Come, ad esempio, quella di manifestare il dolore per il lutto da parte delle donne in modo eccessivo. “Con un baccano indecente, un gridare… urlare… sventolare fazzoletti ”. Si ritrae dal giudizio la Moriondo anche se termina dicendo che quelle forme eccessive di dolore appaiono come “baccanali carnevaleschi” ( pag. 62).
Il suo occhio è acuto e inclusivo. Distingue ed accoglie. Evidenzia e comprende.
Di grande insegnamento la lettura di questo volumetto. Che, io sappia, non è in vendita. L’ultima ristampa si deve all’acutezza dei fratelli Mazzella.
A me la lettura è piaciuta. L’ho trovata interessante e mi ha confermato la convinzione che la cultura a Ponza era, e rimane, merce rara. Presso la società isolana non circolava, e non circola, la convinzione che la cultura migliori la vita.
Al tempo della Moriondo, lo attesta lei, i Ponzesi credevano nella funzione vitale del lavoro. Confido che questo ideale sia vivido presso i nostri ragazzi.
Senza cultura e senza motivazione nel proprio operato cosa supporta la comunità ponzese in termini di idealità?
Nota: Gabriella Moriondo nacque a Milano nel 1867, venne a Ponza nel 1887, pubblica il libro nel 1890. A Ponza si sposa nel 1897 con Giovanni Coppa, notaio. Morì a Napoli.









