proposto da Sandro Russo
Che poi… Sui media, ma anche sul sito, sembra che si possa parlare di tutto: di morte, di violenza, di guerra, di qualunque cosa per quanto spregevole, ma non di sesso e d’amore, se non nelle forme più edulcorate e formali. Come se ogni volta dovessimo ripartire dalle apucce che impollinano i fiori…
Ben venga quindi questa recensione di Elena Stancanelli, ripresa da D di Repubblica di questa settimana, segnalatami da un’amica.
S. R.
Parliamo di sesso
di Elena Stancanelli – Da D di Repubblica del 13 aprile 2026
Sarà che intorno a noi non c’è altro che morte e distruzione, sarà che a scrivere, bene, di sesso sono pochi ormai, ma il nuovo libro di Marco Rossari è proprio quello che ci vuole in questo momento
“Il mio sogno / è addormentarmi mentre scopiamo, / farlo così bene, scopare così piano / da restare avvinti uniti e caldi e vinti nel sonno / dove scivoliamo”.
Torna Marco Rossari con una raccolta di poesie erotiche – la precedente, Le bambinacce, l’aveva scritta a quattro mani con Veronica Raimo ed era, ovviamente, irresistibile – torna ed è di nuovo una festa.
Sarà che intorno a noi non c’è altro che morte e distruzione, sarà che a scrivere, bene, di sesso sono pochi ormai, ma L’amore è una malattia sessualmente trasmissibile (Rizzoli) è proprio quello che ci vuole in questo momento. Un libro che si prende cura dei nostri corpi avviliti, del nostro desiderio imbarazzato davanti al serio e deprimente spettacolo del presente. Regalatelo a chiunque vogliate consolare, vi ringrazierà.
Di sesso si parla quasi sempre a sproposito. Viene chiamato in causa di fronte a violenze e stupri. Deprecato con la scusa della pornografia, il commercio di OnlyFans, la sessualizzazione dei corpi. Ma niente di tutto questo è sesso. Il sesso è un gioco, tra due o più persone, che non esiste senza il consenso e la reciprocità. Quello che accade quando queste due condizioni non si verificano semplicemente non è sesso, è, appunto, stupro, violenza, pornografia, OnlyFans. Ma il 900 è stato il secolo, ahimè, di Freud. Per carità, un genio. Ma anche un incubo. C’è toccato star lì a spalare i nostri taboo, ravanare nell’inconscio, ammettere tutte le nostre debolezze. Per forza che il sesso ha smesso di essere il luogo dove il corpo esulta per trasformarsi in una delle infinite officine di nevrosi, forse la più efficace. Non fate caso a me, sono una luddista della psicanalisi e mi deprime questa ossessiva elucubrazione sull’Io. Ma dovete ammettere anche voi, fanatici del lettino e del rimosso, che tutto questo ron ron forse ci ha liberato dal complesso di Edipo ma non ha certo favorito un sesso allegro e spensierato.
Marco Rossari, grazie al cielo, con le sue poesie ripristina un ordine migliore: il sesso come una danza demente, un tempo sospeso, uno spazio magico. Dove si può fare tutto quello che si ha voglia di fare, con l’unico scopo di dare e ricevere piacere.
“Appoggio il padiglione auricolare alla tua fica, /
prima di scopare. /
Pare infatti che si senta / il mare”.
Tutte queste poesie, accompagnate dalle illustrazioni di Cristina Fiorenza, sono insieme buffe e sexy, una combinazione fatale per chi la sa maneggiare.
Il sesso non serve a niente – oh, sì, certo, dovrebbe servire a fare i figli, ma chi li fa più i figli, e soprattutto chi li fa più facendo sesso? – ed è dunque un perfetto argine al capitalismo selvaggio, alla cultura del denaro e del successo. Non è un paradosso: fare sesso è alla portata di chiunque, non serve essere giovani, o belli, o possedere chissà quali abilità.
Si può fare sesso in mille modi diversi ed è sempre divertente. E allora perché siamo riusciti a trasformarlo in una battaglia? Perché ci fa paura, ci fa sentire inadeguati, incapaci? Perché, anziché essere l’attività più praticata è diventata tra le più schivate, dicono, tra i ragazzi? Tra tutte le ragioni possibile ne scelgo una, quella che mi sta più a cuore: le parole. Ammettetelo: quando avete iniziato a leggere questa rubrica avete avuto un sussulto davanti al verbo scopare. Non siamo abituati a leggerlo sul giornale, ci sembra volgare, ci imbarazza. Non esiste nessuna altra attività umana che soffra di questo complesso lessicale, che abbia dovuto inventare una montagna di eufemismi per eludere il termine esatto. Così, ci siamo ritrovati non solo nel grottesco della terminologia, ma molto lontani dal piacere, anche stilistico.
“Oggi ti sogno con un altro, / un ceffo scaltro e deciso / che ti tocca. Mi sveglio / all’improvviso con / l’amore in bocca”.
Grazie quindi a Marco Rossari anche per questo: per ridare ogni volta al racconto del sesso le parole giuste, esatte. Rendendolo così, di nuovo, qualcosa di cui non doversi vergognare.
[Elena Stancanelli, da D di Repubblica del 13 aprile 2026]
Immagine di copertina : ape-su-fiore (da www.fotocommunity.it)







