Turismo

Turismo sostenibile: difendersi dall’overtourism

image_print

segnalato dalla Redazione

.

Un articolo in diretta relazione con un tema che ci interessa molto, quello del turismo a Ponza, di cui si è scritto di recente a proposito di un bilancio di 20 anni di attività di tassista di Alex Balzano (leggi qui) e alle proposte di un turismo di diverso tipo – “turismo culturale”, si può dire senza che metta spavento? – negli articoli di Claudio Visentin e Franco Arminio.

 

Così lontane così vicine: le città omologate dal turismo del selfie
di Richard Florida e Carlo Ratti – Da la Repubblica on line del 5 aprile 2026

Più cerchiamo autenticità, più contribuiamo a uniformarla. Ma una soluzione c’è: proteggere paesaggi, usi e attività locali

Venezia sta affondando, non solo a causa dell’innalzamento del livello del mare, ma anche a causa dei flussi turistici. La città dal 2024 ha introdotto un contributo di accesso per i visitatori giornalieri, vietando le maxi comitive e l’uso di megafoni. A Barcellona, i residenti hanno recentemente manifestato con pistole ad acqua e cartelli del tipo “Turisti, tornate a casa!”, protestando contro l’aumento dei canoni d’affitto e il traffico. Amsterdam ha iniziato a limitare l’arrivo delle grandi navi da crociera, con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento e contenere i flussi di visitatori.

Dinamiche simili sono sempre più evidenti anche negli Stati Uniti. A New York, quartieri un tempo bohémien come il West Village e Soho sono ormai così sovraffollati che i turisti nei fine settimana fanno la coda davanti alle boutique di moda, affollando poi i marciapiedi per fotografare i loro acquisti davanti a facciate che potrebbero trovarsi in qualsiasi parte del mondo. Molti residenti sostengono che l’area somigli ormai più a un parco tematico di lusso che a un vero e proprio quartiere.
Quasi settant’anni fa, il filosofo francese Paul Ricoeur preconizzò un mondo in cui «gli stessi brutti film, le stesse slot machine, le stesse atrocità in plastica o alluminio» si sarebbero diffuse ovunque. Le sue parole risuonano oggi in maniera inquietante: l’economia del turismo spinge le città a mettere in scena la propria identità, sovrapponendo però ad essa canoni internazionali pensati per i visitatori.

È proprio questo il paradosso dell’overtourism: più cerchiamo autenticità, più contribuiamo a uniformarla. Ma quanto è profondo davvero questo fenomeno? Cancella davvero i modi di vivere locali o ne rimodella soltanto le apparenze? Per rispondere a queste domande, abbiamo cercato di misurare fino a che punto la globalizzazione stia realmente erodendo le caratteristiche locali.
La ricerca, condotta presso il nostro laboratorio del Mit e pubblicata su Nature Scientific Reports, ha analizzato con l’intelligenza artificiale oltre 400mila fotografie di interni Airbnb in ottanta città del mondo. Le immagini sono state considerate indicatori culturali di base, utili per capire la permanenza dei caratteri locali di fronte alla globalizzazione.

I risultati rivelano una realtà più complessa della narrazione corrente: la globalizzazione produce omogeneizzazione, ma in maniera selettiva. Le forze globali influenzano gli oggetti presenti nelle nostre case: troviamo ormai dappertutto, come scrisse Ricoeur, gli stessi televisori, dispositivi elettronici e arredamenti. Catene di approvvigionamento globali e tendenze dei social media ci spingono verso un’indiscutibile convergenza visiva.

Tuttavia, al di sotto di questa omogeneizzazione apparente, persistono differenze locali significative. Gli appartamenti di Madrid somigliano molto più a quelli di Barcellona che a quelli di Bangkok. La disposizione delle stanze, l’apertura verso la città, i materiali utilizzati — questi caratteri restano tenacemente locali nonostante la proliferazione di prodotti globali. Le cucine, in particolare, sono molto resistenti all’omogeneizzazione, grazie a identità radicate nelle tradizioni alimentari e nelle pratiche culinarie di ciascuna città. Tradizioni costruttive locali, clima e preferenze culturali danno poi forma a caratteristiche regionali che persistono in un’epoca iper-connessa.

Raggruppando immagini simili usando le reti neurali, sono emersi pattern chiari: le cucine dell’Asia meridionale sono risultate molto distinte da quelle dell’Asia orientale o da quelle europee, nonostante il modello non avesse informazioni geografiche — a conferma della celebre “prima legge” della geografia di Waldo Tobler, secondo cui ciò che è più vicino è più correlato di ciò che è lontano.

Questa dualità ci aiuta a spiegare perché l’overtourism appaia così corrosivo. Esso accelera la convergenza visiva di alcuni elementi — quelli che hanno a che vedere con i marchi del lusso, le catene alberghiere, i codici estetici instagrammabili che spingono le città a conformarsi alle aspettative internazionali. In questo senso le attività locali faticano a competere con la scala e la potenza di marketing degli operatori globali. Tuttavia, altri elementi distintivi locali non scompaiono, ma si adattano. Potremmo dire che le firme visive che rendono un luogo unico covano sotto la brace dell’omogeneizzazione. Ed è lì, allora, che potrebbero concentrarsi gli sforzi per gestire l’impatto culturale del turismo.

Le città afflitte dall’overtourism possono proteggere ciò che crea davvero il carattere locale: tradizioni architettoniche, paesaggi costruiti, ritmi urbani, servizi locali. Con incentivi fiscali appropriati, una quota parte delle entrate turistiche può essere reindirizzata in questo senso. Inoltre, la pianificazione urbanistica e le normative edilizie possono favorire le attività locali rispetto alle catene globali. Mentre le nuove tecnologie permettono alle città di quantificare i flussi di visitatori, misurando l’impatto di ciascuna politica.

In sintesi, l’omogeneizzazione culturale non è inevitabile, nonostante un’indiscutibile pressione globale. Le tradizioni più profonde sembrano resistere, a partire dal modo in cui organizziamo i nostri spazi e la nostra vita sociale. Il vero banco di prova delle città di fronte all’overtourism sarà quindi la loro capacità di riscriverne le regole, usando i flussi globali per rafforzare alcuni aspetti del carattere locale invece di cancellarlo. In futuro, le città che prospereranno saranno quelle capaci di resistere all’omologazione puntando sulle proprie specificità più profonde.

[Richard Florida e Carlo Ratti, da la Repubblica on line del 5 aprile 2026]

1 Comment

1 Comment

  1. Sandro Russo

    10 Aprile 2026 at 22:41

    Ho un ricordo indelebile, di tempi lontani in cui certo Ponza non doveva difendersi dall’overtourism, anzi ancora cercava di attirare i turisti, eppure…
    Anni ’70 circa: nella piazza sotto al Municipio quasi deserta, c’erano tre ristoranti: il Zi’ Capozzi di mia zia Lucia Capozzi, La Maga Circe del ‘Marchese’ di non so che e l’Aragosta, di Amedeo.
    Domenica pomeriggio di fine estate, quasi le 17, orario della partenza de l’Isola di Ponza per Anzio; gli ultimi turisti che si affrettano per non perdere la nave.
    Amedeo che corre per la piazza e grida: Iatevenne! Iatevenne! …Nun vulimme fatica’ cchiù!

È necessario effettuare il Login per commentare: Login

Leave a Reply

To Top