proposta da Enzo Di Fazio
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In agosto, tra gli articoli che in redazione ci capita di sfogliare, mi era passato sotto gli occhi uno che, pubblicato dal quotidiano La Stampa, mi aveva attratto per il titolo.Lette solo poche righe per mancanza di tempo, lo avevo messo da parte.
Poi – si sa – passa il tempo, trascorrono i giorni e, presi da altri impegni, succede di dimenticarsene fin quando non accade qualcosa che riporta a galla ciò che era rimasto in sospeso.
Mi riferisco alla storia di Francesca Fabrizi, l’unica farista donna in Italia cui qualche giorno fa il tg1 ha dedicato un interessate servizio, circostanza che mi ha fatto ricordare l’articolo de La Stampa del mese di agosto che avevo messo da parte.
Ho pensato, così, di proporlo ora. Per gli appassionati di fari e perché è una bella storia che vale la pena conoscere.
A seguire il video del servizio che le ha dedicato il Tg1, il 4 novembre scorso
da La Stampa, edizione del 17 agosto 2025: La guardiana del faro dell’Isola d’Elba è l’unica donna a sorvegliare i mari
di Filippo Femìa
Francesca Fabrizi: “Sono abituata a combattere. Da quassù scruto il mare e l’orizzonte e mi si riempie il cuore”
A volte, quando osserva la lampadina custodita sulla libreria, Francesca Fabrizi è ancora incredula. All’alba dei 50 anni, quei mille watt racchiusi in pochi centimetri hanno dato una insperata sterzata alla sua vita. Una nuova luce, letteralmente. Lei è l’unica farista donna in Italia, sentinella di un mondo che sta sparendo. Nello Stivale sono rimasti in funzione 147 fari: i cinque dell’Isola d’Elba sono sotto la sua giurisdizione dal dicembre scorso. In quel tratto tra il Tirreno e il canale di Corsica, Francesca è anche responsabile di 17 segnalamenti, “fari” di dimensioni ridotte. «Ho l’immensa fortuna di lavorare in posti meravigliosi. Quando sono quassù scruto il mare, poi l’orizzonte, e mi si riempie il cuore», sorride dall’alto del faro di Forte Stella, che raggiunge dopo 60 scalini.
Originaria di Roma, lavora per 18 anni come comandante della forestale all’Isola del Giglio. Poi quando l’Arma dei carabinieri assorbe il corpo, iniziano i problemi. Lei, sindacalista di lungo corso che intanto vive a Portoferraio, si rifiuta di diventare militare. È la miccia di un braccio di ferro che si trasforma presto in odissea burocratica. La svolta arriva quando viene a sapere che il farista dell’Elba è andato in pensione due anni prima senza essere sostituito. «Anche la domanda è stata complicata – ricorda – ma alla fine ho iniziato la formazione a La Spezia». Lì la sua vita cambia.
Quei lampi che infrangono il buio l’hanno sempre affascinata. Ma è quando Francesca passa dalla teoria alla pratica che inizia ad assaporare il sogno di bambina: «Il giorno che mi portarono a cambiare la mia prima lampadina fu una grande emozione: quella sostituita la conservo ancora sulla libreria di casa». Qualche tempo dopo arriva un’epifania. «Con il personale della Marina avevamo raggiunto lo scoglio d’Africa, isolotto in mezzo a un nulla che lascia senza parole. Appena sbarcata – ricorda – ho letto la targa sul segnalamento: “Il faro può salvare vite umane. Forse anche la tua”. Ecco, io sono stata salvata». Ai fari a ottica fissa dell’Elba, però, avrebbe preferito quelli a ottica rotante: «Hanno un fascino diverso, ma forse è uno stereotipo».
Lo ripete più volte, il termine “salvifico”. Laureata in psicologia, Francesca attinge spesso a quel vocabolario per descrivere l’importanza simbolica dei fari: «Sono archetipi del luogo sicuro, che mette al riparo dai pericoli. Potrebbero anche essere assimilati al ventre materno». Oggi si occupa di tutta la manutenzione – da lavori in muratura al passaggio del tosaerba – alternandosi tra i 22 fari e segnalamenti, di cui elenca i nomi come se si trattasse di familiari. «Quando lascio l’isola vivo con il pensiero che possa succedere loro qualcosa», sorride. Quando le si fa notare che è l’unica donna in un mondo storicamente maschile, fa spallucce: «Sono abituata a dribblare il machismo, alla forestale comandavo i colleghi maschi. Durante il corso di La Spezia da farista, gli uomini uscivano senza invitarmi: non me la sono mai presa. Vengo dalla lotta libera, quello che dovevo dimostrare l’ho già dimostrato», aggiunge. Il romanticismo dei tempi d’oro – quando nel faro si respirava odore (attenzione: non puzza) dell’acetilene usato per alimentare la lampada – l’ha appreso solo dai racconti dei vecchi colleghi. La burocrazia, ormai, ha sbranato anche la poesia del mestiere: oggi il farista è un “assistente tecnico nautico”. Anche i fari, con l’automazione e la navigazione satellitare, hanno perso parte del loro primato. «Ma il fattore umano rimane fondamentale – spiega Francesca –. La maggior parte degli incidenti si verificano quando ci si affida ciecamente alla strumentazione di bordo».
L’isolamento al quadrato – lavorare in un faro, zona militare, su un’isola – non le dispiace affatto. In passato ha vissuto nel cuore di Roma, tra piazza del Popolo e San Pietro. «Oggi non potrei essere più felice di così – dice –. La solitudine, se c’è il vento che mi accarezza i capelli, non mi pesa per nulla», esclama. Dopo diversi anni di difficoltà è convinta di essere finalmente felice: «Ogni volta che mi affaccio da un faro provo una gioia che fatico a descrivere. Un senso di pienezza unico. Devo mettere una sveglia che mi avvisi della fine del turno, altrimenti continuerei a lavorare». Sui social pubblica decine di foto dei suoi “uffici” affacciati sul mare: «Ne ho decine, tutte uguali ma sempre diverse: cambia una sfumatura, un’increspatura dell’acqua. Per non parlare degli odori della macchia mediterranea, che lo smartphone non può catturare».
Ascoltandola, non si può non restare rapiti dalla sua serenità per i sogni realizzati. Ma un desiderio, ancora, ce l’avrebbe: «Vivere nell’appartamento sotto il faro di Forte Focardo: sarebbe magico. La struttura fortificata diventerebbe il mio castello». Poi volta lo sguardo verso la lampada sulla libreria e sorride: «Sì, i fari mi hanno salvato».
(per la visione cliccare sul link)
NdR: Il faro di Portoferraio è un faro marittimo del Mar Ligure sud-orientale che si trova presso il complesso architettonico del Forte Stella, nel centro storico di Portoferraio. Ad alimentazione elettrica e a ottica fissa, è dotato di una lampada alogena da 1000 W che emette tre lampi bianchi ogni 14 secondi della portata di 16 miglia nautiche. L’infrastruttura è provvista anche di una lampada LABI di riserva da 100 W della portata di 11 miglia nautiche.
Il faro venne fatto edificare dai Lorena tra il 1788 e il 1789 per l’illuminazione notturna del tratto costiero della città, quando questa apparteneva al Granducato di Toscana. Il suo aspetto attuale è stato conferito da una ristrutturazione avvenuta nel 1915 (fonte: Wikipedia)









Sandro Russo
7 Novembre 2025 at 05:43
I fari ci attraggono, ma le storie di guardiani del faro donne ancora di più. ne è prova questo articolo del 2014, su Lucia Capuano, guardiana del faro di Ischia, la prima donna farista in Italia. Una storia tanto particolare da diventare anche una pièce teatrale: Il faro di punta Imperatore e la sua storia d’amore
Teresa Denurra
7 Novembre 2025 at 05:56
Fari
Una delle attrazioni principali di Cabo da Roca è il faro. Costruito nel 1772 è il più antico del Portogallo, ma la struttura risale al 1842. Il faro si erge a 150 metri sul livello del mare, questo fa sì che la sua luce da 1000 watt sia visibile fino a 46 km di distanza.
Ci sono stata. Emozionante. Cabo da Rica è il punto più occidentale dell’Europa
Nel frattempo in questi giorni ho potuto, di notte, verificare il regolare funzionamento del più modesto faro portotorrese (leggi qui). Comunque la luce è visibile a grande distanza.
Lo stimolo è partito da Ponzaracconta e dalle riflessioni intorno ai fari.
Nell’articolo di base tre immagini del faro, le prime due dal web, la terza è mia: “Dove la terra finisce, e comincia il mare…”