di Pino Moroni
Ho potuto vedere solo ieri al cinema Sentimental Value, malgrado i pressanti inviti dell’amico (mio e del sito) Pino Moroni a fare presto, che era un po’ nella sale e sarebbe stato ritirato presto. Visto che l’ho, condivido volentieri con i lettori del sito la recensione di Pino, già apparsa su artapartofculture.net
S. R.
Sentimental value di Joachim Trier, locandina
Sentimental value. L’interpretazione dell’artista e la vera realtà.
di Pino Moroni – in condivisione con artapartofculture.net del 21 febbraio 2026
Sentimental value del norvegese Joachim Trier è una delle più ragionate analisi sull’arte creata e la vita reale.
Merito di una sceneggiatura scritta dal regista, con la collaborazione del suo fidato amico di lavoro Eskil Vogt, che seduce per la sua intelligenza ed introspezione sui sentimenti umani e sulle dinamiche artistiche universali, con conseguenti performances dei vari interpreti a livelli di rara intensità.
Sentimental value di Joachim Trier
Le prime due scene sono emblematiche di due concetti fondamentali della nostra vita.
Una casa rossa, vecchio stile vittoriano, immersa nel verde della natura, come una casa di favola, raccontata dall’attrice di teatro e serie televisive Nora Borg (Renate Reinsve). Qui già si percepisce l’importanza di un luogo dove regna la memoria, le emozioni ed i sentimenti familiari ereditari.
Nella voce fuori campo (di un altro attore, quasi il suggeritore), Nora narra la sua personificazione con quella casa, con le stanze, le crepe nel muro, gli arredi, le piccole cose, gli affacci sul giardino, i rumori, la bellezza antica che sentiva, la tristezza che provava per le liti dei suoi genitori, cessate per la fuga di suo padre (15 anni prima), ed infine il silenzio della solitudine. Una casa reale, sempre lì uguale da sempre ed un racconto creato come una descrizione da romanzo.
L’altra è la convulsa battaglia di Nora interprete, con sé stessa reale, prima della première di “Casa di Bambola” di Ibsen.
Non è assolutamente panico, è sempre quella sensazione (inutile girarci intorno) di essere una persona reale ed invece entrare in scena per diventare qualcun’altra. Nora si strappa i vestiti di scena, quasi a spogliarsi del personaggio e chiede al partner preoccupato, di baciarla o schiaffeggiarla per ritornare sé stessa. Si tratta sempre della difficoltà di mantenere l’identità e di essere allo stesso tempo artisti.
Che è poi quello successo al padre. Un regista Gustav Borg (un immenso Stellan Skarsgard) che ha sacrificato tutto al lavoro al punto di deteriorare le relazioni familiari ed abbandonare le figlie adolescenti.
Un regista creativo affermato, che alla morte della moglie ritorna a casa, riscopre di essere umano e vorrebbe riallacciare i rapporti con le due figlie, ma non riesce a tornare indietro. Infatti propone alla figlia Nora di interpretare un suo nuovo film (scritto apposta per lei) ispirato alla esperienza vissuta della madre, durante l’occupazione nazista della Norvegia, che dopo torture e carcere si era poi suicidata. Perché come artista può vivere solo lo specchio della vita reale.
Emerge pian piano un padre egocentrico, manipolatore e vecchio (70 anni), che sa bene di non essere stato all’altezza e fa finta di ignorare le sofferenze che ha causato, ma non riesce ad uscire dalla sua gabbia creativa, cercando di stemperare tutto solo con offerte fatte di sceneggiature e DVD, non di vita reale e sentimenti umani.
Nora piena di collera trattenuta, con un rancore profondo che le impedisce di vivere bene la vita, si rivela ostile e rifiuta, rinfacciandogli di non essere mai stato vicino alle figlie, e di volere, con lei nel film, ritornare in auge, in quanto è da tempo inattivo.
Il padre Borg troverà in un Festival in Francia una star affermata di Hollywood, Rachel Kemp (Elle Fanning) che adora il cinema del regista ed accetta la parte del suo futuro film, finanziato anche da Netflix.
La casa rossa di famiglia è ancora del regista che, ossessionato dal suo lavoro, senza consultare le due figlie, decide di girarci le scene più importanti sulla madre, incluso il suicidio. Irritandole ancora di più.
Mentre Rachel Kemp si rende conto di non essere l’interprete giusta per quel ruolo, l’altra figlia Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), che ha trovato una sua serenità nella stabilità di rapporto con il marito ed un incantevole figlio, in una delle scene più amorevoli e sentimentali tra consanguinei, confessa che è diventata così perché ha avuto sempre il sostegno del grande amore di Nora, in fondo anch’essa ricambiata in questo rapporto.
In questo momento umanissimo legge a Nora parti della sceneggiatura, che il padre le ha lasciato, per convincerla a far recitare al nipote la parte di lui bambino.
Nora poi continua a leggere e si rende conto che la trama riguarda, attraverso la nonna, anche lei che ha disturbi di personalità, problemi di sfide mentali ed ha già tentato il suicidio.
Storie di amore e morte che si passano da una generazione all’altra. Per cui il padre che sembra un estraneo ha saputo invece conoscerla e capirla a fondo. In tutti questi momenti veramente emozionanti e liberatori non ci sono cadute melodrammatiche ma si sente una loro genuinità nel definire le dinamiche nascoste dentro difficili rapporti familiari.
Nora accetterà la parte della storia del padre, ma il film rimane aperto perché in fondo anche Nora, che anelava ad essere se stessa, su un set che rappresenta la casa rossa, reciterà come attrice protagonista una parte non reale. Sono ora, lei e suo padre, due artisti che si riconoscono fra loro, finiti entrambi nella finzione cinematografica, “che crea capolavori infiniti’”.
Memoria, storia, dramma, realtà ed arte, come omaggio a Bergman (Persona), ma anche anelito di libertà dell’artista come simbolo di volo fuori della realtà e della propria individualità come omaggio a Ceckov (Il gabbiano).
Gli interpreti tutti strepitosi, la fotografia fluida di Kasper Tuxca realizza tableaux vivant che rispecchiano antiche atmosfere norvegesi, montaggio con moltissimi tagli in nero (come non se ne vedono da tempo) di Oliver Bugge Coutté, colonna sonora con tante musiche, dalla classica di Debussy e Berliotz, soul e jazz dei migliori compositori e performer (Roxy music, Alex North, Track Tribe, ecc.) con musiche originali di Hania Rani.
Il regista Trier aiutato dal suo fidato sceneggiatore Eskil Vogt alla fine del suo bellissimo film ha voluto dire che quando gli artisti (quelli veri) riscoprono di essere umani non possono tornare indietro, ma si adegueranno a vivere sempre solo quello specchio di realtà che loro stessi hanno creato.









