Manifestazioni

È possibile dipingere il silenzio? Invito alla Mostra fotografica

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riceviamo in redazione da Anna D’Elia la segnalazione di una Mostra che la vede tra le partecipanti, e pubblichiamo:

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Mostra fotografica
Invito al vernissage

Fara in Sabina, sabato 28 marzo, dalle ore 17,00
Piazza G. Garibaldi, 15

– È possibile dipingere il silenzio? – si chiedeva il maestro Giorgio Morandi (Bologna, 1890 – 1964) – Offrire un volto a ciò che non ha immagine, né suono, né nome?
Le forme della mancanza possono davvero farsi assolute, tagliare l’aria come una rivelazione?
Dove si cela il mistero delle cose caduche? «Nei mattini di maggio dove crescono, liberi dall’offesa, la gioventù e i gerani» scrive il poeta Francesco Scarabicchi (Ancona, 1951 – 2021) ne Il prato bianco – 2017 edito da Einaudi.

Da quella soglia minima si apre un sentiero arduo: quasi un pellegrinaggio tra fragilità e consistenza, tra l’eco del pensiero e la luce del visibile. Gli oggetti, feriti dal tempo, diventano reliquie discrete del suo stesso passaggio; i paesaggi oscillano tra ciò che è e ciò che potrebbe essere stato, tra il vero che sfuma e l’immaginato che affiora.
È un margine sottile, dove tutto resta sospeso: tra l’essere e il nulla, il tempo e l’eterno. Qui abita la melanconia nella sua veste più sobria: una custode che non parla, ma raccoglie.

E allora ci si interroga sui rerum fragmenta: frammenti di un discorso che solo la morte interrompe, briciole impolverate da pensieri inquieti. I gesti minimi della nostra vita, strappati allo scorrere feroce delle ore, ritornano nudi al dialogo con chi li ha amati: echi, soglie, sussurri che compongono una partitura di assenze.
Non è polvere materiale: è una polvere dell’anima, depositata da una lunga decantazione della memoria. In questa materia sottile si condensano emozioni, turbamenti, meditazioni sul tempo del dolore, illuminate da quella «profondissima quiete» che Leopardi riconobbe nell’intermittenza del mondo.

Tutta l’arte del Novecento mostra un universo in dissolvenza, tuttavia nell’immagine artistica c’è sempre qualcosa che resiste. Ci insegna infatti Claudio Parmiggiani [Luzzara (R.E.), 1943] che la creazione è una forma di resistenza: un modo di preservare lo spazio dell’evocazione poetica, dell’invocazione, della preghiera — e, segretamente, dell’amore. Per questo occorre sintonizzarsi con le crepe della memoria, abitarle, ascoltarle: cercarvi un senso ulteriore, la possibilità di un nuovo respiro.
Crepe delle crepe, come quelle di Alberto Burri (1915 – 1995): una lingua muta che racconta un dolore indicibile.

E forse, alla fine, fotografare il silenzio significa questo: imparare ad ascoltare ciò che resta, ciò che resiste, ciò che — nel suo fragile brillare — continua a salvarci.
Anna D’Elia

Ho realizzato un nuovo libro (scatti e scritti) che espongo insieme a una selezione di otto immagini . Siamo in dieci fotografe; la curatela è di Moira Ricci.



Sottili come carta

Questo progetto attraversa le regioni invisibili dell’esperienza: i margini dove le cose, consumate dal tempo, diventano reliquie del loro stesso passaggio. Tra paesaggi sospesi e oggetti che sembrano sul punto di svanire, si compone una geografia dell’assenza, una partitura di echi, soglie e sussurri. Ispirato a una «profondissima quiete» che affiora nei frammenti della memoria, il testo interroga la malinconia come luogo di resistenza: un varco in cui l’arte — da Burri a Parmegiani — si fa gesto che salva, ferita che illumina. Questo libro è un invito ad ascoltare ciò che resta. A riconoscere, nella fragile luce delle crepe, la forma più segreta del nostro stare al mondo.

[Dalla quarta di copertina del libro]

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