di Francesco Ferraiuolo
La poesia “Dove la notte ci guarda da dentro” nasce davanti a una tragedia che ha attraversato tutti noi: la perdita di un ragazzo di sedici anni nell’incendio di Crans Montana e il gesto immenso di una madre che, al suo funerale, ha cantato “Perdutamente” di Achille Lauro.
Questa poesia non racconta la cronaca: la trasfigura.
È un viaggio nel sogno, nella notte che non cancella ma custodisce, nella luce che resta anche quando tutto sembra spegnersi.
Il ragazzo diventa una presenza che continua a camminare oltre il visibile; la madre, una voce che discende come una benedizione; la notte, un luogo che ci guarda da dentro e trattiene ciò che amiamo.
È un canto laico, visionario, un modo per dire che, anche quando la vita si spezza, qualcosa continua a brillare.
Dove la notte ci guarda da dentro
Caro Achille,
se bastasse una notte per farci sparire,
forse il mondo avrebbe pietà di sé stesso,
perdutamente.
Ma la notte non cancella:
la notte ricorda
la notte trattiene ciò che la luce non sa portare.
Nell’altopiano bianco di Crans Montana,
in questo sogno che non ho scelto,
vedo neve di cenere,
che sembra cielo e invece è un varco.
Un luogo che non conosco
e che pure mi abita,
come abitano i sogni che non ho fatto
e che qualcuno ha fatto per me.
Il ragazzo non è più qui,
ma non è altrove.
È in quel luogo senza nome
dove l’assenza diventa presenza
e la presenza diventa respiro.
Ha sedici anni,
e nel sogno cammina ancora.
Non tocca il suolo,
non lascia impronte,
ma ogni passo è un richiamo
una domanda che non vuole risposta.
Lo guardo,
e non so se sono sveglio
o se sto sognando il dolore degli altri.
Non so se il mondo è questo
o solo il suo riflesso
in una lacrima che non cade.
Una madre canta.
Non so se la vedo o la sogno,
se è viva o se è un pensiero di Dio
che ha preso forma per un istante.
La sua voce non sale:
discende,
come una benedizione rovesciata.
Lo segue con la voce
come si segue una stella caduta
che continua, silenziosa,
a fare luce.
Il figlio non ha peso.
Cammina tra le fiamme come tra fili d’erba,
non brucia,
non teme,
non guarda indietro.
È già oltre,
dove il tempo non ha più direzione
e l’amore non ha più bisogno di un corpo
per esistere.
La madre lo chiama,
ma non per trattenerlo:
lo chiama per ricordare al mondo
che la vita non finisce
dove finisce il respiro.
Ogni sillaba è un ponte,
ogni tremito una preghiera
che non chiede nulla
se non di essere ascoltata.
E io, che sogno tutto questo,
non so più se sono io a guardare la notte
o se è la notte a guardare me.
Sento qualcosa attraversarmi,
un vento che non viene da fuori
ma da un luogo più antico del cuore.
Forse non siamo qui per durare,
ma per essere visti,
per un istante solo,
da quella notte che ci conosce per nome
e ci custodisce
anche quando crediamo di essere perduti.
E allora mi chiedo:
se bastasse una notte per farci sparire,
perché questa notte
lo trattiene ancora,
come una piccola luce
che non vuole spegnersi?
Forse è lì,
nel punto in cui il dolore si fa silenzio,
che un figlio continua a vivere
oltre ciò che la notte
voleva cancellare.







