Raniero da Ponza

Raniero da Ponza al setaccio (2)

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di Francesco De Luca

 

per la prima parte (leggi qui)

 

Da quanto riportato mi sembra che Raniero usi, nei confronti di Arnaud, espressioni che esaltano l’importanza di essere al vertice di un ordine per cui le decisioni da prendersi debbano comprendere ampie prospettive e non “restringersi in orizzonti privati”.  A tal proposito non lesina ricordi di trascorsi passati e scrive “ Quando un tempo mi trovavo nella tua piacevolissima compagnia, insieme ci nutrivamo del reciproco conforto delle Scritture, cercando di cogliere il significato della sensazione, lo spirito della lettura, ricavammo spesso saggezza nelle cose nascoste e scoprimmo che l’ ordine cistercense era la pianta consolidata del Signore, che non poteva essere sradicata da impulsività e da infantili leggerezze ( pag. 204 ).

C’erano dunque due fronti divisi. Più in là riprende: “abbiamo sentito dire e ne siamo turbati, che quando vi riunite non è più possibile consumare la cena dei nostri padri cistercensi, ma ciascuno ( parlo di chi lo fa ) consuma la cena come vuole, con animosità, contesa, emulazione, vociando e con comportamento incontrollato …”

Si agitavano divergenze dunque fra l’ abate di Citeaux e le altre quattro abbazie. Raniero cerca di portare Arnaud a mitigare la sua impulsività e lo esorta: “beato l’uomo che è sempre prudente ” ( pag. 211); ” che tu non ceda ad ogni impulso e che questa rovinosa calamità non accada per mano tua” (pg.211 ).

A quale calamità allude? Allo scioglimento dell’ ordine? Papa Innocenzo III era capace di simili decisioni. Lo rammenta anche Raniero ( nella lettera dice: “dovete recepire i messaggi del Sommo Pontefice” ), suggerendogli i desideri del Pontefice: “convochiate le quattro sedi primarie, alle quali è indirizzata la lettera pontificia, e altre che ritenete opportuno convocare, e così trattiate ogni cosa con tanta amorevolezza da escludere ogni possibilità di contesa” ( pag. 212 ).

Si aggirava pertanto una contesa. Diversa da quelle già accennate sopra. La esplicita Raniero: “chiunque dei quattro ( gli abati di Ferté, Pontigny, Chiaravalle, Morimondo – nota mia ) affermi che, secondo l’antica consuetudine egli dovrebbe essere presente all’ordinazione o alla sospensione degli altri tre, non sembra macchiatyo di arroganza, se afferma anche il contrario, sostenendo che anch’egli dovrebbe essere promosso per consiglio degli altri tre. Se non saranno eletti di comune accordo questi quattro, che dovranno portare con voi e tramite voi i pesi dell’ ordine, forse, con la loro esitazione, l’ intero ordine si dissolverà e vacillerà.”

Lo sconquasso qui è ventilato, Raniero però non manca di ricordare come i desideri del Papa sono ordini, e che la questione è sotto attenzione dal Pontefice.

É evidente che un paciere si serva di espressioni concilianti. Lui è il Legato pontificio e dunque è latore delle richieste vaticane, ma non intima, bensì invita, non comanda, bensì suggerisce. Con garbo, pacatezza, diplomazia.

Tutto ciò, però, non basta per far brillare il pensiero autentico di Raniero.

Il “ setaccio critico ”, che ho adottato però non porta alla luce che le qualità già acclarate del monaco di Ponza: bontà, dottrina, capacità di dialogo.

La bontà traspare dalla scrittura formale e colloquiale. Che si porta dietro anche la capacità di dialogo. La dottrina si manifesta copiosa. Lì dove va a trovare, nelle pagine dei Libri Sacri l’ analogia fra le abbazie cistercensi e le cinque chiese fondate dai discepoli di Cristo ( Gerusalemme, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Roma – madre di tutte ); parla del fondamento dell’organizzazione cistercense sulle virtù dell’anima paragonando la prima (Vecchio Testamento ) quale legge morale e la seconda ( Nuovo Testamento ) la legge tipica,  la terza la legge allegorica ( la letteratura che ne sgorga )e la quartacome legge anagogica ( l’esplorazione del divino ). Illustra le coincidenze con le figure bibliche evocate: Giobbe, Tobia, Giuda, Ester; ad ogni chiesa assimila un animale: leone ( espressione di Gerusalemme ), vitello ( abbinato ad Antiochia ), uomo ( ad Alessandria ), aquila ( a Costantinopoli ).

L’autenticità del suo pensiero non riesce ad emergere. Almeno a me non appare evidente. Lo vedo come un uomo di curia, animato dal vivo entusiasmo di riuscire nel compito di mitigare l’impulsività di Arnaud Amaury, come esigeva l’auspicio del Papa.

Questa carenza mi suggerisce altre considerazioni che riguardano la figura di Raniero e il giudizio che su di lui si è costruito.

Sono considerazioni di un ‘dilettante di storia’. Valgono per quel tanto che si attribuisce loro. Con umiltà le voglio esternare perché in parte placano il desiderio che ho, in quanto ponzese, di trovare vanto in una personalità importante fra la gente di Ponza.

Ebbene, ritorno ad una delle domande fondamentali che fra gli storici rimbalza: perché è caduto l’oblio su Raniero, dopo la morte?

La risposta, secondo me, sta nella sua azione di ‘legato pontificio’. Il quale, per dovere d’ufficio, non parla a nome suo bensì a nome del Papa. Che gli conferisce l’incarico e gli suggerisce la soluzione cui occorre giungere.

A mio parere Raniero patisce l’oblio perché la sua opera era per conto del Papa.

Il setaccio sulla lettera ad Arnaud ha disvelato la sua funzione diplomatica ed “ambasciator non porta pena”, nel giudizio popolare, perché non ha alcuna responsabilità. Egli parla per nome di altri, se la conclusione è negativa non ha demeriti, così come non ha meriti se la conclusione è positiva.


Altre vicende successero dopo il ritiro a Ponza ( 1204 ). Vicende tremende ( la crociata albigese ) che riportano alle cause del suo allontanamento volontario da Roma. Anch’ esse dovranno trovare una qualche risposta plausibile, ma mi pare opportuno rimarcare qui il giudizio cui si è pervenuti e cioè che Raniero visse di luce riflessa; l’imperio di Innocenzo III lo illuminò fintantoché ne fu il portavoce ufficiale.

Nella prossima puntata lo scandaglio nel pensiero e nell’opera di Raniero riguarderà la lettura critica della missiva che Ugo da Segni inviò per ricordare la morte di Raniero ( è il testo più celebrativo che si ha ).

 

Raniero da Ponza al setaccio (continua)

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